Siamo tutti della Terra

Siamo tutti della Terra

Se desideriamo trasmettere alcuni valori che riteniamo utili per le future generazioni dobbiamo, innanzitutto, applicarci per diventare buoni esempi (e dunque buoni educatori) di quanto sosteniamo con le parole. Dobbiamo, pertanto, “educarci per educare” all’ambiente e, per farlo, dobbiamo attribuire al rapporto “ecosistema-specie umana” il giusto significato.

Gianluca Salvati*

Siamo tutti della Terra

Se desideriamo trasmettere alcuni valori che riteniamo utili per le future generazioni dobbiamo, innanzitutto, applicarci per diventare buoni esempi (e dunque buoni educatori) di quanto sosteniamo con le parole. Dobbiamo, pertanto, “educarci per educare” all’ambiente e, per farlo, dobbiamo attribuire al rapporto “ecosistema-specie umana” il giusto significato.

Gianluca Salvati*

C’è bisogno soprattutto

di uno slancio generoso

fosse anche un sogno matto

(“Don Chisciotte”, F.Guccini)

Proviamo a immaginare, per un attimo, cosa sarebbe della nostra vita se tutte le comodità che il progresso ci ha regalato venissero improvvisamente meno. Come fantasticato nel libro La fine del mondo storto[1], ci troveremmo catapultati in un mondo in cui l’unica speranza dipenderebbe dalla capacità di recuperare stili di vita ormai dimenticati. Immersi in un contesto sociale privo di regole e in un ambiente non sempre ospitale, ci vedremmo costretti a vivere seguendo abitudini ritenute dai più, oggi, estreme. Uno scenario affascinante ma, al contempo, indubbiamente annichilente al quale, probabilmente, ben pochi di noi desiderano realmente assistere. Eppure, nonostante la minaccia di un progresso potenzialmente catastrofico per l’umanità non possa essere accantonata come “pura fantasia”, i comportamenti e le scelte in materia di rispetto ambientale sono ancora molto lontani da una serena convivenza della specie umana con il pianeta che la ospita. La paura dei danni che potremmo arrecare all’ecosistema non sembra fermare il desiderio di dominio sulla natura. Hans Jonas parlava, trent’anni fa, di euristica della paura come “motore” della responsabilità e dell’azione[2] e, da allora, le notizie che avrebbero potuto intimorire l’umanità non sono mancate come non sono mancati coloro i quali, a livello individuale o collettivo, hanno operato scelte eco-sagge. Purtroppo però, sono ancora molti quelli che, attraverso una poderosa opera di rimozione, trascurano i rischi connessi ad uno stile di vita non sostenibile. Difficilmente possiamo credere che manchino le conoscenze in materia, soprattutto quando pensiamo a scelte operate in ambito politico o economico-produttivo. I concetti scientifici e le parole connesse al rispetto ambientale, infatti, non mancano e sono state accompagnati da un progressivo aumento della divulgazione a tutti a livelli.

Per chi si occupa quotidianamente di educazione potrebbe allora essere utile affrontare la questione ripartendo dal significato che attribuiamo al nostro essere-nella-natura. Non dimentichiamo, infatti, che le nostre convinzioni più profonde condizionano i nostri comportamenti e le nostre scelte e, di conseguenza, i messaggi che trasmetteremo a chi ci ascolta e ci osserva nel nostro ruolo di genitori, formatori o insegnanti.

Se desideriamo trasmettere alcuni valori che riteniamo utili per le future generazioni dobbiamo, innanzitutto, applicarci per diventare buoni esempi (e dunque buoni educatori) di quanto sosteniamo con le parole. Dobbiamo, pertanto, “educarci per educare” all’ambiente e, per farlo, dobbiamo attribuire al rapporto “ecosistema-specie umana” il giusto significato.

Perché, ampliando il titolo di questo contributo, potremmo affermare che “la Terra è di tutti e tutti siamo della Terra”? Perché, come ripreso anche da Heidegger con il mito della Cura, tra l’uomo e la terra sussiste un legame profondo e imprescindibile. Questo introduce due concetti fondamentali: la relazione uomo-natura e la radice comune a tutti gli esseri umani.

In merito al primo aspetto il rimando è al concetto di alterità: la natura e la specie umana sono, infatti, legate da quella che è stata definita “ambigua alterità”[3] in quanto l’umanità si trova ad essere sia parte di sia altro da rispetto alla natura. Rispetto a quest’ultima infatti, esperiamo una relazione di inevitabile appartenenza ma, al contempo, di distanza per via della nostra sviluppata capacità di modificare l’ambiente nel quale ci troviamo immersi. Questa particolare relazione intrattenuta dalla nostra specie con il mondo ci permette di individuare, nelle innegabili diversità locali, una radice comune a tutti gli esseri umani: tutti apparteniamo, infatti, al sistema “Terra” e, almeno per il momento, nessuno può sottrarsi ai vincoli dettati da questa appartenenza. In questo senso tutti gli uomini e le donne del pianeta sono accomunati dal loro “essere-della-Terra”. Se, però, prendiamo in esame le smisurate capacità tecnologiche raggiunte da una porzione dell’umanità la situazione cambia radicalmente. Il divario tecnologico e le differenti condizioni di vita sono una realtà tristemente nota. Se incrociamo questo dato con la limitatezza delle risorse ambientali è facile comprendere come se una parte della popolazione mondiale, solitamente definita “occidentale”,  mantiene stili di vita ad altissimo impatto ambientale il resto degli uomini e delle donne del pianeta dovranno cavarsela con ben poco. Possiamo chiamarla, seguendo una definizione ormai nota, “Impronta Ecologica” e pensare che, se tutti gli abitanti della Terra utilizzeranno lo stile di vita di una piccola frazione di umanità come metro per valutare il benessere raggiunto, è evidente che il nostro pianeta non sarà in grado di sostenere un popolazione mondiale che si avvia a diventare sempre più numerosa.

Non solo, ma è ormai chiaro come le conseguenze delle scelte operate in una parte del mondo si riflettano ben oltre il livello locale in cui si sono sviluppate andando spesso a colpire proprio i paesi più poveri e arretrati.

Il rimando è, pertanto, alle diverse culture che popolano il pianeta, con le loro differenze e i loro punti di contatto. Indubbiamente le popolazioni hanno sviluppato un rapporto profondo con lo spazio naturale nel quale si sono sviluppate. Un rapporto fatto di influenze reciproche, dove, ad un certo punto, l’impatto della specie umana sulla natura è diventato invasivo e pericoloso per la stessa specie. Questo è accaduto prevalentemente in alcune parti del pianeta e in alcune culture ma, nel mondo globalizzato, tende a diventare un fenomeno sempre più diffuso mentre le specificità delle culture, con il loro particolare rapporto con la natura, tendono ad essere assimilate in un unico modello (riassumibile nello “scivoloso” concetto di “sviluppo”). Parlare di culture diverse e di incontro tra culture diverse significa, quindi, trovarci immersi tra modelli, interpretazioni e concezioni della natura estremamente diverse. L’apertura, per il mondo dello sviluppo capitalistico, a modelli alternativi di relazione con la natura potrebbe celare la chiave per una relazione meno distruttiva con la natura, “Pacha Mama” di tutti gli uomini e le donne del pianeta.

Se avessimo bisogno di conferme in merito alla ricchezza che la diversità porta con sé potremmo cercarne traccia nella sua espressione naturale: la biodiversità. Come ci insegna Wilson[4] la diversità biologica o biodiversità[5] rappresenta una base fondamentale per lo sviluppo e la conservazione della vita sulla Terra.

Allo stesso modo anche la diversità, che sia individuale, di genere o di appartenenza etnica, nasconde la chiave per uno sviluppo che sia fonte di reale benessere per tutti gli abitanti del pianeta. Uno sviluppo che non coincide affatto con la semplice produzione e accumulo di oggetti destinati a riempire le discariche appena passati di moda[6]. Si pensi, ad esempio, al lavoro di ricerca svolto in questi anni da M. Giusti e a come siano proprio gli stranieri, nostra alterità, a riscoprire il valore degli spazi aperti, della domenica passata in famiglia a ritrovare e trasmettere tradizioni ma anche a valorizzare il confronto con gli altri partendo da modelli educativi differenti[7]. Seguendo ancora le tracce lasciate dalla Pedagogia Interculturale e dall’autrice appena citata, è necessario, perciò, che le diversità siano riconosciute nelle loro specifiche caratteristiche valorizzandone, al fine di evitare scontri, i punti in comune. In questo modo il cerchio si chiude, non dicevamo infatti che proprio la comune appartenenza al sistema Terra ci rende tutti uniti? La ricerca di soluzioni, come già individuato da Agenda 21, non potrà che avvenire, dunque, in sinergia tra livello globale e locale, dove locale richiama immediatamente ad “individuale” e, pertanto, al ruolo giocato dalla formazione.

Ma, come in tutti i processi formativi, prima di “insegnare” qualcosa a qualcuno, dobbiamo aver “appreso” noi stessi l’oggetto del nostro insegnamento. Detto altrimenti, se siamo convinti che la Terra e le sue risorse rappresentino un bene di tutti gli abitanti del pianeta e se vogliamo che di questo patrimonio ne possano godere anche le generazioni future, allora dobbiamo essere i primi a  seguire uno stile di vita eco-sostenibile. Solo in questo modo saremo in grado di attivare processi formativi e auto-formativi mirati, al contempo, al rispetto dell’ambiente e dei diritti umani. Se teniamo a mente quanto detto finora non è sufficiente, seppur indispensabile, fare la raccolta differenziata o usare l’auto a gpl. Piuttosto, ogni nostro comportamento dovrà sottostare ad un’etica della sobrietà dei bisogni. Non ci riferiamo ad un’etica della rinuncia (potrebbe mai funzionare nella nostra consumistica società?) bensì ad una ricerca di equilibrio tra la soddisfazione dei bisogni umani e la conservazione delle risorse ambientali per le future generazioni. La riflessione è semplice: il progresso ha indotto una serie di bisogni superflui la cui soddisfazione non coincide automaticamente con l’aumento del benessere per gli individui. Inoltre, questo possesso smisurato di oggetti e di beni è suddiviso in modo estremamente iniquo e, l’abbondanza di alcuni, provoca la sottrazione di risorse a molti altri.

Come evidenziato grazie al concetto di “Impronta ecologica” per mantenere lo stile di vita dei paesi sviluppati avremmo necessità, entro pochi anni, di disporre di ben tre pianeti come la Terra[8]. Ciascuno di noi cosa può fare? Ecco alcuni accorgimenti-esempi che riteniamo utili sia all’individuo che vuole diventare eco-responsabile che all’educatore, insegnante, genitore, che vuole proporre percorsi legati alla sostenibilità[9]. Possiamo partire dal recupero di tempi e spazi a misura d’uomo e di donna e quindi ai valori del vivere lento, passando per una decisa resistenza al consumismo e alle mode, per approdare, infine, ad una diversa attribuzione di valore ai gesti e alle azioni quotidiane. Se vogliamo pensare alle applicazioni pratiche di questi principi non abbiamo che l’imbarazzo della scelta e se manca la fantasia internet saprà certamente colmare questa lacuna. Oltre al tradizionale riutilizzo dei materiali e, più in generale, alla riduzione degli sprechi, possiamo usare la bici per fare la spesa o per andare a lavoro, usare le scale appena è possibile, mangiare a km0, biologico oppure equo e solidale, bere l’acqua non imbottigliata, realizzare un orto sul balcone, fare viaggi eco-sostenibili, ecc.

Soffermandoci sul piano prettamente educativo, la priorità è rendere responsabili gli individui in materia di rispetto per l’ambiente. La scuola rimane, per ovvie ragioni, un’istituzione fondamentale in grado contribuire alla formazione della coscienza ecologica ma è sempre più evidente come, di fronte a sfide complesse, la risposta non possa essere delegata ad una singola agenzia educativa. Pertanto dobbiamo ricordarci che l’educazione non è processo che inizia e finisce in concomitanza con il suono della campanella. I bambini arrivano a scuola già “formati” dai loro primi educatori “naturali”, i genitori, nonché dal contesto nel quale si sono trovati a nascere e crescere. L’attenzione per l’ambiente nasce e si sviluppa nel bambino a partire dalle abitudini che genitori e adulti mostrano di avere verso il mondo. La scelta dei cibi, dei mezzi di trasporto, della tipologia di vacanze, la quantità e la qualità dei giocattoli acquistati, il tempo passato all’aria aperta e via dicendo sono indicatori del livello di attenzione e rappresentano la prima fonte di educazione alle buone prassi. È ovvio che, se questi comportamenti non restano isolati nella famiglia, ma entrano a far parte delle consuetudini socialmente accettate, le probabilità che costituiscano “naturalmente” la coscienza ecologica del nuovo cittadino sono molto più alte.

Questo significa che la scuola dovrebbe far crescere qualcosa che, all’inizio del percorso scolastico, è già stato seminato. Altrimenti il processo formativo non è impossibile ma più lungo e complesso. Ad ogni buon conto la scuola e le altre agenzie educative (inclusa la famiglia!) possono seguire alcune indicazioni ormai acquisite come, ad esempio, il principio dell’interdisciplinarietà dell’educazione ambientale (così come di quella interculturale). Questo vuol dire che l’attenzione ambientale non può coincidere con il momento in cui se ne parla, deve piuttosto essere trasversale a ciascun discorso ma soprattutto a ciascuno comportamento. Non possiamo parlare di eco-responsabilità senza tradurre gli apprendimenti in comportamenti. A tal fine le metodologie attive e laboratoriali sono senz’altro le più indicate a supportare questo passaggio teoria-prassi. Pertanto è bene tenere a mente che “ci sono dei passaggi che l’insegnante deve fare prima su di sé e poi sugli allievi, e il laboratorio è il luogo ideale per farli[10]. Per quanto riguarda lo specifico dell’educazione ambientale i laboratori si possono svolgere in classe, in aule appositamente studiate oppure, ripensando al lavoro di Frabboni, direttamente sul territorio dove, “l’ambiente naturale si offre da potenziale aula ecologica decentrata[11]. Una considerazione ci pare d’obbligo e riguarda l’ultimo punto: il valore didattico delle uscite e delle gite non è direttamente correlato al grado di “originalità” e lontananza della destinazione, bensì alle esperienze e ai significati che siamo in grado di attribuirvi. Alla classica “gita di fine anno” andrebbero associate con maggiore frequenza, fino a renderle un appuntamento settimanale, gite a “km 0” per riscoprire cosa offre il territorio intorno a noi e cosa ciascuno di noi può fare per renderlo il più vivibile e “verde” possibile.

In conclusione, la nostra specie è nata e si è evoluta nello spazio naturale che l’ha condizionata ma, a sua volta, ha ormai modificato profondamente l’ambiente. Ciononostante, non può ancora (né potrà mai), chiamarsene fuori. Non potremo eludere il nostro essere parte dell’ambiente e non potremo sfuggire se la nostra azione avrà un effetto dannoso per il nostro pianeta, la nostra casa[12]. Per questo motivo dobbiamo prendercene cura cercando di limitare i consumi e, a questo proposito,  pare quanto mai attuale Aristotele laddove, nella sua Etica Nicomachea, scriveva “Si avrà bisogno anche del benessere materiale, essendo uomini: infatti la nostra natura rispetto al contemplare non è autosufficiente, ma è necessario anche che il corpo sia in buona salute, abbia cibo e ogni altra attenzione;però non si deve credere che colui che sarà felice abbia bisogno di molte e grandi cose”.[13]

*Pedagogista Cooperativa Stripes onlus



[1]             M. Corona, La fine del mondo storto, Mondadori, 2010

[2]             H. Jonas, Il principio responsabilità – Un’etica per la civiltà tecnologica, Einaudi, 1990

[3]             R. Mantegazza, Filosofia dell’educazione, Mondadori, 1998

[4]             E.O.Wilson, Biodiversità – La violenza della natura, la resistenza della vita, RCS Libri, 1999

[5]             “Per biodiversità si intende l’insieme di tutte le forme viventi geneticamente diverse e degli ecosistemi ad esse correlati. Implica tutta la variabilità biologica: di geni, specie, habitat ed ecosistemi. Le risorse genetiche sono considerate una componente della biodiversità” (http://it.wikipedia.org/wiki/Biodiversità)

[6]             Per approfondire la tematica dello sviluppo e del benessere il rimando è alle teorie economiche sulla “decrescita”

[7]             Il riferimento è al testo di M.Giusti, Immigrati e tempo libero – Comunicazione e formazione interculturale a cielo aperto, De Agostini, 2008

[9]             Questo termine, che prediligiamo, è desunto dalle scienze ecologiche e ha un significato ben definito: “Il termine trae la sua origine dall’ecologia,
dove indica la capacità di un ecosistema di mantenere processi ecologici, fini, biodiversità e produttività nel futuro. Perché un processo sia sostenibile esso deve utilizzare le risorse naturali ad un ritmo tale che esse possano essere rigenerate naturalmente” (http://it.wikipedia.org/wiki/Sostenibilità)

[10]           M. Giusti con M.Franchi, T. Giannoncelli, A.C.Lugarini, Forme, azioni, suoni per il diritto all’educazione” Guerini, 2012, pag. 48

[11]           P. Bonfanti, F. Frabboni, L.Guerra, C.Sorlini, Manuale di educazione ambientale, Laterza, 1993, pag 27

[12]           Torniamo alla radice etimologica della parola ecologia: “dal greco: ?ί???, oikos, “casa” o anche “ambiente”; e ?ÏŒ???, logos, “discorso” o “studio” (http://it.wikipedia.org/wiki/Ecologia)

[13]           Aristotele, Etica nicomachea, Laterza, 1999, pag.437

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