Sulla lettera del Cardinale Ratzinger

La lettera appare come una “risposta” ferma a un pericolo che viene riscontrato nei cambiamenti che hanno visto negli ultimi decenni molte donne diventare più consapevoli e più padrone della loro vita

Leggendo la Lettera del Cardinal Ratzinger sulla “collaborazione dell’uomo e della donna” e i commenti che vi hanno fatto seguito, colpisce che un testo così compatto e inequivocabile quanto al senso e alle finalità che lo muovono, abbia potuto dare luogo a letture e giudizi tra loro molto diversi, spesso contrastanti. C’è chi vi ha visto una Chiesa che finalmente “benedice la sessualità” e chi, al contrario, una riconferma del suo assunto “normalizzatore” contro il rischio di un libero “polimorfismo sessuale”; chi un intervento utile a mettere fine al “caos” generato dal “veterofemminismo”, che avrebbe “ingannato e rovinato” molte donne, chi invece, come Ida Domijanni e Luisa Muraro, un documento “nuovo” e “dirompente”, che dimostrerebbe da parte della Chiesa un’inattesa capacità di ascolto e contaminazione rispetto “al cambiamento prodotto dalla rivoluzione femminista”, in particolare nei confronti del “pensiero della differenza sessuale”, che andrebbe così a riscuotere quel riconoscimento, sia pure non dichiarato, che ha atteso invano dalla sinistra (Il Manifesto, 3 agosto 2004 – 7 agosto 2004). A me sembra che “nuovo” sia essenzialmente il linguaggio, sapientemente modulato sull’idea del “dialogo”, del confronto, della “sincera ricerca della verità”, così come insolito è anche l’imbarazzo là dove l’argomentazione mostra vistosamente la sua debolezza e contraddittorietà: un documento che nel titolo nomina l’uomo e la donna e che poi si occupa esclusivamente della “questione femminile”, che invoca “valori” quali l’altruismo, l’amore, la pietà, riconoscendoli come “umani”, quindi condivisibili da entrambi i sessi, salvo poi ricollocarli in quell’umano-femmina che si vuole più “naturalmente” portato alla dedizione, alla cura, allo sconfinamento verso l’altro. Per il resto, la Lettera appare come una “risposta” ferma a un pericolo che non viene riscontrato, come ci si aspetterebbe, nei “sogni di potere” e nel “dramma della violenza”, che oggi sconvolgono il mondo – il che avrebbe comportato l’analisi di una “maschilità” distruttiva -, ma proprio nei cambiamenti che hanno visto negli ultimi decenni molte donne diventare più consapevoli e più padrone della loro vita. Al di là della maggiore vicinanza o distanza da questa o quella corrente di pensiero femminista – tra l’altro le teorizzazioni di Luisa Muraro su “l’ordine simbolico della madre” e sul Dio femmina non sono certo meno “conflittuali” della ricerca di poteri tradizionalmente maschili – ciò che inquieta, e che ritorna insistentemente nel testo, è il fatto che per un’imprevista “presa di coscienza” oggi le donne vengano legittimando la possibilità di “esistere per se stesse”, fosse anche solo per “risignificare” liberamente qualcosa che hanno subìto, dando un segno positivo a quelle stesse condizioni per cui sono state inferiorizzate: la maternità, la “vocazione relazionale”. Di questa “libertà”, che io non considero tale e che chiamerei piuttosto “alienazione attiva”, non vedo nella Lettera, diversamente da quanto hanno scritto Domijanni e Muraro, alcuna traccia. Così come non direi che vengano messe a tema l’arroganza della “ragione”, che qui anzi si impone nella sua forma più alta e più assoluta come “verità rivelata”, e la rottura tra biologia e storia, dal momento che la differenza sessuale vi è affermata, come ha scritto Rossana Rossanda (Il Manifesto 22 agosto 2004), sulla base dell’ordine voluto dal Creatore, e quindi “ben al di là del dato biologico”.

Nell’espressione “lasciarsi interpellare” si è tentati di cogliere un’arrendevolezza e una disponibilità al confronto che però sono smentite chiaramente fin dall’apertura del documento. La “risposta” a che cosa si debba intendere oggi per differenza e collaborazione tra i sessi, si legge nell’Introduzione, ha i suoi “presupposti”, le sue “finalità genuine”, la sua “retta comprensione”, cioè in sostanza la sua verità, nelle Sacre Scritture. Dal racconto
della Genesi – la creazione della donna come “aiuto vitale” e compagna di Adamo, l’armoniosa “unità a due” dell’inizio, la “ferita” prodotta dal peccato originale, con cui comincia il dominio maschile – emergono “disposizioni originarie” riguardo all’uomo e alla donna che non possono essere “annullate”, perché parte del disegno divino. Tra queste, particolarmente sottolineata, c’è la “complementarietà”, in cui è chiaro che la “prospettiva sponsale”, valevole per entrambi gli sposi, attiene specificamente alla donna, in quanto “esistere per l’altro” sta nel suo “essere più profondo e originario”. Neanche il “sogno d’amore” in versione paradisiaca riesce a nascondere, sotto l’apparenza della “reciprocità” e della fusionalità, la “violenza simbolica” che si porta dentro, più insidiosa, come ha scritto Bourdieu,  perché invisibile. Nei paragrafi che seguono, l’alleanza tra l’uomo e la donna, compromessa dal peccato originale, va poi a collocarsi nella “promessa del Salvatore”, cioè nei molti modi in cui, nel corso della storia, “Dio si rivela al suo popolo”. E’ qui che il “vocabolario nuziale” prende la sua massima estensione, fino a quell’apogeo che è Maria, “eletta figlia di Sion”, sposa perfetta, vergine “senza macchia né ruga”, umile tanto da riconoscere nel suo Sposo il suo Creatore. Ma è proprio su questo “simbolismo”, considerato “indispensabile” per quanto “audace” nell’unire sacro e profano, che si avverte una nota di imbarazzo, quasi una excusatio non petita, e poi subito dopo la precisazione che riporta al centro ancora una volta la gerarchia nota: prima il cielo e poi la terra, prima Dio e poi gli uomini. I termini “sposo” e “sposa” sono “molto più di semplici metafore” e i loro referenti reali, gli “sposi cristiani”, sono soltanto “segni viventi” dell’amore di Cristo e della Chiesa. Analoga “disumanizzazione” è quella che Rossanda rileva a proposito di Maria, attraverso i dogmi della “immacolata concezione” e della “assunzione al cielo”. I “dati biologici” contano per la Chiesa solo in quanto riflettono l’immagine e la “natura” del Creatore. Le differenze tra i sessi, così innestate nel disegno di Dio e poi nel “mistero pasquale”, sono  destinate a durare “oltre il tempo presente”. E’ su questi “presupposti” astorici che si fondano anche le “nuove prospettive” riguardanti i “valori femminili” nella vita della società e della Chiesa. Non dovrebbe meravigliare perciò se la constatazione di un dato di fatto, la presenza oggi delle donne in tutto il tessuto sociale, nella famiglia e nel lavoro, si accompagna alla preoccupazione, qui sottolineata con particolare vigore che le donne, sviate dal desiderio di “vivere per se stesse”, abbandonino quel ruolo così indispensabile alla sopravvivenza della specie e alla “identità mistica” della Chiesa, che è la loro capacità di “essere per l’altro”, estensione sul piano esistenziale, psicologico e spirituale della loro capacità biologica di dare la vita. “Nonostante il fatto che un certo discorso femminista rivendichi le esigenze ‘per se stessa’, la donna conserva l’intuizione profonda che il meglio della sua vita è fatto di attività orientate al risveglio dell’altro, alla sua crescita, alla sua protezione […]. Questa intuizione è collegata alla sua capacità fisica di dare la vita. Vissuta o potenziale, tale capacità è una realtà che struttura la personalità femminile in profondità. Le consente di acquisire molto presto maturità, senso della gravità della vita e delle responsabilità che essa implica. Sviluppa in lei il senso e il rispetto del concreto […].possiede una capacità unica di resistere nelle avversità, di ricordare con le lacrime il prezzo di ogni vita umana”. Non so come si sia potuto leggere in queste pagine uno svincolamento dal ruolo materno, una più libera concezione della sessualità, quando anche la rinuncia alla maternità biologica è posta sotto l’egida di una “verginità” sostanziata di sentimenti e pensieri materni, preferibile, in quanto non c’è di mezzo la “ferita” del peccato originale: la concupiscenza. Mi chiedo se a lusingare il femminismo che si richiama al “pensiero della differenza” non sia stata la funzione particolare, che del resto la Chiesa ha sempre riservato alla donna, che qui è ripresa con toni alti e, dal punto di vista linguistico, “moderni”. Se si glissa sulla premessa – che si lascino “convertire” all’amore per l’altro -, le donne, la loro vita, i loro modi di essere, possono diventare “ricchezza” e “modello” per la “umanizzazione” di una civiltà che sembra votata alla morte. Ma il prezzo di questo primato e di questa investitura salvifica, che il maschio è chiamato a riconoscere traendone esempio, ha come contropartita l’impermeabilità ai cambiamenti della storia e delle coscienze, la sordità rispetto a quella “soggettività femminile” che oggi chiede, in modi liberi o meno liberi, di decidere della propria sorte. Non è casuale che la Lettera si chiuda con l’immagine di Maria, una femminilità fatta di “ubbidienza umile e amante”, capace di “fedeltà”e resistenza al dolore, quelle stesse doti che il Pontefice invoca in una “nuova preghiera” scritta da lui: “vergine della speranza”, “dimora santa del Verbo”, “umile serva del Signore”, “donna del dolore”, “Madre dei viventi”, “Vergine sposa”,  “nostra guida sulle strade del mondo”(Corriere della sera, 15 agosto 2004). Dopo il peccato originale, sembra che sia il risveglio imprevisto della coscienza femminile la nuova “ferita” da guarire. E questa Lettera, con il suo medicamento antico, appare in questo senso effettivamente “aggiornata”.

Giornalista – Scrittrice