Scelti per voi – Musica

 

Various artists

Everybody has a story

Thirty Tigers, 2013, € 20,93

 

Cold Satellite

Cavalcade

Signature, 2013, € 20,40

 

John Fullbright

From the ground up

Thirty Tigers, 2013, € 17,90

 

Eels

Wonderful,
glorious

Coop, 2013, € 18,20

 

Queens Of Stone Age

Life Clockwork

Matador, 2013, € 19,20

 

Occorrerà un giorno che un Duchamp o un dadaista post-punk si sbizzarrisca a fornire una rappresentazione credibile dell’immaginaria topologia mentale del posto che occupa nella psiche di ciascuno un luogo chiamato ospedale. Dove lo si colloca e perché? Bisognerà poi considerarla in rapporto a chi sta fuori e, ovviamente, qui il discorso cambia, a chi sta dentro. Per questi, infatti, l’ospedale dischiude un mondo, non privo di un suo fascino come dimostrano un sacco di serie televisive sul tema.

E’ un universo che partecipa, più di altri, di quel che l’umano è, nel bene e nel male. La sofferenza, la compassione, la speranza, la rassegnazione, l’amore, l’invidia… E, poi, ancora, il tempo. Impossibile pensare all’ospedale senza tener conto del modo in cui sequestra questa dimensione, la assoggetta, ne dispone a suo piacimento. E così il tempo scandisce un respiro, un gemito, un’attesa e, insieme, l’eternità, prossima all’immediato, ma anche alla morte. Che c’entrano allora, direte voi, le canzoni? E, invece, c’entrano eccome. Ascoltate il cd dal titolo bello e giusto, freudianamente corretto: Everybody has a story. Il disco raccoglie una serie di brani composti dai pazienti del Monroe Carell Jr. Children’s Hospital a Vanderbilt nell’ambito dei programmi di musica terapia. I pazienti hanno scritto i pezzi ispirandosi alle loro vicende, ai loro dolori; poi, loro o le loro famiglie si sono ritrovati in studio di registrazione dove hanno incontrato gli artisti che hanno registrato i brani. Un’esperienza commovente, unica. Tra i cantanti che hanno interpretato i pezzi compaiono personaggi come Amy Grant (“What is normal”), Alison Krauss (“Help me”), Faith Hill (“You have to believe”), Vince Gill (“That’s who I am”) e altri. Di ogni canzone, nel pieghevole allegato, è brevemente ricostruita la situazione personale che l’ha generata. Avrebbero potuto metterci, a questo punto, anche il testo… Pazienza. Ovviamente, il ricavato delle vendite del cd andrà alla fondazione che sostiene i progetti di musico terapia nell’ospedale. Una buona causa, insomma.

Andiamo avanti. O, forse, restiamo in tema. Non è il rock la forma ultima, più immediatamente incisiva e inevitabilmente moderna attraverso cui il dolore e la sofferenza cercano una voce?  Leggiucchiavo il romanzo di Daniel Glattauer (Le ho mai raccontato del vento del Nord, ed. Feltrinelli), suggestionato nella memoria dagli echi di una stupenda, grandiosa canzone di Dylan (facile indovinarne il titolo, da brividi sulla pelle la versione che ne fece poi con Johnny Cash), dove si racconta di una sorta di “liaison” sentimentale contemporanea, generata via internet e, in associazione, pensavo alla canzone, quella di qualità s’intende, come manifestazione profonda della sensibilità poetica attuale? Sono domande, “of course”, decisamente retoriche e, quindi, proseguo il discorso. Passando da Everybody has a story all’incipit di “Elegy (in a distant room)” dei Cold Satellite, brano d’apertura del loro ultimo cd dal titolo Cavalcade: “In a distant room/ You are always dying/ We watch it come/ Slowly in its way”. Provo a tradurre, molto (o troppo?)  liberamente: “In una stanza lontana/ Tu stai sempre morendo/ Stiamo lì a guardare quest’accadimento succedere/ Lentamente nel modo che gli è proprio”. I versi, in particolare, pusher dixit, sono di Lisa (improbabile incarnazione a posteriori della “Sad Lisa” di Gattone Stevens? No, ovviamente, scherzo, Lisa è un’acclamata poetessa americana…) Olstein e Jeffrey Foucault (ma il torbido e ambiguo filosofo Michel non c’entra nulla, I suppose). Il cd è bello, “sentito”, tanto, tanto rock, a metà strada tra i Rolling Stones e i Crazy Horse. Impressiona o, meglio, mi impressiona la voce di Jeffrey che sembra trasmettere nella sua intonazione l’intima verità dei testi che Lisa ha scritto, come se bucassero la scrittura o la sua rappresentazione figurata per toccare direttamente il cuore di chi ascolta.

Ma la vera sorpresa, il cd che più mi è piaciuto è quello d’esordio di tale John Fullbright, un nome una profezia. Illuminante, insomma. L’album si chiama From the ground up. Non conosco l’origine del cantautore, ebraica come Dylan o Cohen? Potrebbe essere, azzardo. Sta di fatto che si parte con la trascinante, potente “Gawd above”, dove quello strano termine iniziale sta per God, cioè Dio, giustamente occultato, credo, in segno di rispetto. Il brano è, come ho detto, fulminante, irresistibile nel suo attacco. Ma poi John insiste sul tema religioso. Il pezzo che segue non è da meno, sia per la carica che per l’argomento. Titolo: “Jericho”, non so se mi spiego… E poi ancora la delicatissima “I Only Pray At Night”, e poi ancora “Satan and Paul”… Particolarissima, inusuale è poi un brano “Fat man”, piano e voce, che si discosta dagli altri, una composizione alla Kurt Weill. Ho il vago presentimento che il nostro John abbia qualche questione in sospeso con il padre o quel che simbolicamente ne tiene il posto. Pura illazione? Psicoanalisi da quattro soldi? Col tempo arriverà l’agognata risposta, come la bottiglia con il messaggio (citazione dei Police!) al povero naufrago, sequestrato su un’incantevole isola prigione. Sta di fatto, per farla breve, che John inizia alla grande, rifacendo una rilettura personalissima della creazione biblica (“Six long days, Seventh day He rested…” e cioè: “Sei lunghi giorni, il settimo Lui si riposò…”), per terminare con “Song For A Child”. Vale a dire: “Little boys grow up to be their daddies/ That makes mamas love them even more/ And even though the world may treat you badly/ You’ll be daddy’s child forevermore/ You’ll remain a child forevermore. Detto altrimenti, sempre in maniera alquanto libera, tradurrei così: “I bambini crescono per essere i loro padri/ facendo così crescere ancor di più l’amore materno verso di loro/ E anche se il mondo può trattarti male/ Tu sarai ancora più il bambino di papà/ Tu rimarrai ancor più un bambino”. O no?

Vengo rapidamente ai ritorni. Parlando degli Eels sono di parte e quindi il mio giudizio può  risultare discutibile, gli voglio bene. Cantano una ferita che non si rimargina, follia sofferta, storia tragica… Psichiatria e rock. L’ultimo album s’intitola Wonderful, glorious. Niente male, proprio niente male, però. Specie le ballatone esistenziali come “On the ropes”, dove il mitico e sopravvissuto E canta frasi del tipo “watching the death of my hopes” e cioè (tradurrei…) “stando lì a guardare la morte delle mie speranze” o “True original”.

Infine, è piaciuto parecchio ai critici l’ultimo disco dei Queens Of Stone Age. Persino Internazionale ne ha tessuto le lodi. Josh Homme, il leader della band, dato prematuramente per disperso, è risorto, dopo anni. Il cd che ha prodotto insieme ai suoi compagni d’avventura è Like Clockwork. A me non ha entusiasmato, anzi proprio non mi ha soddisfatto nemmeno un poco. L’ho trovato un po’ confuso, un po’ sbrindellato… Parere personale, ovviamente… Bye bye.