Liberi pensieri da un punto di vista inusuale sul “fenomeno tatuaggi”

Ogni immagine forse lusinga inconscia di eterna giovinezza: il nostro corpo, come la nostra mente, col passare del tempo non solo invecchia, ma, soprattutto, cambia e matura; quale allora l’evoluzione del tatuaggio su pelli che cambiano?


Cenni sulla valenza della pelle

La pelle è un organo speciale perché è il più esteso sul nostro corpo e permette un rapporto continuo tra l’ambiente esterno, in cui viviamo, e quello interno, che noi viviamo.

La pelle costituisce contemporaneamente sia un ponte tra organismo interno e realtà esterna, sia un limite: non lascia, infatti, “entrare” ciò che potrebbe danneggiare il nostro organismo e fa in modo che sostanze fondamentali per il nostro corpo non fuoriescano da esso, o lo facciano in modo equilibrato. Mantiene e regola, quindi, una costante comunicazione tra interno ed esterno, come testimoniano anche detti quotidiani culturalmente accettati e usati quali, ad esempio “arrossire per la vergogna”, “diventare neri dalla rabbia”, “avere la pelle d’oca per la paura”, “sentire qualcosa a fior di pelle”.

La pelle, insomma, è utilizzata come veicolo – metaforico e non – di comunicazione, anche linguistica, che permette di sintetizzare concetti che, altrimenti, sarebbero molto complessi da esprimere e non risulterebbero così immediati ed evidenti.

Quindi, non può stupire l’attenzione dedicata alla pelle, anche ad esempio dal mercato: il grande successo di pomate, creme, oli e altri “strumenti” estetici volti sì alla bellezza della persona ma, soprattutto, al bisogno molto comune e diffuso di dedicare attenzione e protezione all’epidermide, che si rivela un bisogno ben funzionale a fini prettamente commerciali ed economici. Si assiste infatti a un’attenzione quasi maniacale rispetto alla protezione della pelle, il che, alla luce della premessa – ciò che la pelle “significa” – è comprensibile, senza fermarsi al puro estetismo.

E ciò nonostante il fatto che le rughe possano essere il “segno”, la “mappa”, di una vita lunga e veramente vissuta.

In tale mio contributo, però, e alla luce dell’importanza rappresentata dalla pelle, voglio riflettere sulla “moda”, presente nel nostro contesto da trent’anni ma sviluppatasi in modo vertiginoso nell’ultimo decennio, dei tatuaggi, proponendo una riflessione dal vertice di chi non ha potuto scegliere di essere condizionato da segni nel corpo indelebili, tatuaggi e non.

“Senso” dei tatuaggi: cenni storici e una riflessione sull’attualità

Negli ultimi anni, sebbene il “fenomeno tatuaggi” sia presente più tra i giovani, assistiamo contemporaneamente a un graduale livellamento delle età: molte persone già mature non rinunciano a uno o più tatuaggi, forse attratte dalle tante tipologie come: segni d’amore, simboli di guerra, segni legati al mestiere, animali, soggetti religiosi e, arrivando ai giorni nostri, fiori, pin up, maori, simbologie marittime, nomi e frasi, magari in lingue sconosciute… Ogni immagine forse lusinga inconscia di eterna giovinezza: il nostro corpo, come la nostra mente, col passare del tempo non solo invecchia, ma, soprattutto, cambia e matura; quale allora l’evoluzione del tatuaggio su pelli che cambiano? Il tatuaggio potrebbe assumere a livello inconscio per molti di coloro che vi ricorrono la capacità di dare uno stop al fisiologico panta rei, mettendo un punto fermo o più punti fermi incisi per così dire nella carne. Possiamo infatti svestirci di tutto, vestiti, gioielli, ammennicoli, persino piercing, e rimanere nudi davanti all’altro, ma, soprattutto, davanti alla nostra immagine riflessa nello specchio. Ma il tatuaggio no. Esso è lì per sempre, a meno di non ricorrere una volta ancora a un intervento chirurgico. Altrimenti, il tatuaggio è “indelebile”. Eterno.

Ci dobbiamo chiedere quali possano essere le conseguenze, da un punto di vista psichico, di un tale “ferma immagini”, per usare una metafora mediatica, quando poi ad esempio essa si riveli fallace nel tempo. Infatti, è ipotizzabile che questa moda abbia a che fare con il desiderio umano di eternità, dal momento che non abbiamo il dono dell’immortalità, e dobbiamo convivere con questa dolorosa consapevolezza e farcene una ragione, per non essere obbligati a vivere nella ricerca insensata, inutile e dolorosa di un ‘ferma immagine’ per tutta la vita, rischiando di perdere i momenti più belli che la nostra esistenza ci riserva.

Pur costituendo una “moda” tra i nobili e i politici di fine ‘800 e gli inizi del ‘900 (ne sono una prova lo Zar Nicola II e Sir Winston Churchill), il tatuaggio è stato anche un segno funzionale a contraddistinguere gruppi ben definiti, diventando per alcune categorie di persone il segnalatore di un limite alla loro integrazione sociale. Ricordiamo gli ex carcerati, che portavano per tutta la vita marchiato il tatuaggio fatto in prigione; i marinai, costretti a lunghi periodi di isolamento sulle navi e mal visti dalla società perché ritenuti inaffidabili e dal destino incerto; gli appartenenti alla Yakuza.

Il tatuaggio per costoro rappresentava di fatto un limite alle possibilità di appartenenza e lo strumento della non accettazione sociale.

Altro discorso ancora, dolorosissimo, quello della valenza dei tatuaggi nei campi di concentramento degli Stati totalitari, dove le persone venivano marchiate con una serie di numeri, volti a definirne e condizionarne dal vertice dello stato totalitario l’identità.

Limiti e adattamenti del corpo e della psiche

Non esistono, però, solo queste versioni di segni nel corpo.

Ci sono, infatti, altri segni nel corpo per l’appunto indelebili, che le persone  che ne sono caratterizzate non avrebbero voluto mai.

Si tratta di stati fisici (o psichici?) di disabilità, in cui il corpo si trova limitato in certe azioni, anche quotidiane e semplici, comportando sia un grave disagio alla persona sia la necessità di sviluppare un eccezionale spirito di adattamento per poter vivere la propria vita in tutti i suoi attimi, apprezzandone la bellezza e la ricchezza, anche per piccole vittorie.

Queste persone possono portare con sé tali disturbi sia dalla nascita, che da altre età; in questo contesto ciò conta relativamente. Quello che più importa, almeno secondo il mio parere, si trova nel fatto che queste persone hanno dovuto o devono soffrire  loro malgrado: non hanno potuto scegliere!

Se si riflette dal vertice di chi è segnato non per scelta da storie e contesti di limitazione (e, molte volte, di non integrazione) “indelebili”, può non “suonare” bene il fatto che qualcuno – chi con leggerezza, chi esprimendo in tal modo bisogni o sentimenti profondi – si segni in modo indelebile con un tatuaggio, pur avendo, nella maggior parte dei casi, una pelle pulita e sana: la domanda che si potrebbe porre chi invece ha il proprio corpo marchiato non per propria scelta in modo “indelebile” potrebbe essere: “perché «segnare» una pelle pulita e sana con tatuaggi permanenti perenni?”.

Naturalmente non desidero dare, offrendo a chi legge tali spunti di riflessione da vertici di rado pensati e tenuti in considerazione nel valutare gli “effetti” sulla psiche della moda del tatuaggio, alcun giudizio sul tatuaggio in sé, solo riflettere sul fatto che chi si sottopone a tali tecniche, forse non è consapevole o non pensa a ciò che esso ha rappresentato in taluni contesti dal punto di vista storico, e continui a rappresentare, magari in maniera metaforica, nella storia di alcune persone che combattono i propri “segni corporei indelebili” quotidianamente e possono faticare ad accettare chi questo tipo di segni se li sceglie.

E poi…

In fondo, James Cook, nel 1769, non ha avuto torto a definire questa tecnica tattoo, affermando che ricordava il suono degli aghi di rami infilzati nella pelle. Anche attualmente, il termine corretto per indicare questa modificazione corporea non è tranquillizzante né consolante: si parla di “scarificazione”.

Inoltre, è noto che essa può comportare innumerevoli rischi sanitari, come reazioni allergiche, infezioni batteriche, contagio di epatite B e C, tetano e, addirittura, AIDS. A tutti gli studi che praticano questa tecnica viene richiesto un severo e rigido rispetto di norme igienico-sanitarie, per i “tatuati” sono obbligatorie attenzioni mediche, quali l’assunzione di farmaci, spalmarsi apposite  pomate in orari prestabiliti, portare il bendaggio per un tot di giorni, a seconda della grandezza e del colore.

Per concludere, gli amanti dei tatuaggi dicono spesso di essere ricorsi a tale “moda” per il desiderio di comunicare qualcosa, pur affermando, contemporaneamente, che desiderano anche che questo “qualcosa” rimanga misterioso, conosciuto interamente solo dalla persona interessata.

Questo tipo di risposta stimola una perplessità: tutti abbiamo qualche segreto, perché metterlo in mostra per poi non desiderare di condividerlo e spiegarlo? Perché ricorrere, inoltre, al corpo, per questo tipo di comunicazione, piuttosto che utilizzare la parola, dando un nome ai propri sentimenti, perché far rimanere dei “pensieri” sulla pelle e nella pelle, anziché “parlarli”?

Psicologa dello sviluppo e dell’educazione con Laurea Triennale in Tecniche Filosofiche.