Bambini in rete: tra didattica e tempo libero

Nella rete si trova di tutto. Non solo informazioni utili, stimoli adeguati e videogiochi educativi ma anche giochi diseducativi, istigazioni alla violenza, adescatori, pubblicità ingannevoli, truffe digitali, giochi d’azzardo.


Se paragoniamo l’acquisizione della conoscenza ad un viaggio insieme, giovani e adulti – spiega il sociologo Francois De Singly in un suo saggio – oggi ci troviamo di fronte a due tipi di viaggio. Il primo è quello classico, basato sulla trasmissione del sapere secondo un modulo lineare. Si tratta di un percorso in cui il giovane è guidato dall’adulto, che questo viaggio lo ha già fatto prima di lui. L’adulto si colloca nella posizione di “colui che sa”. Il giovane è invece nella posizione di “colui che deve imparare”.

Il secondo tipo di viaggio è in gran parte basato sulla scoperta: anche l’adulto si avventura in terreni inesplorati e il percorso non è lineare. La conoscenza non è codificata e strutturata secondo le categorie tradizionali cosicché spesso ci si trova a procedere per tentativi. Non è che in passato questo tipo di viaggio nella conoscenza non esistesse: molte delle scoperte (scientifiche, mediche, geografiche, alimentari ecc.) sono avvenute con questo procedimento per prove ed errori, oggi però, con il subentrare del mondo digitale, questo tipo di viaggio nella conoscenza ha preso ancora più forza perché in Internet non c’è un percorso univoco, un ordine lineare di apprendimento. È talmente diverso il viaggio in Internet rispetto a quello tradizionale, che spesso e volentieri le posizioni si invertono: vediamo i “nativi digitali” insegnare agli adulti come usare la tastiera, come muoversi nel web: le abilità, i trucchi, la possibilità di passare rapidamente da un contesto all’altro.

In questo nuovo scenario colui che trasmette o indica il tragitto può essere anche il discente, il che ovviamente rende le cose più complicate perché le posizioni non sono più fisse, stabili e indiscutibili. É un fenomeno epocale che viene ad alterare i rapporti di autorità tradizionali e apre nuove questioni, del tipo: fino a che punto è opportuno questo capovolgimento? Non c’è il rischio che i giovani si perdano negli spazi virtuali? L’uso eccessivo di tecnologie potrà essere equilibrato da una “buona educazione”? Le infinite e contrastanti informazioni che si trovano in rete aiutano a fare delle scelte razionali?

Il quadro è complesso e sicuramente un primo punto importante è che gli adulti imparino a muoversi nel web e ne comprendano i possibili risvolti, soprattutto se sono insegnanti, genitori, educatori. Che i ragazzi siano più svelti e più intuitivi di noi è normale, sono nati con queste tecnologie; ma questa non è una ragione per non imparare a usarle e capire come debbono essere usate. Nella rete ci sono infatti dei vantaggi e dei rischi. I vantaggi sono sotto gli occhi di tutti. Le nuove tecnologie (TEC) servono per lavorare, fare ricerche, raccogliere informazioni in modo veloce, organizzare viaggi, divertirsi e anche per socializzare sia pure in modo diverso dalla socializzazione facciafaccia: per esempio, se un giovane non riesce a trovare tra i suoi coetanei degli interlocutori, ne può trovare in rete più affini a lui. Può anche trovare dei compagni di gioco. Non tutti i videogiochi sono ripetitivi o violenti. Per esempio nel videogioco The Age of Empire dove l’obiettivo è costruire insieme una civilizzazione bisogna sapersi coordinare con gli altri giocatori, risolvere problemi, saper scherzare. Ci sono anche scambi di informazioni, di CD, di riviste specializzate, di tessere. Si tratta di sistemi complessi ove il giocatore per avanzare in una partita deve scambiare continuamente opinioni con gli altri giocatori, il che può rappresentare un modo per un adolescente di entrare nella comunità dei pari. E non è nemmeno vero che i ragazzi che sono attivi sul web non lo siano anche fuori: ci sono inchieste che dimostrano che si può essere attivi in rete e fuori. Una cosa non esclude l’altra, certo bisogna saper gestire il tempo.

Un altro vantaggio è che si può entrare in rapporto con persone e associazioni del mondo intero. In molte scuole gli alunni sono in contatto con altre classi come la loro con cui scambiano esperienze, pianificano e svolgono dei lavori, organizzano degli incontri. In classe si possono anche fare lavori più o meno complessi passando dal mondo reale alla rete e viceversa. Inoltre, chat e gruppi di incontro per molti ragazzi rappresentano una possibilità in più di socializzazione quando le timidezze tipiche dell’età bloccano l’interazione vis-a-vis.

La rete, come ci stiamo rendendo conto, può essere anche uno strumento di confronto e di democrazia. Il caso di Wikileaks è emblematico: i governanti hanno sempre più difficoltà a tenere nascoste una serie di informazioni. In rete si possono anche sventare attacchi terroristici, come è già accaduto grazie all’azione degli hackers di Anonymous. C’è però anche il rovescio della medaglia: per esempio, è giusto o strategico mettere in rete ogni tipo di informazione? Se mi fido dei governanti possono anche accettare che ci siano informazioni riservate o segrete per motivi di sicurezza.

Il rovescio della medaglia c’è anche per altri aspetti. Internet è una immensa biblioteca, ma non sempre le informazioni sono corrette o esaustive. In assenza di griglie interpretative i ragazzi possono fare confusione tra ciò che è importante e ciò che è accessorio, tra l’essenziale e il superficiale. Ho sentito un liceale protestare perché il professore aveva definito il suo lavoro “insufficiente” «eppure» spiegava «ho trovato tutto in Internet». Ma con quel giudizio il professore intendeva evidenziare l’assenza di una riflessione personale: il giovane si era limitato ad “incollare” una serie di citazioni copiate da internet senza affrontare il tema che gli era stato assegnato. Internet, come avviene tante volte in tv, non gerarchizza le informazioni il che significa che può mettere sullo stesso piano informazioni corrette e scorrette, opinioni di persone competenti e incompetenti. Ne consegue che non si può prendere per buona qualsiasi informazione e che per poter valutare l’attendibilità delle fonti bisogna aere già una preparazione di base e sapere dove cercare.

Un altro aspetto problematico collegato allo studio è il cosiddetto multitasking  ossia l’abitudine di svolgere più attività contemporaneamente grazie all’istantaneità delle TEC. Ci sono ragazzi che nella loro postazione dispongono di varie TEC (cellulare, computer, consolle, tv). Sono veloci grazie alla prontezza dei loro riflessi e grazie anche a un quotidiano addestramento, possono perciò passare da un’attività all’altra molto rapidamente il che è apprezzabile in alcuni momenti ma non in altri. Il rischio in agguato è l’approssimazione e la mancanza di approfondimento. Si possono fare più cose contemporaneamente quando i problemi sono semplici e non richiedono particolare concentrazione, oppure quando gli apprendimenti sono già consolidati; ma di fronte a un problema nuovo e complesso è difficile non fare degli errori e seguire un filo logico se si è impegnati su più fronti. Coloro che hanno condotto studi in questo campo sono preoccupati dall’effetto del multitasking sulle menti di soggetti in fase di sviluppo: i bambini rischiano di abituarsi a tempi di attenzione troppo brevi perché troppo sollecitati e avvezzi a saltare da una TEC all’altra o a prestare attenzione ad altro mentre stanno svolgendo una attività. Queste interruzioni generano una concentrazione intermittente che non è nella natura del cervello umano e tanto meno in quella dei bambini i quali vengono penalizzati nelle loro capacità di apprendimento dall’essere interrotti troppo spesso.

Diverso è invece se in classe si usa il computer secondo un piano e con dei tempi che consentono un lavoro accurato. L’età è determinante. Sono in molti a ritenere (tra cui anche la Royal Society of Medicine inglese che su questa questione ha prodotto un documento) che è opportuno limitare l’uso dei computer ai bambini di età inferiore ai nove anni perché è bene che si impratichiscano prima nel mondo reale e poi in quello virtuale. I bambini, che hanno una mente concreta, per potere imparare e capire devono anche toccare e manipolare, devono poter spostarsi e muoversi, non soltanto cliccare con il mouse su delle icone. C’è anche il rischio che se si inizia troppo presto con il computer, si impara a delegare una serie di operazioni alle TEC: abilità come la lettura, il calcolo mentale e il disegno rischiano di essere poco praticate, così come la capacità di fare riassunti e sintesi.

Incalzati dalla velocità delle prestazioni, bambini e ragazzi possono tralasciare gli approfondimenti, provare fastidio e ansia quando non ottengono subito un risultato. La rapidità con cui le TEC rispondono, trovano, localizzano, risolvono e forniscono risultati può dare l’illusione che non sia necessario applicarsi e ragionare, e invece molti sono gli apprendimenti che richiedono applicazione e pazienza, non solo per comprendere i contenuti, ma anche per poter memorizzarli e padroneggiarli. Saper attendere, capire, pianificare, imparare a organizzarsi in vista di un obiettivo, leggere ed esprimersi oralmente sono competenze importanti che la fretta può ostacolare. Il che non significa che i bambini non debbano avvicinare le TEC, le trovano alla nascita e quindi per loro sono oggetti del tutto normali che fanno parte della quotidianità, non devono però diventare totalizzanti.

Nella rete si trova di tutto. Non solo informazioni utili, stimoli adeguati e videogiochi educativi ma anche giochi diseducativi, istigazioni alla violenza, adescatori, pubblicità ingannevoli, truffe digitali, giochi d’azzardo. Ci sono anche siti porno che possono danneggiare un ragazzino abituandolo ad una visione deviata della sessualità e a indurlo a esperienze improprie per l’età. Adolescenti e pre-adolescenti che accedono alla pornografia in rete corrono il rischio non solo di cadere nella trappola della dipendenza, ma anche di sviluppare una iper-erotizzazione, ossia uno smodato investimento della sfera sessuale a scapito di altri interessi. Secondo i sessuologi sono sufficienti poche settimane di frequentazione di siti e materiale pornografico hard perché un ragazzino associ il sesso alla violenza e minimizzi lo stupro.

Il cyberbullismo è un’altra eventualità rischiosa. Può produrre più danni del bullismo tradizionale sia perché può raggiungere in brevissimo tempo un gran numero di persone e sia perché è molto difficile eliminare i contenuti che sono stati messi in rete. E se i bulli si “divertono” nel ridicolizzare, insultare e denigrare un compagno o una compagna, chi si trova al centro di scherzi pesanti o di un vero e proprio linciaggio, può subire dei contraccolpi psicologici. Tensioni, stati ansiosi, senso di vergogna, crisi di panico, disturbi psicosomatici e anche una perdita di autostima sono alcune delle conseguenze per le vittime. E’ utile sapere che gli obiettivi del bullo che diffonde in rete immagini che ridicolizzano e offendono la vittima c’è anche quello di aumentare la propria popolarità sui social network collezionando tanti “mi piace”.

Serve, dunque, prendere alcune misure:

  • con bambini e ragazzi la navigazione deve essere assistita, il computer deve essere in una stanza o aula comune;
  • si possono istallare dei filtri nel computer che limitino la navigazione selvaggia: ci sono delle guide on line che forniscono le informazioni necessarie per installare questi filtri senza bisogno dell’aiuto di un tecnico informatico;
  • e quando i computer sono in rete, come in un’aula scolastica o anche nell’appartamento domestico, si possono autorizzare solo alcuni indirizzi escludendo tutti gli altri;
  • bisogna dare una formazione “civica” ai ragazzi sull’uso delle nuove TEC (dalla tv allo smartphone) mettendoli in guardia dagli incontri pericolosi, dalle seduzioni della pubblicità, dai giochi d’azzardo on line e anche da possibili manipolazioni;
  • bisogna abituare i giovani a decriptare l’informazione, a distinguere tra reale e virtuale, tra vero e verosimile, tra fonti attendibili e inattendibili.

In conclusione, le TEC sono una grande opportunità bisogna però usarle in maniera accorta, ci sono grandi vantaggi ma si può anche perdere molto tempo e a volte lasciarsi irretire dai messaggi e dalle proposte che vi si trovano: è il regno della libertà, ma anche delle trappole che bisogna saper riconoscere, c’è di tutto ma non tutte le informazioni sono sane o attendibili, il che ci dice che la formazione di un giovane oggi non può limitarsi a ciò che trova in rete, deve essere integrata anche da fonti che trova altrove e che forniscono delle garanzie. E per tornare all’inizio, l’acquisizione delle conoscenze attraverso la trasmissione e non solo attraverso la scoperta ha ancora una sua validità in quanto è stata collaudata e fornisce delle garanzie.

È stata docente di Psicologia dello sviluppo a La Sapienza di Roma e membro del comitato di Bioetica e della Consulta qualità della Rai. Direttrice della rivista degli psicologi italiani Psicologia Contemporanea.

Bibliografia

Chemello N. (2011), “Avviso ai naviganti”. Psicologia Contemporanea, n.226, pp. 60-64.

De Singly F. (2010), Comment aider l’enfant à devenir lui-même? Pluriel, Paris.

Garcia L.T. (1986), Exposure to pornography and attitudes about women  and rape: A correlative study. «AG», 22, pp. 382-83.

Oliverio Ferraris A. (2008), La sindrome Lolita. Rizzoli, Milano.

Oliverio Ferraris A. (2010), Chi manipola la tua mente. Vecchi e nuovi persuasori, Giunti, Firenze.