La politica del mangiare

 

Se dall’animazione di questi mesi di Expo deriveranno, anche in minima parte, effetti di responsabilità relazionale, educativa, pedagogica, e culturale, potrà diventare più chiaro a noi occidentali che viviamo al di sopra di risorse ricavabili da una natura ormai sfruttata oltre ogni limite compatibile, che possono condannare l’intera umanità a carestie e devastazioni ambientali.

 

Nella cultura contemporanea ormai tutti i dibattiti, qualunque sia l’argomento, vertono su previsioni del futuro orientabili a piacere. Sembriamo tornati, cinquant’anni dopo, ad apocalittici o integrati, conservatori o radicali, Superman o Charlie Brown. Invece sono solo rappresentazioni del ritardo nella comprensione della transizione storica che ci tocca di attraversare senza vedere stelle anche se la nebbia è poca, perché teniamo gli occhi rivolti indietro e, comunque, sempre in basso.
Chi avrebbe pensato fino a pochi mesi fa che avremmo ragionato sul cibo come argomento di cultura alta e di politica seria? Non l’abbiamo sempre usato come bisogno (anzi “sete”) di potere, fin da quando i politici della Democrazia Cristiana si portavano dietro l’attributo di “forchettoni”? Eppure siamo arrivati all’EXPO 2015 di Milano dietro non poche esperienze di nuove “istituzioni alimentari” innovative, di cui ogni regione fa vanto illustrandole con conferenze parallele al numero di ristoranti, osterie, pizzerie, bar e baretti inaugurati ad ogni cantonata. La vecchia tradizione che riteneva volgare parlare di cibo è definitivamente out, anche se al salutismo non ostile al ben mangiare fa riscontro il business delle diete.
Ma l’effetto più sorprendente, quello che trasforma la kermesse Expo in un fatto destinato a restare nel tempo, è il valore economico-politico che l’argomento “cibo” si tira dietro. Anche se il Pil crescerà per questo evento solo dello 0,1% nel 2015, gli effetti di ricaduta su turismo, export, nuove produzioni e nuovi posti di lavoro saranno più consistenti. Evidentemente, se si resta alla sola previsione economica dell’Expo, che pure è oggettivamente un prevedibile fattore di ripresa, potrà lasciare l’amaro in bocca e seguiranno chiusure e fallimenti, se la proposta propagandata sarà lasciata a se stessa o al solo beneficio delle multinazionali interessate.
Infatti l’evento milanese può segnare una tappa nel rinnovamento del mercato capitalista, ormai bisognoso di trovare non solo episodi di recupero per profitti a rischio, ma per entrare in quell’operazione di riassestamento del mondo che, proprio nelle epoche di transizione, apre possibilità insperate purché ci siano intelligenza di futuro e coraggio ad evitare cadute e conflitti. Da quando il lavoro è stato radicalmente trasformato dall’uso esteso dei robot e dai computer di terza generazione produttori di merci, è evidente che bisogna aiutare l’umanità a giocare la carta dei bisogni spostandone l’asse dalla produzione di merci alla produzione di benessere umano e servizi. Senza rifare i conti con l’umano, infatti, pur supertecnologico, il futuro si presenta poco roseo.
Per questo risultano poco comprensibili talune indulgenze di gente soi-disant di sinistra nei confronti di giovani (e meno giovani) che hanno sfilato nel NOEXPO MAYDAY – favorendo le concomitanti devastazioni dei blak block – per protesta contro un’esposizione mondiale presunta acceleratrice di dinamiche finalizzate a perdita di posti di lavoro, degrado del territorio, crescita del debito pubblico. Come contro il Jobs Act, contro la Buona Scuola, contro l’austerità, come se riproducessimo sempre il Sessantotto; anche se il linguaggio radicale degli hashtag mostra una realtà ben diversa.
Se “Nutrire il pianeta, Energia per la vita” – il tema che Expo 2015 ha inventato per stimolare il dibattito su malnutrizione, biodiversità, ricerca ed educazione a nuove abitudini di consumo – riuscirà ad essere stimolo per una ripresa, anche solo culturale, della politica, lo strumento per contrastare l’ovvio opportunismo delle multinazionali non sarà la negazione dei problemi, ma la sfida a risolverli positivamente. Le contraddizioni, è ovvio, ci sono, ma la redistribuzione delle risorse e la fame nel mondo o la produzione ecologicamente garantita sono necessità che dipenderanno dagli sponsor multinazionali (e dall’Eataly dell’odiato Farinetti) solo se il sistema di produzione e distribuzione del cibo sarà poco trasparente e non si fonderà su una rinnovata (e controllata) solidarietà cooperativa a tutela dell’ambiente e dei “beni comuni”. Un fare politico che riguardi i cittadini. Un argomento come quello, sottolineato dal sindaco Pisapia, delle “Vie d’Acqua” non può suggerire contestazioni tipo No-Canal a sostegno della naturalità dei luoghi spesso già contaminati. Infatti abbiamo già abbondantemente cementificato sponde di fiumi, inquinato di scarichi abusivi, devastato territori con costruzioni illegali; ma abbiamo anche un’eredità di sprechi della rete acquifera che scorre in condotte fessurate dall’usura a danno dell’elemento ormai prezioso. Problema rimosso da sempre per l’indisponibilità dei miliardi necessari al recupero, che tuttavia non è ineducato porre sul piatto delle scelte economiche dei territori.
Se gli scandali, che hanno preceduto l’Expo con i – dispiace dover dire “soliti” – casi di corruzione, tangenti e appalti truccati, si ripresenteranno alla chiusura e ai posteri resteranno solo le architetture abbandonate e il degrado di terreni acquistati con finanziamento pubblico dai privati, sarà anche incapacità delle organizzazioni democratiche che protestano, ma non hanno l’abitudine a praticare il controllo. Non dimentichiamo che sullo sfondo (ormai vale per tutti gli sfondi) si profila anche una mafia agroalimenare…
E’ infatti abbastanza inutile contestare l’entità dei costi che “eventi” come questo comportano e che comunque vengono realizzati anche perché sottovalutati nei momenti decisionali. A chi non viene da pensare che “sarebbe stato meglio dare quei soldi a chi ne ha bisogno?” Ma con un minimo di buon senso e qualche competenza si comprende che, magari non a Milano, un’Expo si sarebbe tenuta e i signori delle multinazionali e degli ogm avrebbero avuto la loro “esposizione” ugualmente: per un mondo globalizzato – che non è il migliore dei mondi possibili – forse sarebbe più punitivo nei confronti dei poteri forti se dal basso, di fatto, dopo le proteste, non si corresse dietro al modello consumista e agli sprechi, subiti anche dai più poveri. Le cifre sono, certo, da capogiro e vedremo se alla fine proprio i dodici miliardi investiti non saranno stati tutti spreco. Ma nel mondo in cui le trasformazioni del sistema produttivo incidono sul lavoro in termini di occupazione e non solo di profitti, gli investimenti si misurano in termini di gestione delle prospettive e non solo del marketing o dell’onorario di Fuksas.
Chi soffre la fame e non vede tutelati i propri diritti a partire dalla sopravvivenza e dal cibo pensa certo all’ipocrisia dell’Occidente che organizza una campagna luccicante e costosa in mezzo a gente che ogni giorno mangia senza problemi. Di fatto, noi, paesi ricchi ed egoisti, viviamo davvero, nonostante le restrizioni imposte dalle crisi, nell’abbondanza. Se dall’animazione di questi mesi deriveranno, anche in minima parte, effetti di responsabilità relazionale, educativa, pedagogica, e culturale, potrà diventare più chiaro a noi occidentali che viviamo al di sopra di risorse ricavabili da una natura ormai sfruttata oltre ogni limite compatibile, che possono condannare l’intera umanità a carestie, devastazioni ambientali, perdita della biodiversità, trasformazioni climatiche, inquinamenti destinati a produrre ovunque (prima o poi anche da noi) povertà, privazione d’acqua e di aria, malattie, disagio, disorientamento sociale. Il 2015 è l’anno in cui le Nazioni Unite definiranno un nuovo accordo globale contro il cambiamento climatico: Expo ed Expo dei popoli possono aiutare a centrare obiettivi meno aleatori del passato e fare quell’azione politica che i Forum mondiali non sono riusciti a produrre.
E’ certamente vera, come ha notato anche Vandana Shiva, la contiguità tra la zona ecologica e lo stand della Coca Cola. Ma la multinazionale dell’acqua gasata non va in crisi perché nemmeno i genitori radicali impediscono ai figli di berla. Certo, non sarebbe male se associazioni che si sono collegate all’Expo dei Popoli (tra le altre Mani Tese, Pax Christi, Slow Food, Arci, Acli, Oxfam, Lega Ambiente) decidessero unitariamente di dedicarsi ad educare i consumatori anche senza effimeri boicottaggi alla Mc Donald’s dove per risparmiare consumiamo gli hamburger. Infatti è difficile – lo sostengono gli economisti come Loretta Napoleoni, che non sono tatntissimi, anche se le Università, gli istituti di ricerca più famosi, i tanti Nobel si sono impegnati a produrre aria fritta di nobili principi, senza usare la loro autorevolezza per avviare azioni concertate con le facoltà dei paesi poveri – risalire la filiera finanziaria del cibo e sapere qualcosa della produzione e distribuzione del ciò che consumiamo in casa, al ristorante, in mensa. Eppure l’industria capitalista tradizionale si fonda, prima di tutto, sull’alimentare, il cui fatturato globale raggiunge il 10% del Pil mondiale.
Quando ci chiediamo se siamo davvero cittadini o siamo rimasti sudditi, intendiamo in fondo domandarci se ci manca la responsabilità di sapere che, mentre cerchiamo divisioni interne, viviamo in una società sempre più indivisa internazionalmente, e che non possiamo limitarci a capire l’importanza dei nessi che ci legano solo quando le manovre della finanza ci penalizzano. La questione dell’immigrazione – oggi sentita come un problema senza soluzioni tranquille – è conseguenza di politiche irresponsabili che non hanno mai fatto i conti con i problemi della globalizzazione del mondo, che non è solo economica, ma, forse soprattutto, culturale. Già il colonialismo ottocentesco si era disposto a sfruttare il Sud del mondo propagandandosi come benefattore e civilizzatore: quell’uomo mite – e socialista – che era il Pascoli, per la conquista italiana della Libia celebrava l’evento: “la grande proletaria si è mossa”! Non c’era – e non c’è – senso dell’uguaglianza dei diritti, anche se un italiano nel primo Novecento sapeva quanti milioni di italiani erano emigrati e stavano emigrando. Oggi i governi hanno paura degli sbarchi e tendono a chiudere l’Europa in una fortezza antimediterranea, pur sapendo che non eviteranno mai l’invasione di chi dovrebbe solo morire. Si sconta la miopia egoista di non aver fatto cooperazione di giustizia: per quel che riguarda l’Italia, si sono spesi più di mille miliardi – una cifra in grado di produrre trasformazioni incisive e durevoli – in quella Somalia che vive tuttora una devastazione senza fine. Per quel che riguarda il Nord del mondo solo la riduzione della forbice tra paesi ricchi e paesi poveri (e non erogazione di benefici interessati) sarebbe stata produttiva; invece abbiamo finito per estendere l’apertura della forbice ricchi/poveri anche all’interno dei nostri paesi, senza capire che “dal basso” dovrebbe venire una qualche previsione del futuro: se il jobs act produce posti di lavoro nei servizi significa che il sistema “sente” che si sta esaurendo la produzione di merci fondata sul lavoro umano ormai trasferita alle macchine, e si dispone a privatizzare quella parte dei servizi fin qui legate ai diritti sociali.
C’è dunque molto da fare sul piano educativo per qualificare l’operazione “presa di coscienza”: la questione “cibo” non consiste nel non poter accendere una rete televisiva senza vedere cuochi in azione o cercare in rete ricette elaborate. E’ invece opportunità di cultura per noi e per i nostri giovani, già disturbati perché obesi, anoressici, bulimici, pre-alcolisti e diseducati perfino nel bere e nel mangiare. Incapaci di capire che il piacere non deve mai essere banale. Se, infatti, dall’Expo della pubblicità e del turismo o anche della solenne dichiarazione finale, non si passerà all’attuazione di politiche quotidiane, l’apertura di uno slow food o la sperimentazione di fare il pane in casa finiranno in breve e ci lasceranno con l’amaro in bocca e, i più poveri, con lo stomaco vuoto.
Dire “cibo responsabile” può non voler dire niente; anche gli antichi moniti per un’economia di giustizia e di dignità non sono stati altro che slogan. Dire che l’alimentazione deve essere buona, sana, sufficiente e sostenibile va già bene, ma bisognerà anche fare cose concrete, se la Fao dice che si butta il 45% di frutta e verdura, il 30% di pesce e derivati, il 20% di carne e il 20% di legumi e oli, che potrebbero sfamare 3 miliardi di persone; invece si bruciano producendo gas serra. La raccolta differenziata fa ancora brontolare perché esige qualche attenzione in più, i comuni sono ancora diversamente sensibili al problema e i privati sanno solo lucrare sulle discariche,; mentre la raccolta degli scarti può produrre ricchezza e – se in Italia ogni giorno si gettano 13 mila quintali di pane – mercati e mercatini, negozi e aziende agricole, ma anche ipermercati, scuole, caserme, conventi si potrebbero consorziare in ogni comune per finalizzare l’uso di scarti che sono risorse. La crisi, paradossalmente, può aiutare.
Probabilmente le donne sarebbero le più adatte a guidare questi processi. Infatti contribuiscono alla produzione di almeno metà del cibo nel mondo, con le doverose distinzioni di africane responsabili per l’80% della produzione, asiatiche (il 60%) e latinoamericane (il 30/40%). Se ricevessero le risorse produttive erogate agli uomini (anche nella cooperazione, dove è di tutta evidenza che la solidarietà di genere tra i poveri appartiene alle donne) e se le stesse organizzazioni internazionali pur paritarie non ne disconoscessero l’autorità nella stessa definizione di ciò che si intende con la parola “famiglia”, milioni di persone sarebbero sottratte alla fame. Ma dovrebbero impadronirsi delle cattedre e insegnare quali sono i metodi che possono rimediare agli sprechi e creare innovazioe e benessere. Invece appare sempre più chiaro che “il sistema” riconosce la loro efficacia imprenditoriale, ma si aspetta che perfezionino la loro managerialità con master tradizionali e si adeguino a “questo” mercato. Comunque, attenzione: anche il Papa ha riconosciuto che perfino nella Bibbia Adamo non ha fatto una bella figura.

 

*Politologa, giornalista, ex-parlamentare e femminista

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