Giocando con le app

Il mercato delle app per bambini si è messo in moto producendo un numero elevatissimo di giochi interattivi e dispositivi adatti ai più piccoli, ma non abbiamo nessuna ricerca che possa dimostrare se queste nuove modalità di gioco siano positive o negative per il loro sviluppo.


Quando in un gruppo di genitori si affronta il tema dell’utilizzo delle tecnologie digitali da parte dei bambini si assiste solitamente ad un acceso dibattito che vede diverse parti in gioco. Ci sono innanzi tutto i genitori favorevoli all’utilizzo dei mobile device da parte dei figli: in nome dell’innovazione tecnologica che sta trasformando la nostra società, considerano i propri figli nativi digitali e pensano che debbano vivere fin dai primi mesi di vita immersi nella tecnologia. All’estremo opposto troviamo i genitori contrari all’utilizzo delle nuove tecnologie, per i quali smartphone e tablet rappresentano una possibile fonte di problemi e sono per questo da evitare il più possibile. In mezzo troviamo numerosi genitori che non sanno bene come comportarsi e cercano nella propria e altrui esperienza qualche risposta utile ad orientare le proprie scelte educative. Al di là delle diverse convinzioni espresse, tutti si trovano d’accordo quando faccio notare che stiamo crescendo la prima generazione senza sbucciature sulle ginocchia.

Un po’ come gli atleti impegnati nel salto in lungo, che devono prendere la rincorsa per poter compiere un buon salto, anche noi dobbiamo fare due passi indietro (rischiando di sbucciarci le ginocchia) per poter affrontare il tema dell’utilizzo delle app da parte dei bambini. In un saggio del 1907, intitolato il Poeta e la Fantasia[1], Sigmund Freud scrive che i bambini prendono molto seriamente i loro giochi, rimanendo sempre consapevoli della distinzione esistente tra gioco e realtà. Nel gioco, il bambino si comporta come un poeta in quanto “si costruisce un suo proprio mondo o, meglio, dà a suo piacere un nuovo assetto alle cose del suo mondo”. Potremmo dire che giocando il bambino dà forma alla propria realtà. Proprio per questo motivo il gioco è un atto importantissimo, il cui contrario non è la serietà, come spesso saremmo portati a pensare, ma la realtà. Andando a fondo su questo punto, Freud ci fa notare come il cucciolo dìuomo sia perfettamente in grado di gestire il rapporto tra il suo gioco e la realtà, così da non vivere in un ambiente immaginario. Il bambino, infatti, “appoggia volentieri gli oggetti e le situazioni da lui immaginati alle cose visibili e tangibili del mondo reale”. Il gioco diventa pertanto il punto di incontro tra l’immaginazione e la realtà, l’atto singolare che permette di dare forma al mondo, sperimentandone i limiti e le regole. Giocando un bambino entra in relazione con ciò che lo circonda, ed è per questo che quando vediamo un bambino giocare restiamo sorpresi dalla sua serietà.

A distanza di un secolo sono certamente cambiate alcune modalità di gioco dei bambini. L’ultima frontiera è quella dei giochi “digitali”, giocabili solo ed esclusivamente tramite dispositivi elettronici. Nel 2010, i ricercatori del Joan Ganz Cooney Center,[2] avevano notato che sempre più spesso i bambini, anche di 3 anni, giocavano con l’iPhone o l’iPod touch dei genitori: chiamarono tutto questo pass-back effect, per sottolineare il passaggio all’indietro, fatto dai genitori, dei propri dispositivi elettronici che non erano certo stati pensati per i più piccoli. Nel giro di pochissimo tempo il mercato delle app per bambini si è messo in moto producendo un numero elevatissimo di giochi interattivi e dispositivi adatti ai più piccoli, ma ancora adesso non abbiamo nessuna ricerca che possa dimostrare se queste nuove modalità di gioco siano positive o negative per il loro sviluppo. Non essendoci evidenze empiriche, questo tipo di dibattito si sposta troppo facilmente su un piano ideologico tra chi sostiene che il digitale sia il futuro e chi preferisce il gioco tradizionale perché lo considera più genuino. Per non perderci, proviamo a ripartire dal perché un bambino gioca.

Pur essendo cambiate le modalità di gioco, infatti, non abbiamo motivo di pensare che si siano modificate anche le motivazioni che ci stanno dietro: grazie all’atto del giocare è possibile per il bambino dare spazio alla propria immaginazione e appoggiarla ad oggetti (che non per forza devono essere oggetti materiali) della realtà. Il gioco per eccellenza che permette questo tipo di operazione è quello del “facciamo finta che”, in cui il bambino, stando nella finzione, può sperimentare parti di sé in piena libertà e al sicuro, perché come dicevo prima il limite della realtà non è mai messo in discussione. L’importante è pertanto che un gioco possa liberare la fantasia dei bambini mettendola in relazione con la realtà. Le app per bambini, in alcuni casi, sono in grado di riprodurre tutto questo e offrono una nuova ed eccitante occasione di gioco. Ci sono app che, consentendo al bambino di compiere un numero elevato di azioni, ne stimolano la creatività e le possibilità espressive. Non deve però mai mancare il legame con la realtà, senza il quale il bambino rischia di non fare alcun tipo di esperienza e il suo giocare si limita ad una ripetizione di un atto spogliato di senso. Come accennavo poco sopra è nella relazione con la realtà che il gioco può dare i suoi frutti, consentendo alla fantasia e all’immaginazione di trovare espressione.

Esistono ad esempio alcuni giochi digitali che non si esauriscono all’interno del dispositivo, ma che rendono il device uno strumento con cui il bambino può giocare ad esplorare il mondo. Gli smartphone, con tutte le loro applicazioni come la fotocamera o il GPS, hanno infatti una caratteristica unica: quella di essere mobile, ovvero trasportabili ovunque. In questo modo i bambini possono usare i dispositivi per muoversi all’interno della realtà circostante, sfruttando le potenziali creative che il digitale consente. Altre app, invece, per poter funzionare richiedono la partecipazione di più bambini o dei genitori. In questo modo il gioco diventa strumento di relazione, di incontro e di scambio tra diverse persone consentendo di giocare utilizzando le nuove tecnologie e riducendo così il rischio di venire assorbiti da esse.

Il ruolo che i genitori possono avere in questo discorso, come si sarà potuto cogliere, è molto importante. La scelta di un gioco, piuttosto che di un altro, passa infatti da loro e non si deve lasciare in mano ai bambini la possibilità di fare qualsiasi cosa con lo smartphone di mamma e papà. Sul mercato si trovano infatti innumerevoli applicazioni per bambini e, come è logico, esistono app miglior di altre, oltre ad esserci giochi più adatti ad un bambino piuttosto che ad un altro. Facciamo un salto fuori dall’apple store e immergiamoci un attimo con la fantasia in un mercatino che vende giocattoli per bambini. La prima cosa che salta all’occhio è che alcune bancarelle offrono giochi gratuiti. Questo ci fa pensare che il giocattolo in questione sia scadente oppure che da qualche parte abbia dei difetti. Perché mai un produttore di giochi dovrebbe regalarmi il suo prodotto? Come può vivere se non richiede un compenso per le sue creazioni? Siccome la risposta a queste domande potrebbe portarci fuori strada, limitiamoci a dire che i giochi gratuiti, a meno che non siano in offerta solo per qualche giorno, sono da guardare con sospetto. Il loro valore educativo è piuttosto basso e i bambini rischiano di rimanere intrappolati in giochi ripetivi per numerose ore. Passato l’entusiasmo dovuto all’idea di poter fare affari risparmiando soldi, ci dirigiamo verso le bancarelle che propongono giochi con un costo. Ci informiamo sul tipo di giocattolo, sul materiale con cui è fatto, sull’età in cui ci si può giocare, se è un gioco da fare in compagnia e poi pensiamo a nostro figlio, cercando di acquistare quel gioco che meglio sposa i suoi interesse con l’attività che vogliamo proporgli. Se ad esempio pensiamo che sia bene che passi più tempo all’aria aperta una bicicletta sarà più adatta di un gioco di società. Finito questo viaggio virtuale nel mercatino dei bambini, torniamo a rivolgere lo sguardo all’interno dell’apple store per  scegliere quei giochi che pensiamo possano essere più adatti all’età e all’esperienza di gioco che vorremo che nostro figlio facesse. In questa ricerca si può e si deve essere aiutati dai molti siti che recensiscono queste app e dall’esperienza di altri genitori.

Non è però detto che un gioco digitale, per quanto ben progettato, possa essere adatto a tutti i bambini. In alcuni casi possiamo infatti osservare alcuni sintomi legati all’utilizzo delle nuove tecnologie, come un aumento di nervosismo, una tendenza alla chiusura o la presenza di comportamenti aggressivi. In queste situazioni il gioco non permette al bambino di mettere in moto la sua fantasia e la sua immaginazione, che sembrano essere rinchiuse all’interno di una serie di atti ripetuti e privati di senso. Il bambino muove le sue dita sul tablet ma non sta più giocando, nel senso che non è più lui a costruirsi “un suo proprio mondo o, meglio, [a dare] a suo piacere un nuovo assetto alle cose del suo mondo”[3]. Il gioco lo ha assorbito al suo interno e in questo modo lui ha smesso di giocare. In questi casi non è sbagliato decidere di smettere di dare il tablet al bambino e privilegiare altri tipi di attività che ridiano al gioco il posto che si merita. Ci saranno certamente nuove occasioni per proporre un gioco digitale o magari si può limitare l’uso ad alcune app da giocare insieme.

Queste nuove modalità di gioco devono essere introdotte dai genitori con consapevolezza e serenità, smettendo di credere alla favola del bambino “nativo digitale”. Il fatto che un neonato sappia aprire un’app sullo smartphone di papà a 6 mesi non significa che esso abbia delle capacità sopra la media, ma solo che è fortemente attratto da quell’oggetto che il genitore ha sempre in mano, a maggior ragione per la luce che emana quando lo si tocca. Accorgersi di questo significa non dare troppa importanza alle nuove tecnologie e non pensare che esse possano aiutare a far crescere un bambino perfetto, che soffra il meno possibile e che, magari, non riporti troppe sbucciature sulle ginocchia. Questo modo di pensare è figlio di una corrente ideologica che alcuni teorici chiamano “soluzionista”[4], ovvero l’idea che il web possa risolvere tutti i problemi dell’umanità, come la corruzione, la violenza, l’odio tra le persone Secondo questa prospettiva anche l’educazione, passando attraverso la digitalizzazione, potrà finalmente essere “perfetta” e rendere la terra un posto migliore in cui vivere. Può darsi che il web possa arricchire gli strumenti educativi a disposizione ma a patto di non dimenticare che la relazione educativa non potrà mai essere sostituita da un’app e che le nuove tecnologie non eviteranno ai bambini di compiere quella fatica necessaria a crescere. Inutile pertanto credere a chi dice il contrario e restare eccessivamente colpiti dalle pubblicità di quelle app che promettono la felicità dei figli senza chiedere al genitore alcuno sforzo educativo.

Psicoterapeuta, da anni si occupa del rapporto tra l’uomo e le nuove tecnologie.

Organizza gruppi per genitori sull’educazione digitale e scrive su un blog all’indirizzo www.albertorossetti.com

Note:

[1] Freud S. (1907), Il poeta e la fantasia, in OSF, Vol V, Bollati Boringhieri.

[2] Il Joan Ganz Cooney Center è un centro di ricerca indipendente con sede negli USA che si occupa di educazione e nuovi media.

[3] Freud S. (1907), Il poeta e la fantasia, in OSF, Vol V, Bollati Boringhieri

[4] Morozov E., (2014), Internet non salverà il mondo, Mondadori.