Intelligenza emotiva, educazione, empatia: la “costruzione” del cervello in età evolutiva

Favorire a casa e a scuola un’educazione fondata sulla pedagogia delle emozioni diffonderebbe una sorta di vaccino in grado di aiutare le nuove generazioni a rendersi immuni dai nuovi disagi caratteristici del terzo millennio.

La crisi strutturale della famiglia, la tendenza alla frammentazione della cultura e dell’informazione e la crescente disconnessione delle relazioni tra la gran parte delle persone hanno portato molti ricercatori a rivalutare l’importanza delle connessioni affettive tra esseri umani e la dimensione della sfera emotiva come matrice di sintonia, di condivisione e cooperazione.

Fin dall’inizio degli anni ’90 molti autori, prevalentemente americani, hanno ritenuto opportuno recuperare aspetti della psicologia e delle condotte umane da troppo tempo sacrificati a causa dell’enorme spazio dedicato agli studi sull’apprendimento e agli aspetti della sfera cognitiva.

Daniel Goleman è stato il primo a coniare il termine “Intelligenza Emotiva”, dando così un valore finalmente rispettabile agli aspetti psicologici più profondi ma meno visibili della mente umana, divulgandoli al grande pubblico.

Goleman, con il suo concetto di Intelligenza Emotiva, ha avuto il merito di spostare l’asse dell’attenzione e della ricerca scientifica sulla connessione degli stati d’animo tra le persone e sull’empatia, fattore così determinante quanto paradossalmente sottovalutato nella ricerca delle scienze psicologiche e pedagogiche.

Ogni essere umano, infatti, è programmato per connettersi fin dalla nascita. La qualità delle connessioni che riuscirà ad attivare con l’Altro traccerà il destino di quel soggetto. Gli attivatori di queste connessioni sono normalmente le principali figure di attaccamento dei bambini (in genere il papà e la mamma).

La teoria dell’attaccamento di Bowlby costituisce attualmente la direttrice principale per ogni altro studio sullo sviluppo affettivo ed emotivo dei bambini e sulla personalità di ogni soggetto.

Alla nascita, secondo Bowlby, ogni bambino attiva in modo innato condotte di attaccamento finalizzate alla ricerca di aiuto, protezione e soddisfacimento dei bisogni primari come la fame, il riposo ed il contatto. I bambini pertanto tendono a connettersi con gli adulti, affinché questi rispondano con l’accudimento, l’altro sistema operativo interno parzialmente innato negli adulti.

Attaccamento e accudimento costituiscono pertanto i primi due sistemi di comunicazione attraverso cui ogni bambino plasmerà il proprio modo di essere, la propria personalità, la propria autonomia, la propria autostima e il proprio modo di stare con se stesso e con gli altri.

Tali esiti dipendono dalla qualità e dalla quantità dell’accudimento. Gli stili educativi assunti dalle figure genitoriali forgeranno la gran parte delle capacità cognitive, affettive ed emotive dei loro figli, andando perfino a realizzare concretamente l’architettura del loro cervello.

In questa ottica più ampia (le osservazioni e i dati fanno ormai parte del patrimonio culturale internazionale), va pertanto ricollocato il concetto di Intelligenza Emotiva, conferendogli un assetto più dinamico. Attualmente infatti si preferisce parlare di Educazione Emotiva, cioè dell’insieme delle microrelazioni affettive e condotte comunicative finalizzate a favorire rispecchiamento, contenimento e sintonia emotiva.

Altri autori infatti, sin dalla fine degli anni ’70, hanno iniziato a studiare le connessioni tra la mente dei bambini e gli stati mentali di chi propone loro accudimento. Daniel Stern prima e Peter Fonagy poi rappresentano probabilmente i ricercatori più importanti in tale ambito.

Alla luce di questi studi, il concetto di Intelligenza Emotiva ha senz’altro subito un’accelerazione, passando da dimensione statica a fattore di connessione sempre più dinamico e sempre più plastico.

Un’ulteriore e formidabile accelerazione è stata fornita dalla scoperta, tutta italiana, dei neuroni specchio. A metà degli anni ‘90, presso l’Università di Parma, un gruppo di ricercatori dell’équipe di Giacomo Rizzolatti scoprirono il particolare funzionamento di una classe di neuroni motori denominati in seguito “mirror” : i neuroni specchio.

Mentre i vecchi contributi scientifici e gran parte della clinica tradizionale mostrano notevoli difficoltà a modificare le condotte educative nella direzione di un migliore approccio ai figli, i recenti studi sui neuroni specchio e le più avanzate ricerche in questo ambito stanno offrendo risultati, e quindi indicazioni, di portata notevolissima, addirittura rivoluzionaria.

I neuroni specchio si attivano infatti non solo quando un soggetto compie un’azione, ma anche quando vede compiere un’azione: è come se ognuno di noi fosse provvisto di un simulatore interno che gli consente di sentire quello che fa un proprio simile, percependone sensazioni, emozioni e intenzioni. Questi neuroni, insieme ad altre strutture neurofisiologiche del cervello emotivo (sistema limbico ed amigdala), costituiscono probabilmente la base dell’empatia, competenza posseduta da noi esseri umani per sentire in tempo reale quello che l’altro sta sentendo. Ma la cosa più straordinaria è che questa competenza la possiedono anche i bambini, probabilmente fin dal quarto mese di vita (sembra che il vecchio detto che “i bambini hanno le antenne” sia proprio vero).

La scoperta è rivoluzionaria: i bambini, fin da piccolissimi, riescono a percepire l’intenzione degli adulti di riferimento, essendo in grado di sintonizzarsi con gli stati d’animo, con le emozioni e con le sensazioni di chi li accudisce e si prende cura di loro.

Per lo sviluppo di ogni futuro itinerario di vita è dunque cruciale l’incontro tra l’attaccamento e l’accudimento.

Pur non sapendo di esistere infatti, i neonati percepiscono comunque di essere: più precisamente tendono automaticamente a rispecchiarsi nella mente di chi si prende cura di loro per crearne una propria.

I bambini, ma anche i figli più grandi, hanno bisogno di sperimentare genitori in grado di stabilire chiare e prevedibili connessioni tra quanto “pensano” e quanto “sentono”; hanno altresì bisogno che gli stessi genitori insegnino loro a fare altrettanto.

Una buona sintonia tra gli stati mentali interni di un soggetto e tra gli stati mentali di soggetti in relazione tra loro è foriera di benessere, autonomia e sviluppo.

Quando in questo gioco di specchi il livello di sintonia e di regolazione reciproca (cioè chiarezza, prevedibilità, intesa, condivisione) viene a mancare o è in difetto, inevitabilmente si genera malessere, soprattutto nei bambini.

I genitori che non hanno la capacità di riflettere sui propri stati d’animo (in clinica viene definita “mancanza di funzione riflessiva”) e che per questo si mostrano inaccessibili a qualsiasi “lettura del pensiero”, non offrono ai propri figli lo sviluppo della capacità di comprendere e gestire il loro mondo interno.

I bambini infatti costruiscono la propria identità regolandosi sugli stati mentali dei genitori e se questi stati, per qualche problema, si rivelano misteriosi e inaccessibili, per i figli diventa drammatico trovare un valido baricentro attorno cui sviluppare un’identità solida e continua.

Qualora i bambini rimangano per lungo tempo in simili situazioni (tendono cioè a ricercare invano una qualche sintonizzazione), possono disorganizzarsi con gravi ricadute sullo sviluppo e sul comportamento futuro.

A causa di una prolungata non sintonizzazione, il cervello dei bambini e le reti neurali possono svilupparsi in modo anomalo, con diminuzione dei volumi di alcuni centri nervosi e con decremento di molte importanti integrazioni dei neuroni della corteccia cerebrale.

Questi studi, confermati da sofisticate metodiche di indagine, abbattono quindi una grande quantità di luoghi comuni sull’educazione e relativizzano numerose teorie psicologiche giudicate fino ad ora incrollabili: i bambini non sono una tabula rasa né possiedono alla nascita caratteri preformati ed ogni figlio, per sviluppare appieno la propria personalità, necessita di realizzare una buona sintonia con gli adulti che lo circondano, affinché possa sentire serenamente e chiaramente che gli altri sentono quello che lui sta percependo. Sembra proprio che ogni bambino, per realizzare la sua crescita, debba sentire che i genitori sentano quanto lui sta sentendo.

Solamente attraverso rispecchiamenti nutrienti e sintonie decodificabili i figli, fin da piccolissimi, sono in grado di crescere forti e autonomi, sviluppando una base sicura foriera di indipendenza, autostima e buona capacità di connettersi con gli altri lungo l’intero arco dell’esistenza.

Una buona educazione emotiva appare quindi il migliore modo di “stare” con il proprio figlio per renderlo competente, efficace, autonomo, sicuro e capace di affrontare con successo le inevitabili frustrazioni della vita. Una sorta di “vaccino” a largo spettro in grado di aiutare ciascun figlio ad evitare quei pericoli che soprattutto nella preadolescenza e nell’adolescenza diventano insidiosi (bullismo, tossicodipendenza, alcolismo, anoressia, bulimia, dipendenza da Internet).

La scoperta dei neuroni specchio e della capacità di sintonizzarsi con i genitori è talmente recente che, oltre ai resoconti dei protocolli scientifici di ricerca e ad articoli per addetti ai lavori, esiste ancora molto poco materiale che possa aiutare genitori ed educatori a realizzare una buona educazione emotiva sulla base di queste scoperte.

Con l’avvento della diagnostica per immagini si è dunque aperta da pochi anni una fase di ricerca davvero affascinante.

Sfruttando la relativa facilità nel vedere come funzionano i vari nuclei del cervello con apparecchi diagnostici non invasivi, si stanno constatando numerosi fenomeni che fino a poco tempo fa potevano essere soltanto intuibili ma non verificabili con sicure evidenze scientifiche. Tra tante importanti osservazioni, si è potuto verificare cosa succede all’interno del sistema nervoso centrale allorché due persone entrano in contatto e si relazionano. Si è in grado perfino di determinare quali tipologie di contatti siano forieri di benessere e quali invece di malessere e disagio.

Si è potuto constatare, nello specifico, attraverso la risonanza magnetica funzionale e la PET, che una relazione educativa basata su accoglienza (empatia, condivisione, sintonizzazione) e regole (limiti, “no”, confini) favorisce l’attivazione dei lobi parietali del cervello, i quali sono coinvolti nella produzione di neurotrasmettitori come la serotonina e l’ossitocina, vere e proprie sostanze della calma e del benessere; mentre una relazione basata sul “lasciar fare”, quindi senza un’autentica sintonizzazione da parte degli adulti di riferimento, senza contenimento e con scarse regole, attiva i lobi frontali del cervello (inibendo quelli parietali), i quali sono coinvolti invece nella produzione delle sostanze, dell’ansia e dell’agitazione, in particolare del cortisolo, ormone dello stress per eccellenza.

Un’ipotesi sempre più probabile è che oggi un numero crescente di bambini, sin da piccolissimi, sono agitati, iperattivi e ingestibili proprio a causa di una iperproduzione di queste sostanze dello stress dovuta ad una educazione lassista che lascia bambini (ma anche gli adolescenti) in preda alle pulsioni che non ammettono il differimento della scarica, esigendo l’appagamento immediato. Questo spiegherebbe anche la sempre più diffusa incapacità dei piccoli e dei ragazzi di sostenere le frustrazioni e di gestire il proprio mondo interno senza averne paura e senza ricorrere a maniglie esterne (droghe, alcool, Internet, cibo e altro ancora).

Una buona educazione emotiva promuove concretamente la “costruzione” di una rete di  neuroni che collega il cervello razionale con il cervello emotivo, realizzando un vero e proprio “sistema frenante” in grado di trasformare le pulsioni in emozioni. Le emozioni, contrariamente alle pulsioni (di cui si diventa schiavi), possono essere codificate, decodificate, declinabili e gestibili. Senza essere temute.

Dall’intersezione quindi degli scambi comunicativi propri dell’attaccamento e quelli dell’accudimento, sia che avvengano nei primissimi istanti delle relazioni affettive sia attraverso dialoghi più articolati tra genitori e figli adolescenti, prenderà forma l’architettura del cervello dei nostri figli, realizzando quell’immensa rete di sinapsi che porterà ogni soggetto alla propria realizzazione futura, dando così luogo allo svolgersi della Storia.

Implementare e sostenere l’Intelligenza Emotiva attraverso le più opportune sintonie emotive con i propri figli, siano essi bambini o adolescenti, significa produrre empatia, quel bene così prezioso che potrebbe fare affacciare alla Storia un nuovo umanesimo basato sulla condivisione degli stati d’animo e sulla costruzione del benessere comune.

Favorire a casa e a scuola un’educazione fondata sulla pedagogia delle emozioni diffonderebbe una sorta di vaccino in grado di aiutare le nuove generazioni a rendersi immuni dai nuovi disagi caratteristici del terzo millennio.

Un’intelligenza emotiva dunque per sostenere il desiderio e la realizzazione personale; un’intelligenza emotiva per sviluppare autonomia, autostima e assertività; un’ intelligenza emotiva per fondare semplicemente un nuovo modo di stare insieme.

 Psicologa e psicoterapeuta. Direttore scientifico

del Festival Nazionale dell’Educazione che si svolge ogni anno a Viterbo.

Bibliografia

Bowlby J. (1988), Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento, Milano, Raffaello Cortina Editore.

Fonagy P. et al (2004), Regolazione affettiva, mentalizzazione e sviluppo del Sé, Milano, Raffaello Cortina Editore.

Goleman D. (1997), Intelligenza emotiva, Milano, Rizzoli.

Gottman J. e DeClaire J. (1998), Intelligenza emotiva per un figlio, Milano, Rizzoli.

Mariani U., Schiralli R. (2007), Le emozioni che fanno crescere. Come rendere autonomi e sicuri i nostri figli, Milano, Mondadori.

Mariani U., Schiralli R. (2009), Mio figlio mi legge nel pensiero. Realizzare la sintonia emotiva tra genitori e figli, Milano, Mondadori.

Mariani U., Schiralli R. (2011), Nuovi adolescenti nuovi disagi. Dai social network ai videogames, allo shopping compulsivo: quando l’abitudine diventa dipendenza, Milano, Mondadori.

Mariani U., Schiralli R. (2013), Intelligenza emotiva a scuola, Trento, Erickson.

Mariani U., Schiralli R. (2014), Nostro figlio, Milano, Mondadori.

Rizzolatti G., Sinigaglia S. (2006), So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio, Milano, Raffaello Cortina.

Schiralli R. (2004), Ti parlo ma non mi senti. Manuale di orientamento per genitori disorientati, Milano, Franco Angeli.

Schiralli R. (2005), Capire gli alunni in difficoltà. Piccolo manuale per insegnanti, Milano,Franco Angeli.

Stern D. (1985), Il mondo interpersonale del bambino, Torino, Bollati Boringhieri.

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