Sillabario Pedagogiko – Bene/2

 

Bene/2

di Francesco Cappa

 

Bene/2

di Francesco Cappa

 

Nel manifesto sui beni comuni di Ugo Mattei si sottolinea che la “cultura critica”, oltre a rappresentare l’investimento necessario per creare domanda di beni comuni e la percezione sociale dell’esistenza e della vulnerabilità di tali beni, è essa stessa un bene comune.

Un bene comune, è differente sia dalla proprietà privata quanto da quella pubblica, esso non può essere concepito come un semplice oggetto: non può essere colto con la logica meccanicistica e riduzionistica che separa nettamente oggetto e soggetto. Mattei sostiene quindi che un bene comune non può essere ridotto all’idea moderna di merce. “Il bene comune, infatti, esiste soltanto in una relazione qualitativa. Noi non ‘abbiamo’ un bene comune (un ecosistema, dell’acqua), ma in un certo senso ‘siamo’ (partecipi del) bene comune (siamo acqua, siamo parte di un ecosistema urbano o rurale). […] Per questo essi [i beni comuni] resistono a una concettualizzazione teorica scompagnata dalla prassi. I beni comuni divengono rilevanti in quanto tali soltanto se accompagnano la consapevolezza teorica della loro legittimità con una prassi di conflitto per il riconoscimento di certe relazioni qualitative che lo coinvolgono. In altri termini, i beni
comuni sono resi tali non da presunte caratteristiche ontologiche, oggettive o meccaniche che li caratterizzerebbero, ma da contesti in cui essi divengono rilevanti in quanto tali
”.

In questa prima definizione spiccano due elementi fondamentali: il fatto che il bene comune si fondi su una natura squisitamente qualitativa e che questa natura possa essere compresa, e assume legittimità, solo se agganciata ad una prassi che abbia conseguenze politiche.

Un riferimento fondamentale per la concezione di bene comune sostenuta da Mattei è la fenomenologia: è su di essa infatti che questo autore fonda la sua definizione relazionale del bene comune. Mattei riprende la critica che Husserl, il padre della fenomenologia filosofica, rivolge all’oggettività. I beni comuni, per Mattei, non possono essere “oggettificati”, per questo motivo alcune classificazioni che iniziano a emergere riguardo ai beni comuni, quali per esempio beni comuni naturali (ambiente, acqua, aria pulita) e beni comuni sociali (beni culturali, memoria storica, sapere), o ancora beni comuni materiali (piazze, giardini pubblici) o immateriali (spazio comune del web) devono essere oggetto di una  riflessione critica approfondita e devono generare una nuova consapevolezza. Esse veicolano la vecchia logica meccanicistica nella quale è sempre presente un’istanza di mercificazione dell’esperienza umana.

La questione, anche per la formazione, sta proprio qui: bisogna cercare di evitare di mercificare le esperienze, affinché non siano più ingabbiate nella logica stretta dell’uso e del consumo, ma rispondano a un’idea di funzionalismo nel senso più alto del termine. Ossia, se il soggetto prende su di sé una parte della responsabilità che il bene comune pone al centro dell’esperienza sociale, ciò deve implicare una differente posizione del soggetto rispetto alle motivazioni delle sue azioni, dei suoi “atti”.

La consapevolezza dei beni comuni e la trasformazione motivazionale del soggetto quindi non può essere prodotta dal marketing, ma deve passare attraverso la lente di un sapere critico. Per generare questa trasformazione i luoghi in cui la cultura, il sapere e la formazione si generano a livello collettivo, prima di tutto l’Università e i media, devono essere all’altezza del compito, promuovendo e non vendendo, generando partecipazione politica autentica per la formazione di una cittadinanza critica.

In questo discorso però non viene sottolineato un aspetto importante per le conseguenze politiche e culturali di questa rivoluzione degli apparati motivazionali dei soggetti e degli attori sociali: la dimensione pedagogica che sorregge questo cambiamento. Quali dovrebbero essere le caratteristiche specifiche di una formazione congruente con la concezione dei beni comuni e che allo stesso tempo consenta e garantisca questa rivoluzione culturale e “motivazionale”?

La pedagogia fenomenologica, per esempio quella proposta negli anni Novanta del XX secolo da Piero Bertolini in Italia, ha caratteristiche molto vicine a quelle che sembra avere in mente Mattei quando pensa al cambiamento dei luoghi in cui si fa formazione di massa e si costruisce una coscienza critica in vista di una partecipazione democratica. Ma un aspetto da non sottovalutare dei beni comuni è la loro relazione profonda con il contesto e la materialità in cui vengono “praticati”. Per dar conto, da un punto di vista formativo, della complessità dei nuovi contesti, anche virtuali e immaginari, in cui i processi educativi e pedagogici oggi vengono attivati, crediamo che all’attenzione della fenomenologia per l’intreccio inestricabile di soggetto e oggetto vada affiancata una visione e una pratica della formazione che intenda la formazione come un dispositivo.

Intendere la formazione come un dispositivo significa comprendere la complessità di ciò che avviene nei processi formativi, rendere leggibili le dimensioni strutturali dell’educazione – per esempio quella dello spazio, del tempo, dei corpi, dei simboli, delle immagini – come un fascio di forze che in un campo determinato d’esperienza producono effetti di formazione e di deformazione sui soggetti. Significa ristabilire il nesso tra sistemi di potere e congegni di produzione di condotte individuali e collettive; in altre parole il nesso tra mondo della formazione e mondo della vita.

Qualsiasi cultura critica non può essere slegata dai luoghi in cui si fa formazione.

L’accadere della formazione è sempre un accadere storico-sociale, rinvia a ciò che assumiamo come “materialità educativa”, ossia l’insieme di quelle determinazioni concrete che rendono possibile il processo di formazione sia in quanto mondo vitale, sia in quanto azione intenzionale, sia in quanto evento che supera le nostre intenzioni e, a volte, la nostra stessa consapevolezza.

Da questa prospettiva una storia formativa può essere compresa solo nell’intreccio con la storia di vita e ogni storia di vita è comprensibile solo alla luce di una certa storia di formazione. Inoltre ciò che conta e che determina “le conseguenze sulle persone”, direbbe Bauman, non sono solo “le storie” ma, soprattutto, le interpretazioni che i soggetti danno di questo intreccio di storie e gli orizzonti di significati che queste generano. Sarà questo intreccio a ripresentarsi sempre di nuovo nelle pratiche di ognuno e a orientare, in modo ineludibile, le scelte sulla scena della formazione organizzata. Sarà questo intreccio a mettere al lavoro le latenze che ‘guidano’ il processo in cui i soggetti sono presi e allo stesso tempo prodotti.

Questo intreccio risulta analogo a quella necessità formativa implicita nella teoria dei beni comuni. Necessità che porta uno spostamento da una visione della formazione come mera erogazione tecnica organizzata a una visione della formazione come dispositivo, che intrecci di continuo il piano del mondo della vita con quello del mondo della formazione, l’esperienza professionale con quella esistenziale, le scelte personali con quelle collettive, la posizione politica con quella culturale.

Un passaggio di una canzone di De Gregori, scritta molti anni fa, intitolata Bene, mi ha sempre colpito e mi torna alla mente rispetto alle ultime considerazioni: “E qualche volta aspettami sul ponte, i miei amici sono tutti là/ con lunghe sciarpe nere ed occhi chiari hanno scelto la semplicità/ se Luigi si sporge verso l’acqua sono solo fatti suoi”. Riascoltati oggi questi versi possono risuonare come un doppio monito per chi voglia fare formazione. Indicano che scegliere la ‘semplicità’ non è possibile se si vuol fare bene il lavoro della formazione, dell’educazione, dell’insegnamento, della cura. E, allo stesso tempo, saldano questo lavoro ad un gesto, insieme culturale e politico, che lega sempre il mio agire a quello degli altri, il mio bene a quello degli altri.

Quello che va promosso, attraverso la formazione come “bene”, è un passaggio culturale di mentalità che incida sulla logica strettamente economica [anche delle nostre economie interne] e che abbandoni la logica dell’avere (e del potere in eccesso) per sperimentare la logica dell’essere (che ammette un potere che punti al bene di tutti, ad un essere-con). In formazione questo passaggio può essere rappresentato da un modo di intendere l’educazione, la formazione e la pedagogia a partire dal nodo etico che si stabilisce fra mondo della vita e mondo della formazione. Lo stesso nodo etico che dovrebbe generare un cambiamento culturale in senso ecologico-politico nella percezione e nella relazione con i beni comuni. Quel cambiamento culturale, sempre evocato dai teorici della decrescita e non solo da loro, ormai.

Ne consegue però, come sosteneva Jerome Bruner già molti anni fa, parlando di “cultura dell’educazione”, che una formazione e un’educazione che non si assume questa responsabilità finisce per perdere vitalità e per divenire alienante. Una formazione efficace “è sempre in equilibrio precario, sia nella cultura nel suo complesso che nei gruppi che la rappresentano, più preoccupati di mantenere lo status quo che di promuovere la flessibilità. C’è anche un corollario, perché quando una cultura restringe la sua portata interpretativa, riduce anche la capacità di adattarsi al cambiamento. E nel mondo contemporaneo il cambiamento è la norma”.

La posta in gioco è qualcosa che dalla formazione passa senza soluzione di continuità nell’esistenza delle singolarità e della comunità. La posta in gioco in ogni formazione riguarda in fondo l’essere-in-comune: indica non tanto un modo della relazione, ma “un essere in quanto relazione, identico all’esistenza stessa”, come scriveva Jean-Luc Nancy ne La comunità inoperosa. Quel che è in gioco nell’essere-in-comune è comprendere come il capitale “capitalizza il comune e dissolve l’in”. Significa quindi continuare a domandarsi che cosa voglia dire fare formazione in vista di una rivoluzione dello sguardo dei singoli rivolto verso l’orizzonte delle comunità di pratiche alle quali appartengono o apparterranno in futuro.