Cinema – PEDAGOGIKA_XX_2

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di Tom Hooper

The Danish girl

USA, Regno Unito, 2015

Produzione: Working Title, Pretty Pictures, Revision Pictures, Senator Global Productions

Distribuzione: Universal Pictures Durata: 120 minuti

Penetrando le superfici dell’identità

A CHI? A chi è in età adulta e si occupa di educazione.

PERCHÈ? Per lasciarsi attraversare dal doppio taglio dell’identità che fa bene e anche male. Quella dell’identità integra è una grossa bugia che da genitori, insegnanti, babysitter non possiamo raccontare all’infanzia e alla gioventù che ci ascolta.

IL FILM: Sfiorare il sottile raso dei nastri, la morbida seta della sottoveste, il frusciante orlo della gonna lunga fino a terra e copre i passi svelti della pittrice che torna a casa dal marito. Lui, dietro la tela su cui con il pennello tratteggia sempre lo stesso paesaggio, spia le stoffe della moglie. Ci presta il suo sguardo e insieme a lui ci lasciamo inondare dal fascino dei busti di pizzo, dei ventagli di taffetà delle signore che popolano la società danese degli anni Venti. Il marito ha uno sguardo tenue, del colore del mar del Nord, la pelle bianca, coperta di efelidi rosee e un giorno, per un gioco di amore con la moglie, si mette addosso quelle stoffe. Si traveste da donna. Finalmente. Il piacere, il disagio, lo sconcerto lacerano la sua apparente compattezza e il gioco si fa serio. Da quei vestiti non riesce a uscire più. Il transito verso una identità sopita non è reversibile. La moglie lo sa. La moglie soffre, le manca l’identità maschile, rivuole indietro il marito, ma lui sta svanendo, sempre più rare sono le sue apparizioni nella vita di tutti i giorni perché lo spazio se lo prende, affamata, la figura di donna, il sentire femminile che vuole rappresentarsi sulla scena pubblica. Ai loro occhi, agli occhi della moglie, ai nostri appare sempre più definito il profilo di una donna nei panni del marito. La metamorfosi del sentire è misurabile dalle rughe intorno allo sguardo delicato, sofferente, devastante di un uomo che non sta nel corpo giusto, che chiede altre forme, altre superfici per esprimere chi vuole e sente di essere. Per questa imposizione a essere o maschio o femmina, o sì o no, o bianco o nero, noi siamo obbligatoriamente incastonati in uno dei due binari. Ma nessuno e nessuna sta davvero in un binario solo. Questo film, la sua rappresentazione del mutevole e ambiguo modo di sentire la sessualità ci riguarda tutti e tutte, ci parla, ci riflette. E ci turba. L’obbligo è mettere a cuccia il molteplice, o uno o l’altra, non tutti e due perché il pensiero logico e razionale non potrebbe soffrire l’ambivalenza. E così l’uomo che si sente progressivamente e sempre più solo una donna, soffre, sta male. Ci fa stare male. Il suo volto penetra oltre la superficie delle tele della moglie che lo ritrae, che ne dipinge il lato di femmina e finalmente riesce ad avere successo perchè tutte le gallerie di Europa apprezzano i dipinti che raffigurano una modella dai contorni sessuali sfumati, dallo sguardo inacciuffabile, dall’identità impenetrabile. La moglie ama il marito anche quando lui sperimenta il transito verso l’altro sesso; lo accompagna, lo sostiene, lo desidera. Un film capace di usare solo le immagini per esprimere l’indicibile dell’identità che ci forma, ci deforma, ci abita e ci travolge. Il modo in cui il dentro vuole venire fuori è un modo che il volto del protagonista sa dire alla perfezione. Io non lo saprei ripetere. Ma suggerisco di andare vederlo. Sarebbe un buon modo di apprezzare l’arte visiva di questo film che ha il potere di andare al fondo della superficie dell’identità e mostrarne la faccia invisibile.

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di Sarah Gavron

Suffragette

USA 2015,

Produzione: Ruby Films, Pathé, Film4

Distribuzione: BIM Durata: 106 minuti

Meglio ribelli che schiave

A CHI? A tutte le donne, specie a quelle giovanissime.

PERCHÈ? Per imparare la storia di quelle donne che ci hanno fatto la strada su cui ancora oggi camminiamo ogni giorno. Per provare il gusto di ammirare delle grandi che ci hanno insegnato che è meglio essere ribelli che schiave…

IL FILM. Lo sentite? È il roboante ingranaggio di una macchina che gira e gira e stanca le orecchie di tutte quelle donne piegate in due a lavare, stirare, inamidare le camicie degli uomini. Stanno composte, remissive, sudate e silenziose, in file ordinate dentro una fabbrica di Londra. Così la cinepresa ci fa entrare nelle pieghe di un mondo di donne senza diritto di voto, senza diritto di voce, senza diritto di essere pari agli uomini. Lavorano 1/3 in più dei maschi ma guadagnano 1/3 in meno, non sono protette, non curate, respirano il vapore e si ammalano ai polmoni, stanno ore in piedi e le vesciche inondano le gambe, si amputano le dita, si infuocano la schiena, subiscono molestie sessuali. E stanno zitte. Ma nel 1912 parecchie donne, sotto la guida dell’ingegnosa Emmeline Pankhurst, si mettono a urlare. Lo fanno con i fatti, non con le parole. Donne single, ma anche donne sposate, con un lavoro, un marito e dei figli rischiano la pelle per rovesciare la realtà. Entriamo nella vita di una di loro, Maud Watts, una giovane mite che lavora in fabbrica insieme al marito, la sera torna dal figlio, lo tiene in braccio fino a che la stanchezza non abbassa le palpebre. Ma le sevizie, le botte, i tradimenti rendono ai suoi occhi gli uomini sempre più pericolosi. Si aggrega timidamente alle suffragette,e poi si mette con vigore in prima fila tra coloro che chiedono il voto. Ma gli uomini non ascoltano, non vogliono farlo. Come ha scritto Deleuze il centro è fermo, tutto il movimento sta ai margini: chi ha il potere non vuole cambiare, lo spostamento di rotta lo chiede chi viene messo in periferia. La lotta diventa sempre più intensa, Maud e le sue compagne rompono le vetrine, fanno saltare gli snodi di comunicazione, incendiano i siti del telegrafo, fanno lo sciopero della fame. Vengono bastonate, strattonate, incarcerate per questo. Maud viene cacciata di casa dal marito che si è sentito “umiliato” dal suo comportamento irriverente e, per questo, le strappa via anche il figlio. Eppure lei prosegue nella lotta, malgrado gli uomini contro, malgrado molte donne contro. Perché è molto pesante il macigno dell’abitudine che fa credere come vero e immutabile anche un mondo fatto di soprusi, di ingiustizie, di prepotenze. La donne, l’altra metà del genere umano, non devono avere lo stesso potere degli uomini. E allora se lo prendono da sole. Un film corale, dosato nei toni, nella rappresentazione della sofferenza, del coraggio, delle azioni incarnate da personaggi intensi eppure capaci di esprimere con naturalezza la rabbia per non avere riconosciuto ciò che è vitale, donne che interpretano una forza straordinaria, donne come siamo noi: operaie, farmaciste, scrittrici con il bisogno ineludibile di affermare il potere, di fare le leggi e non subirle. La partita non si chiuderà facilmente, la lotta è impregnata di sudore, di coraggio, di sacrificio, come sanno tutte coloro che hanno dovuto combattere per essere chi sono diventate. Da vedere per ammirare con fierezza delle grandi donne, per ringraziarle di ciò che hanno fatto per noi e anche per non dimenticare che le conquiste, se non si difendono, si perdono.

Cristiana La Capria