Perchè salvaguardare la natura. Una teoria eco-evo-centrica

Perché salvaguardare la natura. Una teoria eco-evo-centrica

L’evoluzione biologica ha impiegato centinaia di milioni di anni per produrre un aggregato nervoso capace di porsi domande su di sé. E’ accaduto qualche milione di anni fa e da allora è iniziata una nuova era: l’era culturale. Ora, se ci guardassimo dall’esterno come fossimo extraterrestri ci renderemmo subito conto di non essere superiori. In realtà siamo organismi di transizione. Siamo simili agli altri animali ma anche diversi. Siamo oltre gli animali.

Di Piergiacomo Pagano*

Perché salvaguardare la natura. Una teoria eco-evo-centrica

L’evoluzione biologica ha impiegato centinaia di milioni di anni per produrre un aggregato nervoso capace di porsi domande su di sé. E’ accaduto qualche milione di anni fa e da allora è iniziata una nuova era: l’era culturale. Ora, se ci guardassimo dall’esterno come fossimo extraterrestri ci renderemmo subito conto di non essere superiori. In realtà siamo organismi di transizione. Siamo simili agli altri animali ma anche diversi. Siamo oltre gli animali.

Di Piergiacomo Pagano*

E’ strano come nel vocabolario italiano alcuni termini quali educazione, insegnamento, apprendimento mantengano ancor oggi significati sostanzialmente positivi. Non a caso la loro accezione è ancora legata al concetto di scuola e di famiglia come unici mezzi nei quali il bambino imparava a conoscere un mondo dove gli altri e la comunità erano più importanti della propria persona. Nel corso degli ultimi decenni, però, tutto è cambiato. I mezzi di comunicazione si sono così ampliati e diffusi da non poter più negare che la nostra “educazione” provenga da una miriade di fonti. I giornali, le televisioni, internet, i social network diffondono notizie del tutto indipendenti dalla bontà del messaggio che portano. Siamo diventati spettatori e soprattutto attori di un rapidissimo cambiamento dove il singolo viene idolatrato a scapito della comunità. Siamo stati dei campioni nell’imparare che la nostra privacy è inviolabile e a creare barriere di egocentrismo.

In campo ambientale, oggi più di ieri, vale la regola NIMBY, acronimo derivato dalla frase anglosassone “not in my back yard” che sostanzialmente significa: fate ciò che volete basta non tocchiate il mio cortile. Eppure la morale ci dovrebbe insegnare l’amore verso il prossimo e soprattutto verso il bene comune. D’accordo, la questione è piuttosto complicata e non può essere congedata con un paio di frasi buttate là. Il caso TAV, ad esempio, non è facilmente liquidabile con una battuta, né pro, né contro. Tuttavia rimane indigesto il pensiero sul perché le manifestazioni contro il TAV siano così frequentate e seguite dai media mentre nessuno, o veramente pochi, si è mosso quando l’allora ministro Elsa Fornero sciabolava tagli quasi alla cieca sui pensionandi e in prospettiva su coloro i quali, giovani ora, sperano di poter avere una pensione in futuro. La libertà di parola è sacrosanta, tuttavia, proprio perché siamo immersi in una miriade di voci, la nostra vera Educazione, quella con la “E” maiuscola, diventa ancor più indispensabile. Non solo dobbiamo essere educati a saper scegliere le fonti più attendibili, dobbiamo anche assumere capacità di sintesi così da essere in grado di operare critiche costruttive.

La questione ambientale, come si sa e si può intuire da questa chiacchierata, è assai complessa. Tuttavia, fateci caso, riguarda sempre l’uomo o, meglio, l’interesse dell’uomo, l’interesse di gruppi di potere, l’interesse di pochi. D’altronde provate a chiedere a un bambino: “Perché dobbiamo salvaguardare l’ambiente?” Egli certamente risponderà da bravo scolaretto che la natura ci fornisce il cibo che mangiamo, i materiali per costruire le nostre case. Perché è bello camminare nei boschi e incontrare i caprioli. La stessa domanda posta a un adulto scolarizzato sarebbe certamente più complessa e articolata. Egli potrebbe elencare una serie di servizi che la natura ci offre. “I fiumi ci danno acqua da bere e ci depurano dai rifiuti. Se imbrigliati nelle dighe possono addirittura produrre energia pulita. I boschi purificano l’aria e fissano gran parte dell’ossido di carbonio così da limitare l’effetto serra. Eh, sì! L’effetto serra! Noi uomini stiamo inquinando il mondo fino a sconvolgere gli equilibri globali. Cambiamento climatico, desertificazione, inasprimento delle manifestazioni meteorologiche sono tutte conseguenze del nostro agire sconsiderato, del nostro egoismo sul volere tutto subito senza pensare alle generazioni future. Ecco perché dobbiamo proteggere l’ambiente.” Così direbbe, più o meno, una persona informata e saggia sulla situazione ambientale. E così diciamo noi. Tuttavia questa è solo una parte, la più piccola e forse biasimevole parte di una risposta veramente esaustiva. A pensarci bene essa salvaguarda un ristretto gruppo di potere: il nostro. Salvaguarda il nostro benessere di uomini. Dobbiamo avere cura della natura perché noi uomini ne traiamo beneficio. Filosoficamente si dice che questa concezione è “antropocentrica”.

Possibile, mi chiesi ormai quasi trent’anni fa, che non ci siano motivi più alti, più nobili, per salvaguardare l’ambiente che ci circonda? Possibile che la natura non meriti un rispetto per se stessa, ovvero che la natura non possieda un valore intrinseco che oltrepassa l’interesse umano? Non siamo in grado di dare alla natura il nostro amore disinteressato, senza richiedere nulla in cambio? Senza secondi fini? Ebbene nella mia ricerca a tutto campo, inizialmente come persona e come scienziato quale sono, successivamente come filosofo semplicemente appassionato, mi accorsi che non ero il primo a porsi queste domande. Anzi, una pletora di studiosi soprattutto nordici e di radice anglosassone stava cercando delle risposte sin dalla fine degli anni sessanta del secolo scorso. Costoro avevano iniziato a comprendere che la visione antropocentrica poteva essere mutata in una visione biocentrica o, ancora, in una visione ecocentrica. Non è questa la sede dove approfondire un discorso alquanto complesso e per questo rimando alle note bibliografiche in calce. Mi limito, qui, ad accennare che esistono diverse teorie che mettono al centro l’uomo (teorie identificate come antropocentriche forti e deboli con una miriade di diverse sfumature), teorie che mettono al centro la vita in generale (ovvero teorie biocentriche olistiche e individualistiche anch’esse con diverse sfumature che tendono a ritenere in un certo qual modo l’uomo e la natura degli elementi in conflitto) e teorie ecocentriche, vale a dire teorie che negano il contrasto e che sostengono che l’uomo è uno dei tanti elementi della natura e per questa ragione le nostre scelte devono partire dal presupposto che siamo interdipendenti. La disciplina che studia, ricerca e sviluppa il pensiero relativo all’ambiente prende il nome di filosofia ambientale e può essere così definita: la filosofia ambientale è lo studio interdisciplinare delle molteplici attività intellettuali umane quali le scienze fisiche, le scienze umane, la letteratura, l’arte, le tradizioni, le religioni ecc. allo scopo di elaborare riflessioni etiche utili alla politica, alla giurisprudenza e all’economia per il raggiungimento della sostenibilità, dell’equilibrio e dell’armonia con la natura.

A questo punto i più smaliziati tenderanno a chiedere in che modo la teoria si risolve nella soluzione dei problemi pratici. Inizierei col rispondere che spesso non ce ne rendiamo conto, ma quello che pensiamo si riflette sul nostro modo di percepire, di vivere, di comportarci, fino a farci sentire soddisfatti o sofferenti del mondo in cui viviamo. Le nostre idee, espresse attraverso la classe politica che votiamo, diventano leggi che incidono sulla nostra vita e su quella di chi abiterà, in futuro, il nostro pianeta. Attenzione che con “nostra” non intendo solo la “nostra” di uomini, bensì un concetto di “nostra” ben più ampio e che comprende tutti gli abitanti di questo pianeta. Continuerei, quindi, con un esempio pratico notando come la riflessione filosofica ambientale stia cambiando il nostro atteggiamento nei riguardi della natura. Concentriamoci sulla definizione del concetto di “sviluppo sostenibile”. Nel 1987 la World Commission on Environment and Development (WCED), istituita come organo indipendente dall’ONU per esaminare la situazione ambientale mondiale, pubblicò il rapporto Our Common Future. In esso si trova la prima definizione di sviluppo sostenibile che recita così: “lo sviluppo sostenibile è quello sviluppo che soddisfa le esigenze del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare le loro proprie esigenze”. Successivamente, nella definizione di sviluppo sostenibile all’interno del rapporto Caring for the Earth redatto da IUCN, UNEP e WWF nel 1991 entrò il concetto di salvaguardia degli ecosistemi. In questo rapporto si legge che lo sviluppo sostenibile è il “soddisfacimento della qualità della vita mantenendosi entro i limiti della capacità di carico degli ecosistemi che ci sostengono”. Infine nel 2005 le Nazioni Unite dichiararono che lo sviluppo sostenibile poggia su tre pilastri fondamentali: sviluppo economico, sviluppo sociale e protezione ambientale, mentre un quarto pilastro può essere considerato quello della diversità culturale.

Analizzando l’evoluzione del concetto possiamo notare che la definizione del 1987 è di stampo antropocentrico debole e ben poco si discosta da quel principio di “conservazione” di inizio secolo XX che enunciò l’americano Gifford Pinchot. La successiva definizione del 1991 rimane anch’essa di stampo antropocentrico ma riconosce l’esistenza di “soggetti”, gli ecosistemi, che  debbono essere salvaguardati quasi detenessero una sorta di “valore in sé”. Nell’ultima definizione diventa chiaro come debbano mantenersi separati gli interessi umani (sviluppo economico e sociale, diversità culturale) dall’ambiente (selvaggio e antropizzato). Secondo questa logica risulta evidente che non ha senso contrapporre l’uomo dal resto della natura e la via ecocentrica è senz’altro la più equilibrata.

Il nocciolo della questione riguarda sempre chi siamo noi uomini, qual è il nostro posto nella natura ed eventualmente qual è il nostro ruolo. Se fossimo superiori agli altri esseri potremmo sentirci giustificati nello sfruttare a nostro favore il mondo intorno a noi, se fossimo uguali agli altri ecco allora che dovremmo porci la questione di come trovare il giusto equilibrio tra necessità nostre e rispetto per il prossimo. Un piccolo inciso per sottolineare come ci sia una ulteriore via che sta percorrendo l’etica ambientale di fondamento cristiano. Secondo la nuova elaborazione cristiana noi esseri umani non saremmo letteralmente ciò che sta scritto nella Bibbia, ovvero che siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio e quindi siamo giustificati a dominare i pesci del mare, gli uccelli del cielo ecc.. Il Creato sarebbe proprietà di Dio e noi avremmo la responsabilità di averne cura così come un giardiniere ha cura del giardino del padrone. La loro visione, avendo Dio all’apice del ragionamento, può essere definita “teocentrica”.

Personalmente, essendo una persona pratica e agnostica, ho indirizzato gli studi nel campo dell’obiettività della scienza e infine ho proposto una mia personale teoria analitica. Date le sue caratteristiche si può dire che parta dall’idea ecocentrica, ma si sviluppa in senso diacronico. A differenza di tutte le altre teorie esistenti, infatti, la mia visione non è statica, una fotografia dello stato attuale delle cose, ma osserva la prospettiva storica per proiettarsi nel futuro. Per queste sue caratteristiche ho chiamato questa teoria eco-evo-centrismo ed è la base per le mie riflessioni in campo politico. Essendo sostanzialmente rivolte all’idea che l’uomo sia parte della natura ma che debba anche realizzarsi in quanto tale, le ho chiamate rispettivamente “ambientalismo propositivo” e “politica propositiva”. Lascio ancora una volta alla bibliografia in calce il compito di approfondire questi argomenti, in questa sede vorrei avere il piacere di presentare la mia teoria nel modo più semplice possibile.

Come accennato poco fa, alcuni credono che l’uomo sia un essere superiore. Le scienze, tuttavia ci dicono che le cose non stanno in questi termini e l’uomo è uguale agli altri esseri. Dapprima la fisica ha dimostrato che la vita e l’uomo sottostanno alle stessi leggi di natura così come tutto l’universo conosciuto. Successivamente la chimica ha comprovato che tutti gli organismi viventi, uomo compreso, sono fatti degli stessi elementi così come qualsiasi altro oggetto conosciuto, sia esso inorganico o organico. Pochi decenni fa la genetica ha scoperto che l’uomo condivide con tutti gli altri esseri viventi conosciuti lo stesso codice genetico. Infine l’ecologia sostiene, giustamente, che siamo come gli altri esseri immersi in una rete di relazioni reciproche. Anzi, saremmo testualmente meno importanti delle così dette “specie chiave”, indispensabili per la sopravvivenza degli ecosistemi.

I biocentristi rendono proprie queste indubitabili considerazioni scientifiche. Essi sostengono che noi pensiamo di essere superiori in quanto stiamo giudicando noi stessi. Se fossimo api penseremmo che noi imenotteri siamo esseri superiori. Lo stesso sarebbe se fossimo vermi, pesci e persino alberi. I biocentristi misantropi arrivano addirittura a sostenere che noi uomini siamo una specie parassita e la nostra eventuale dipartita sarebbe salutata con entusiasmo da tutti gli altri esseri sulla Terra.

Le cose non stanno in questi termini o, meglio, questa è una visione alterata che non tiene conto della realtà storica del nostro pianeta e non guarda al futuro. La scienza, infatti, ci dice molto di più di quanto fin ora scritto. Se guardiamo la natura con occhi olistici scopriamo un diverso essere umano. Un uomo che possiede una novità evolutiva che lo caratterizza e che lo affranca oltre le classiche, darwiniane, leggi evolutive. Siamo una importante singolarità. Andiamo oltre l’evoluzione biologica ed entriamo nell’era dell’evoluzione della cultura. I meccanismi evolutivi non sono gli stessi. L’evoluzione culturale prevede, infatti, la diffusione di idee “maladattative”. Intrigante… vero? Proseguiamo.

Quando un oggetto ha un numero di proprietà che vanno oltre la somma delle sue parti parliamo di “proprietà emergenti”. Le proprietà emergenti sono intorno a noi e scaturiscono dalle relazioni. Un animale non è semplicemente la somma di testa, zampe, occhi, ossa, fegato, ecc.. Anche un ecosistema presenta delle proprietà emergenti che scaturiscono dalla relazione delle specie ospitate e dall’ambiente inorganico. Un bosco non è semplicemente una sommatoria di alberi così come la ripa di un fiume non è solamente una barriera contro l’esondazione. Da un bosco e da una ripa scaturiscono nuove proprietà che forniscono una incredibile quantità di “servizi” naturali, come diceva poc’anzi la nostra persona informata e saggia. La stessa Terra presenta una grande quantità di proprietà emergenti tra le quali spicca il suo colore azzurro, frutto della coevoluzione tra vita e mondo inorganico.

Orbene, alcune tra le tanti proprietà emergenti possono considerarsi vere e proprie rivoluzioni. La nascita della vita è una di queste. Dopo il suo arrivo nulla è stato come prima. Una miriade di organismi viventi si sono evoluti in una quantità di forme diverse. Ora dobbiamo renderci conto che un’altra rivoluzione è “appena” (sto parlando di tempi geologici) avvenuta. Si tratta della comparsa della consapevolezza, una nuova proprietà emergente nata dalle interazioni tra i neuroni delle menti complesse. E dalla consapevolezza è scaturita la cultura.

Così come l’evoluzione chimica ha impiegato miliardi di anni per produrre la vita, l’evoluzione biologica ha impiegato centinaia di milioni di anni per produrre un aggregato nervoso capace di porsi domande su di sé. E’ accaduto qualche milione di anni fa e da allora è iniziata una nuova era: l’era culturale. Noi siamo i principali rappresentanti di questo nuovo salto evolutivo e per questo dobbiamo salvaguardarci, anche da noi stessi. Se ci guardassimo dall’esterno come fossimo extraterrestri ci renderemmo subito conto di non essere superiori. In realtà siamo organismi di transizione. Siamo simili agli altri animali ma anche diversi. Siamo oltre gli animali.

Ci sarebbe molto altro da dire ma purtroppo lo spazio a me dedicato è finito. Una sola cosa vorrei aggiungere. Vorrei lanciare un messaggio a tutti coloro i quali si interessano di educazione ambientale. L’educazione ambientale è di importanza basilare, su questo non c’è dubbio, tuttavia non deve essere intesa solo come trasferimento di idee per quanto sagge possano essere. L’educazione ambientale, a parere mio, deve essere uno stimolo alla riflessione. Deve fornire gli strumenti cognitivi necessari affinché ciascuno possa elaborare e sostenere una propria idea. Lo studio della filosofia ambientale, sotto questo aspetto, è la via migliore con la quale raggiungere questo scopo.

* Ricercatore all’ENEA di Bologna ed autore di numerose pubblicazioni scientifiche e divulgative, consigliate nei corsi di etica ambientale di alcune Università.

Bibliografia consigliata:

P. Pagano, “Filosofia ambientale”, Mattioli 1886, 2006

P. Pagano, “La politica propositiva: il governo nella globalizzazione e nel multiculturalismo”,

Limina Mentis, 2012

A. Poli (a cura di), “La persona nelle filosofie ambientali”, Limina Mentis, 2012

M. Andreozzi (a cura di), “Etiche dell’ambiente. Voci e prospettive”, LED, 2012

P. Pagano, “Storia del pensiero biologico evolutivo. Con riflessioni di filosofia ambientale”,

ENEA, 2013. scaricabile gratuitamente dal sito ENEA www.enea.it alla voce “produzione-

scientifica”.

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