Nuove prospettive educative tra ambientalismo e femminismo

Nuove prospettive educative tra ambientalismo e femminismo

Una nuova etica ecocentrica al femminile, basata sulla solidarietà, la convivenza pacifica, la coscienza universale, un’economia sostenibile è anche un’etica in cui le relazioni di solidarietà prevalgano sulle gerarchie di potere razzista, sessista, classista e sul predominio androcentrico.

Mariagrazia De Castro*

Nuove prospettive educative tra ambientalismo e femminismo

Una nuova etica ecocentrica al femminile, basata sulla solidarietà, la convivenza pacifica, la coscienza universale, un’economia sostenibile è anche un’etica in cui le relazioni di solidarietà prevalgano sulle gerarchie di potere razzista, sessista, classista e sul predominio androcentrico.

Mariagrazia De Castro*

Il biocentrismo alle origini della questione femminile in ambiente

Il dibattito teorico – scientifico degli ultimi anni sulla crescita e i limiti allo sviluppo si è cadenzato, intorno a due posizioni estreme: antropocentrismo e biocentrismo. Le posizioni antropocentriche si caratterizzano per un approccio individualistico che non mette limiti alla crescita, mentre le posizioni biocentriche si riferiscono ad una natura sacra e svincolata dall’uomo. Una posizione olistica quest’ultima – dal greco hòlos (tutto intero) – che diversamente da quella individualistica riconosce una dignità morale ai gruppi di individui e quindi alle specie, alle comunità, agli ecosistemi. Il ragionamento di base è anche pratico: se dal punto di vista teorico l’olismo afferma che il gruppo ha un valore aggiunto rispetto ai singoli che lo compongono, dal punto di vista pratico l’applicazione di tale principio risiede proprio nell’impossibilità di separare l’uomo dalla natura. Il biocentrismo – o ecologia profonda o deep ecology – è un modo di essere, di sentirsi e di agire che vede la sua realizzazione sotto forma di un “movimento” alla cui base sta la convinzione che l’uomo debba recuperare l’equilibrata collocazione nella natura persa a causa di un’esasperata fiducia nel meccanicismo. Uno dei maggiori esponenti del biocentrismo è stato Aldo Leopold la cui posizione olistica privilegia decisamente il tutto sulle singole parti, la totalità dell’ecosistema sulle individualità, viventi o non viventi: ha una moralità da difendere tutto ciò che si intende per essere vivente, quindi le totalità organiche e superorganiche come le specie, gli ecosistemi, i processi biotici, la biosfera, i cui interessi di benessere non sono quindi più riconducibili solo a quelli degli organismi individuali che ne sono parte.

Il biocentrismo in luogo dell’antropocentrismo, pertanto, difende meglio l’uomo nell’integrità del creato. Difendendo la vita in generale si difende anche l’uomo; difendendo invece solo o soprattutto l’uomo si  agisce contro la restante vita e quindi, danneggiandola o distruggendola, si alimentano condizioni nefaste per l’umanità stessa. In questo senso, quindi, il biocentrismo pone la salvaguardia dell’ambiente in tutte le sue componenti come questione principale da risolvere subordinando la sopravvivenza dell’umanità alla difesa della biodiversità come patrimonio irrinunciabile per la sopravvivenza del pianeta.

E non stupisce che l’ambientalismo profondo riceva un forte impulso al suo sviluppo negli Anni sessanta anche grazie ad una donna, Rachel Carson, che nel 1962 pubblica Silent Springs denunciando l’uso improprio dei pesticidi che non discriminano fra specie buone e specie cattive entrando nelle catene alimentari e uccidendo tutta la vita.

La tutela dei vari elementi della natura e della biodiversità è un asse portante del pianeta donna che si basa sull’attitudine femminile a tutelare ogni forma di vita indipendentemente dalla sua utilità per l’uomo. E’ proprio la sensibilità femminile nei confronti della biodiversità che fa propendere per una convergenza tra donna e ambiente. E non solo. Dal punto di vista delle donne, l’antropocentrismo è sintomo di un problema ancor più profondo, ovvero il dominio patriarcale che si manifesta non solo come dominio sulla natura ma anche come diseguaglianza di genere nel dominio della natura stessa e nello sfruttamento delle risorse. La peculiare sensibilità della donna rispetto alle tematiche ambientali è nota e trova giustificazione nel ruolo biologico che essa assume nella riproduzione della specie, ruolo che la porta a preoccuparsi della continuazione della specie e ad assumere una peculiare cura delle nuove generazioni. A queste caratteristiche biologiche si accompagnano peculiarità culturali che trovano sintesi nel minore egoismo e nella sorellanza globale. Tutti fattori che inducono a una maggiore sensibilità ambientale ma che spesso finiscono per marginalizzare la donna rispetto alla vita politica e decisionale.

Una nuova etica ecocentrica al femminile, basata sulla solidarietà, la convivenza pacifica, la coscienza universale, un’economia sostenibile è anche un’etica in cui le relazioni di solidarietà prevalgano sulle gerarchie di potere razzista, sessista, classista e sul predominio androcentrico.

L’ecofemminismo

Alcuni disastri ambientali sono stati spunto privilegiato per fondare un ecofemminismo critico nei confronti della tecnologia e della scienza maschili: la relazione tra il dominio dell’economia (maschile) sulla natura (femminile), le rivendicazioni dei movimenti ambientalisti e femministi trovano la loro sintesi simbolica nel pensiero di Francoise D’Eaubonne. Nei primi Anni Settanta ella critica aspramente la logica utilitaristica sottesa all’intervento maschile e auspica un nuovo umanesimo ginocentrico che si raggiunge con la riappropriazione, da parte della donna, della sua funzione riproduttiva e della tutela dell’ambiente, per fronteggiare due grandi e correlati problemi globali: l’incremento demografico incontrollato e il depauperamento delle risorse naturali. D’altronde sulle prime teorizzazioni ecofemministe ebbe grande influenza il lavoro di ricerca di Marija Gimbutas, che dimostrò come nella gran parte della primitiva storia umana abbia prevalso un ordine matristico, matrilineare ed endogamico da non limitare ad un matriarcato che pure implica un concetto di potere: una complessità naturale  di cui la Dea Madre è elemento ordinatore perché multifunzionale in quanto genera se stessa ed è datrice di vita, di morte ma anche rigeneratrice.

Nell’evoluzione teorica successiva l’ecofemminismo assume, vieppiù, le forme di un movimento e momento di sintesi della liberazione femminile con quella ecologista. Il suo scopo è proporre una connessione tra l’oppressione – basata sulla logica del dominio e dello sfruttamento – dell’uomo sulle donne e della società occidentale sulla natura.

Le questioni ambientali e femminili emergono nella loro globalità spaziale e temporale: entrambe coinvolgono la dimensione futura della Terra e con essa il destino delle nuove generazioni. Le emergenze ambientali impongono alle donne un onere enorme: salvare il futuro.

Alle prime pensatrici va il merito di aver avviato un lungo processo di ricerca volto a revisionare il paradigma scientifico dominante muovendosi oltre i dualismi convenzionali “maschile-femminile” e “natura – tecnologia” provocando una destabilizzazione di tali opposizioni binarie.

Nel corso dei decenni a venire l’ecofemminismo ha preso le forme di un mosaico interdisciplinare in cui hanno trovato
convergenza diverse prospettive: quella biologica, sociale, ma anche economica ed etica. Naturalmente al centro della riflessione stanno le connessioni donna – natura seppur a livelli differenti.

Donna, ambiente e sviluppo sostenibile

Le diverse sfaccettature concettuali che il rapporto donna – ambiente ha assunto nel dibattito teorico – scientifico ma anche a livello operativo tenderebbe ad includere analisi molto dettagliate dei significati pratici che porrebbero anche il problema di definire le condizioni di operatività dell’attività femminile a favore della protezione e valorizzazione ambientale. In una prospettiva ben più limitata, pur nella consapevolezza di orizzonti più ampi della disciplina, appare nel suo interesse la riflessione in ordine ai divari nella condizione femminile che sembrerebbero rispecchiare il divario tra i paesi in via di sviluppo (PVS) e quelli più sviluppati (PPS). Le diseguaglianze, infatti, non sono solo economiche e sociali ma anche ambientali: nelle regioni più povere del mondo le comunità locali mettono in pericolo la biodiversità distruggendo in modo indiscriminato gli ecosistemi allo scopo di sostentarsi; i paesi industrializzati, dall’altro lato, consumano velocemente le risorse naturali.

Il degrado ambientale colpisce, nei paesi sottosviluppati, in modo speciale le donne, ad esempio nella ricerca di combustibile (deforestazione, erosione del suolo) o di acqua potabile (inquinamento). Il lavoro delle donne aumenta nella misura in cui devono percorrere distanze sempre più lunghe per arrivare alle risorse primarie, i programmi di sviluppo non tengono conto delle esigenze femminili e intaccano i diritti tradizionali delle donne alla terra. In altre parole, i problemi ecologici rendono ancora più difficile la già tormentata vita delle donne.

Sulla scia di un’ interpretazione gandhiana (F. Riva, 2012) del femminismo, inteso come militanza ecologista congiunta alla volontà delle donne, si inserisce anche Vandana Shiva, fisica ed economista indiana, massima esperta  internazionale di ecologia sociale. Attivista politica radicale e ambientalista nel 1993 ha vinto il Right Livelihood Award, premio Nobel Alternativo per la pace: critica i programmi di sviluppo, rivalorizza l’importanza della donne nella foresta, nella catena alimentare, nell’approvvigionamento dell’acqua e ripropone con forza il recupero del principio femminile identificato con la natura. Il suo scopo è quello di proporre una connessione tra l’oppressione delle donne e quella della natura nella società occidentale basata sulla logica del dominio e dello sfruttamento.

Il patriarcato capitalista e religioso unitamente ai fondamentalismi religiosi e di mercato concorrono a mettere in pericolo la sopravvivenza delle donne e della vita stessa sulla Terra: le donne reagiscono a questa aggressione e difendono la vita. Per questo un orientamento democratico si deve proporre di affermare la piena umanità delle donne, la loro spiritualità, il loro ruolo produttivo e creativo.

Occorre valorizzare ogni aspetto della personalità femminile e adoperarlo come antidoto al circolo vizioso della violenza e dell’avidità come principio costitutivo dell’economia. Le donne rifiutano di prendere parte a una cultura fondata sull’odio e la violenza. Le loro scelte di vita dimostrano che l’amore, l’empatia, la solidarietà e la condivisione non sono soltanto delle qualità umane possibili ma attributi necessari per l’umanità. Le donne svolgono un ruolo importante all’interno delle economie di sussistenza: a loro è affidato il compito di prendersi cura dei bambini e dei malati, di assistere i bisognosi, di dispensare acqua e cibo.

Nei paesi industrializzati e sviluppati le donne, più degli uomini portano il peso dei danni alla salute e al pianeta provocati dall’inquinamento e dai disastri ambientali. Le donne si sobbarcano l’inquinamento, l’aumento dei tumori femminili legati alla catena alimentare; un dramma che non risparmia neanche i bambini che portano nelle loro pance. Concentrando l’attenzione sull’Italia, probabilmente la consapevolezza di tante, che – per diverse ragioni – vollero e seppero leggere in quel disastro la manifestazione esemplare di una logica socio-economica e di un modello di sviluppo in cui non si riconoscevano proprio a partire dal loro essere donne, comincia da Seveso, per poi proseguire nei decenni a venire fino a trovare la sua drammatica attualità nello scempio che si sta compiendo a Taranto. I disastri ambientali ed il loro legame con le donne, hanno dimostrato come il movimento di donne che si crea si afferma non solo nella critica dei modelli, ma soprattutto nell’incisività delle proposte di soluzioni alternative  proprio perché è oramai maturo il riconoscimento dello squilibrio di genere che sottintende politiche economiche e scelte (energetiche, paesaggistiche, etc): la dimensione androcentrica di dominio sulla natura e la polarizzazione maschilista e patriarcale del progresso.

E lo sviluppo sostenibile, nella sua accezione originaria (Commissione Brundtland, 1987) come modello di sviluppo che garantisce i bisogni del presente senza compromettere le possibilità delle generazioni future include come soggetti ancora privi di rappresentanza e visibilità nell’affermazione dei diritti che coinvolgono la dimensione ecologica, economica e sociale proprio le donne.

Prospettive educative future per una nuova etica ambientale al femminile

Le donne in tutta la terra sono la risorsa determinante per la realizzazione di un futuro sostenibile. La cura dell’ambiente, inteso nella sua accezione di interazione uomo – natura, ha visto sempre impegnate le donne, sole ancora in molti paesi del Mondo a occuparsi della nutrizione, della protezione e della cura dei figli. Questo compito, oltre a essere ingiusto, impedisce la formazione di una consapevolezza etica e sociale comune. La pedagogia e l’educazione ambientale possono dare un significativo contributo a una nuova etica che consenta a tutti i componenti uguali spazi di decisione e di autonomia e identici doveri di partecipazione e solidarietà.

Lo scopo dell’educazione ambientale, infatti, è quello di formare una cittadinanza cosciente e attenta a tutte le problematiche ambientali fornendo conoscenze, atteggiamenti, motivazioni e strumenti per lavorare individualmente e collettivamente per la soluzione dei problemi ambientali e sociali. Per raggiungere tali scopi l’Educazione Ambientale deve aiutare a comprendere che le donne sono una parte inscindibile del sistema ambientale ed assicurare lo sradicamento del peso crescente e persistente della povertà sulle donne contribuendo, con campagne di sensibilizzazione e divulgazione, alla promozione della salute per l’intera durata della vita.

La capacità delle donne di agire per il cambiamento è fondamento ineliminabile dell’educazione ambientale che si occupa di risolvere specifici problemi globali come ad esempio la deforestazione, i cambiamenti climatici e l’inquinamento. Educazione ed etica ambientale, pertanto, sono valori primari che richiamano in causa la dimensione della donna.

*Docente a contratto presso l’Università degli Studi del Molise e presso diversi corsi di formazione su sostenibilità, ambiente, sviluppo del territorio.

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