Musica

imm14Wolfmother

Victorious

Universal, 2016, € 19,90

 

I Wolfmother sono tornati. Più o meno. Alla notizia dell’uscita del quarto album del gruppo hard-rock australiano, forse ci si aspettava di riascoltare sonorità più simili a quelle che hanno ispirato in passato la band di Andrew Stockdale, più vicine al rock psichedelico anni 60-70 che al pop-rock contemporaneo. Per chi conosce il trio di Sydney (anche se, eccetto il cantate e leader Stockdale, la formazione ha cambiato più volte faccia), sa che i Wolfmother sono diventati famosi grazie a delle caratteristiche stilistiche che hanno fatto scattare subito paragoni importanti e molto pesanti con band leggendarie, quali i Led Zeppelin ed i Black Sabbath. Effettivamente, il consenso ottenuto dal loro primo lavoro (Wolfmother, 2005), frutto del rock compatto e veloce, unito alla presenza di una chitarra tagliente e di riff energici e fortemente orecchiabili, hanno fatto capire a tutta la critica di essere di fronte ad un fenomeno musicale da tenere bene d’occhio. Cosmig Egg (2009) e New Crown (2014), il primo decisamente migliore del secondo, non hanno del tutto rispettato gli alti standard rappresentati dal loro esordio. Con quest’ultimo album, Victorious, la band si tiene ancora distante da quelle che erano le linee guida per raggiungere il successo ed un ruolo di rilievo nella scena rock: sono ancora presenti venature hard-rock che lasciano percepire il ritmo repentino ed inarrestabile per cui sono diventati famosi, ma compaiono anche dei pezzi che rappresentano una stonatura rispetto allo stile originale dei Wolfmother.

Gli esempi lampanti sono presenti in due brani come “The Love That You Give” (prima traccia dell’album) e “Pretty Peggy”: nel primo, un’intro rapida e fortemente energetica fa pensare ad un un tentativo di riappropriarsi delle strutture di canzoni del passato (come “Woman” o “The Joker and The Thief”); nel secondo, invece, assistiamo ad una sorprendente ballata pop commerciale, troppo morbida ed artificiale, più affine alle atmosfere suscitate da complessi come gli Of Monsters and Men o i Mumford & Son. La maggior parte degli altri brani conservano molte di quelle caratteristiche che hanno accomunato il gruppo australiano ai Black Sabbath. Forse anche troppo. In Victorious solo il ritornello permette un cambiamento di stile, spezzando la struttura ordinata della strofa, composta da riff di chitarra e ritmi ipnotici, propri della storica band di Ozzy Osbourne; “The Simple Life” è un misto tra hard-rock e heavy-metal (proprio con le stesse proporzioni e caratteristiche scelte dal gruppo britannico); in “Gypsy Caravan”, tra sonorità scure e possenti, i prepotenti assoli di batteria di John Bonham (Led Zeppelin) sembrano fondersi con le pennate della chitarra graffiante di Tony Iommi (Black Sabbath); “Happy Face” è un tributo a “Paranoid” (pezzo cult di Osbourne e compagni), con un basso palpitante e tamburellante, una voce magnetica ed un sfida finale tra batteria e chitarre che si inseguono in una gara di potenza e di energia. In brani come “City Lights” e “Eye of the Beholder” si può riapprezzare in parte lo stile dei Wolfmother: ritmo repentino con cambiamenti di velocità improvvisi, brevi assoli di chitarra, vigorosi ed acuti, ed un accompagnamento robusto e compatto che sostiene il tutto. Nell’album c’è spazio anche per una ballata rock (“The Baroness”), al contempo ondeggiante e fiammeggiante, tanto veloce e ruvida nella strofa, quanto elegante e morbida nel ritornello e per un interessante intermezzo pop-rock spensierato e senza fronzoli tecnici (“Best of a Bad Situation”), con tanto di cori nel ritornello che smorzano ed alleggeriscono l’accento hard-rock che, comunque, domina per la maggior parte dell’album.

Se lo si analizza al di fuori del contesto creato dal complesso australiano, Victorious non è un lavoro disprezzabile. Notando il nome dei Wolfmother sulla copertina, però, sorgono immancabilmente dei dubbi: discostandoci dagli aspetti tecnico-stilistici, già considerati in precendenza, ciò che più colpisce in negativo è che sembra non essere presente quella caratteristica che ha reso il progetto di Stockdale così particolare in passato: l’energia sprigionata dai loro brani (in special modo quelli del loro primo disco), una volta conclusi, rimaneva all’interno del proprio corpo come calore trasmesso da una scarica di adrenalina. La sensazione accresceva, traccia dopo traccia, dando la consapevolezza, alla fine dell’esperienza, di aver ascoltato qualcosa che non si sentiva da tempo. Magari il prossimo album…