Laboratori tras-formativi: quando il “fare” diventa un’azione consapevole

Nei percorsi formativi rivolti agli educatori professionali sembra ormai imprescindibile proporre spazi e tempi che lascino parlare le “emozioni”. Proposte di lavoro laboratoriale con operatori in formazione in ambito universitario, alla ricerca di un sapere emotivo consapevole.


“Voglio inoltre concentrare l’attenzione su quel

genere di ricezione dell’informazione

(lo si chiami pure apprendimento) che è

l’apprendere cose sul sé in un modo che

può condurre a un qualche

cambiamento del sé.

In particolare, penderò in considerazione i

cambiamenti di confine del sé,

e magari anche la scoperta che non vi sono confini o forse

che non esiste un centro.”

  1. Bateson

Quale tema proporre ad un laboratorio rivolto a studenti del Corso di Laurea in Scienze dell’Educazione? Cosa nella mia esperienza di formazione universitaria ho sentito come “mancanza” da colmare per il lavoro educativo che ero chiamata poi a svolgere?

Pensare di poter far dialogare diversi linguaggi estetici come fotografia, scrittura, narrazione, colore per poter parlare di “emozioni” è stato quindi semplice e immediato.

Ma quali sono le premesse epistemologiche che sottendono il progetto laboratoriale proposto?

La “spirale della cura”[1] può essere definito il sottotesto che ha orientato il mio sguardo durante la progettazione del laboratorio. L’approccio proposto si rifà al pensiero di Gregory Bateson sul problema umano della dis-connessione corpo/ mente, soggetto/ambiente[2]. L’invito di Bateson è quello di adottare una visione complessa nell’agire educativo attraverso una postura di ricerca ricompositiva ed estetica orientata all’elaborazione di una teoria soddisfacente. E ciò risulta possibile unendo narrazione dell’esperienza e agire riflessivo attraverso una doppia descrizione. La ricerca ricompositiva e collaborativa attraverso quattro movimenti (esperienza, rappresentazione, comprensione, azione), che possono essere intesi come un modello universale nella ricerca di una teoria/pratica rispettosa della complessità e dunque nella relazione di cura, nella formazione, nel lavoro sociale, nella terapia e in generale nel dare senso alle esperienze di vita può essere vista come una spirale che procede verso un futuro aperto alle possibilità. Finché si vive tutto può accadere: passaggi che oggi possono essere carichi di dolore e sofferenza lasciano tracce e cicatrici, apprendimenti e risorse per affrontare passaggi successivi[3]. Le fasi del perpetuo moto, senza inizio e fine, identificano un passaggio da uno stato a un altro differente e sempre nuovo mi suggeriscono una connessione con una proposta laboratoriale che inglobi aspetti formativi e tras-formativi. La scansione delle quattro fasi, che si rincorrono come in un girotondo in cui immagini, fotografie, emozioni, colori, materiali che giocando a inseguirsi e cercarsi in una sorta di nascondino fanciullesco creando una nuova consapevolezza, trasformano un’apparente confusione in un processo di senso condiviso. In questo processo il conduttore non può chiamarsi fuori. Il suo esserci fa parte del gioco prendendosi il rischio di esserci con la propria storia e le proprie emozioni per rendere autentica la relazione.

Il rischio sarebbe altrimenti un gioco ingannevole, una sorta di tradimento[4].

La proposta laboratoriale rivolta agli studenti vuole essere un’occasione di sperimentazione dell’incontro con altre storie in un dialogo continuo tra la propria storia personale e professionale e l’aspetto emotivo che questo incontro immancabilmente suscita. Il focus non è quindi il riconoscimento, la nomenclatura del proprio sentire, ma un viaggio verso la consapevolezza del fatto che ciò che il mio corpo trasmette è la modalità in cui io esperisco il mondo, il modo quindi in cui leggo l’esperienza e di conseguenza la base da cui si formano le proprie azioni nel qui ed ora.

Il laboratorio si struttura in quattro fasi (spirale della cura) in cui la conduttrice e il gruppo di studenti co-costruiscono un percorso di ricerca verso una nuova consapevolezza del proprio agire nel lavoro educativo in essere e in divenire, in un costante dialogo con il sé emotivo che la presenza “in corpo” rende imprescindibile. L’esserci quindi con la propria storia personale e professionale in una nuova danza relazionale.

Bateson infatti sosteneva che le emozioni, queste cose che siamo abituati a considerare come piuttosto amorfe e non intellettuali, sono veramente le parziali percezioni coscienti di forme di computazione di alta precisione e strutturate. […] I sentimenti d’amore, le emozioni, sono l’aspetto coscientemente esperito di precise, ma inconsce, computazioni di strutture di relazioni[5].

La prima fase del laboratorio (esperienza autentica) vuole permettere la ri-scoperta di quegli aspetti emotivo-relazionali che identificano ogni sistema umano, inteso come singolo individuo all’interno di un sistema di relazioni. Vanna Puviani, psicologa psicoterapeuta che utilizza il colore, il disegno e le emozioni per permettere il racconto e la narrazione di storie di bellezza mi è stata di grande aiuto affinché uno spazio formativo universitario si trasformasse in una possibilità. Amo dare possibilità, tutte quelle utili: è un tempo che concede le repliche, in cui si sia sempre (r)accolti facilitando un ascolto che dia spazio, tutto lo spazio di un foglio bianco, nel quale l’immaginazione possa fiorire e l’inespresso germinare, prendere forma e arrivare a maturazione. Uno spazio da occupare affinché diventi proprio e vi si possa riconoscere e nel quale le storie drammatiche possano essere (rap)presentate con disegni e le parole trasformate […]. Il foglio bianco diviene metafora del vuoto dell’intelletto per fare spazio alla voce che emana dagli oggetti, dando valore e ascolto alle cose che acquistano dignità di parlanti[6]. È un primo incontro in cui cerchiamo delle emozioni dentro di noi, evocate da immagini mentali inseguite o che ci hanno trovato in un’esperienza di ascolto del corpo e l’aiuto di quella che Goleman identifica come l’intelligenza emotiva (innata o da costruire?); e il gesto colore su un foglio bianco permette loro di rendersi visibili e condivisibili all’altro. Inizia anche un primo leggero incontro con la fotografia e le immagini in bianco e nero di Diane Arbus[7]; la proposta è quella di provare a raccontare “la storia” di quelle immagini, diventando curiosi e facendo lavorare l’immaginazione, lasciando quindi meno spazio alla spontaneità che ci limita nell’incontro con le emozioni[8]. Negli scritti emerge ancora forte la spontaneità, la fatica ad uscire dai propri pregiudizi, dalle proprie cornici di senso, dalle proprie sicurezze. Il passaggio che chiedo loro di fare ora è di provare ad accogliere altre storie, altre storie possibili, probabilmente totalmente differenti e lontane dai racconti verbalizzati, ascoltati, letti ed esperiti. Se nel dialogo con le fotografie ci si è soffermati sugli […] aspetti razionali che richiamano inevitabilmente in causa la propria storia, i propri pregiudizi, il proprio modo di conoscere e di aver conosciuto il mondo, ora l’invito è di dialogare con le fotografie andando a cercare e trovare invece […] quel o quegli elementi che solleticano l’inconscio, permettendo di aprirsi ad altre storie possibili. È a queste condizioni che allora lentamente le narrazioni si modificano, si diventa curiosi e si cercano altri nessi[9]. L’immaginazione si nutre del gioco dello spiazzamento […] Accettare la condizione di spiazzamento come una possibile risorsa invita ad interpretarlo, come strumento per trasformare le emozioni in informazioni su come ognuno di noi guarda il mondo e si approccia alla conoscenza. Il ricercatore “volontariamente goffo” è colui che considera le sensazioni di disagio e sconcerto, gli spiazzamenti e le dissonanze emozionali non esperienze da evitare e che disturbano o distorcono la conoscenza, ma importanti risorse conoscitive, e occasioni per esplorare e accogliere anche altre cornici[10].

Per la seconda fase (rappresentazione estetica) chiedo agli studenti di scegliere dal proprio album personale 15 scatti fotografici legati alla propria storia e 5 scatti fotografici che ritraggono ambienti naturali. Emerge eclatante la fatica della scelta. Non si può evitare di scegliere, la nostra storia ci chiama in causa e nel momento in cui ci rimettiamo in ricerca qualcosa ci attira, altro ci infastidisce, forse altro ci rende evitanti. Questa sembra essere la caratteristica che ognuno ha insita nella propria predisposizione alla narrazione: la scelta di quali elementi della propria storia condividere con l’ascoltatore[11]. La proposta prevede la condivisione in piccolo gruppo di una breve descrizione di ciò che viene rappresentato dalle fotografie. La garanzia della postura richiesta a tutti i presenti di accoglienza della storia dell’altro come un dono prezioso permette il transito da un iniziale pudore e timore di esporsi ad un prendersi cura di sé e dell’altro, accogliendo e rassicurando, aprendo alla voglia di condividere la propria e l’altrui storia!

Nel passaggio successivo chiedo loro di osare, di prendersi il rischio di affidare le proprie fotografie ad un collega che poi dovrà raccontare, utilizzando uno o più linguaggi estetici, una nuova storia, un nuovo “C’era una volta…” da restituire a chi è stato così coraggioso da affidargli un pezzo di sé. Si tratta di una sorta di gioco di ruolo in cui provare ad indossare i panni di chi, quotidianamente nel luogo di lavoro in ambito educativo, spesso si ritrova ad accogliere e dover “rileggere” altre storie che richiedono una restituzione al titolare. […] I volti sono indagatori, riluttanti, timorosi…[12], ma proseguiamo. Tra svariati materiali, colori, fili ed immagini altre storie lentamente nascono e cresce con loro la voglia creare per l’altro e di prendersene cura… ma di chi realmente?

Com’è andata?

Ero arrabbiata all’inizio, non volevo dare le mie foto ad una persona sconosciuta, non capivo perché, che senso ha … è stato difficile, molto difficile sia fidarsi dell’altro, ma anche e forse soprattutto dover prendersi cura delle sue fotografie … ho avuto paura!” … “Non vedevo l’ora di sapere che cosa lei avrebbe detto della mia storia, che cosa avrebbe raccontato di me … si è vero, anch’io avevo un po’ paura”.

E poi cos’è successo?

La paura si è trasformata in rispetto; se devo prendermene cura lo devo fare al meglio, devo dare il meglio di me” … “Volevo restituirle una storia meno triste, meno dolorosa di quella che avevo ascoltato e non vedevo l’ora di farle vedere che poteva ancora sorridere, anche magari dei miei disegni goffi[13].

Per la terza fase (comprensione intelligente) gli studenti condividono con il gruppo di colleghi un “album fotografico” pensato, progettato, creato e costruito a casa e/o nel proprio contesto lavorativo che possa rappresentare e raccontare il proprio essere (o divenire) educatori e professionisti in ambito educativo, cercando nello stesso tempo di far emergere non solo le relazioni, gli incontri, le emozioni, gli affetti, le bellezze, ma anche i timori, le perplessità, le incertezze, gli spiazzamenti e le fatiche quotidiane. E i racconti, le narrazioni, ciò che ci viene regalato da ognuno di loro rende questo momento indimenticabile e di una bellezza mozzafiato!

Sono riuscita a capire quanto nel mio lavoro le emozioni siano parte integrante e quante volte purtroppo rischiano di farmi cadere e sbagliare” … “E’ stato bello rileggere alcune storie difficili che hanno creato spiacevoli scontri come nuove possibilità; qualcosa nel mio lavoro quotidiano cambierà, ne sono sicura![14]

Per la quarta e ultima fase (azione deliberata) gli studenti divisi in gruppi sviluppano una restituzione del laboratorio e dei loro apprendimenti, nonché di come ciò possa diventare spunto di riflessione per un nuova postura lavorativa e di consapevolezza del proprio agire educativo. Lo strumento sarà la fotografia e il suo tipico linguaggio estetico che vuole provare a giocare, dialogare e narrare attraverso le immagini. Dopo qualche ora ci ritroviamo per condividere i lavori: splendide immagini rubate “al mondo”. Sono scatti di un pensiero condiviso, in cui i volti delle persone ritratte, degli elementi naturali e artificiali (come segnali stradali, palizzate, binari di treni, giochi di bambini) dialogano fra loro e veicolano messaggi metaforici che anticipano il testo scritto che completa e a volte conclude un racconto iniziato sullo schermo. Condividiamo foto di nudi velati, di edifici “pesanti” e carichi di memorie urbane passare ancora presenti. Ci sono storie di gruppo ed individuali che attraverso gli scatti raccontano una tras-formazione formativa e di senso. Il ruolo della fotografia ha ritrovato il suo percorso di medium, di facilitatore di storie possibili, di originali narrazioni condivisibili e soprattutto raccontabili, fatte di ombre e trasparenze[15].

Proporre spazi formativi che possano lasciare spazio al lavoro con le emozioni sembra quindi essere una fase irrinunciabile della formazione nelle professioni educative e di cura. Il lavoro educativo è relazione, e l’essere in relazione veicola emozioni a prescindere. L’incontro con l’altro è l’incontro di storie, è lo specchiarsi in un altro Sé che mi ri-specchia, permettendo contemporaneamente un vedersi e ri-vedersi, in una circolarità ricorsiva e costruttiva di nuove consapevolezze. Uno specchio quindi capace di far vedere anche altro, ciò che è in secondo piano, dietro al soggetto in vista.

Un altro da ri-conoscere, scoprire e narrare, anche a chi forse fatica ad osservare. Lavorare con la fotografia in ambito educativo permette da un lato di esplorare un senso estetico che agevola la relazione con l’altro, ma nello stesso tempo e per obiettivi simili, permette di veicolare emozioni, sensazioni e affetti che se consapevolmente esplorati, condivisi e resi visibili creano le basi per lo sviluppo di quello che è riconosciuto come una condizione sine qua non del lavoro educativo: l’instaurarsi di una relazione educativa significativa[16].

Non smetteremo di esplorare e alla fine di tutto il nostro andare ritorneremo al punto di partenza e conosceremo quel luogo per la prima volta[17].

“L’acrobata sul filo mantiene la sua stabilità mediante continue
correzioni del suo squilibrio. L’enunciato «l’acrobata è sul filo»
continua a valere anche sotto l’effetto di lievi brezze e di vibrazioni
della fune. Questa ‘stabilità’ è il risultato di continui cambiamenti
nelle descrizioni della postura dell’acrobata
e della posizione della sua asta di bilanciamento.”

  1. Bateson

Pedagogista e Formatrice Stripes Coop. Sociale onlus e Cultrice della Materia e

Tutor d’aula presso la Cattedra del Corso Triennale di Pedagogia Generale II e del

Corso Magistrale di Consulenza Famigliare presso l’Università degli Studi di Milano

Bicocca

Bibliografia

Bateson G., Verso un’ecologia della mente, Adelphi, Milano, 1972

Deriu M. (a cura di), Gregory Bateson, Edizioni Mondadori, Milano, 2000

Formenti L. (a cura di), Attraversare la cura. Relazioni, contesti e pratiche della scrittura di sé, Edizioni Erickson, Gardolo (TN), 2009

Formenti L. (a cura di), Re-inventare la famiglia. Guida teorico-pratica per i professionisti dell’educazione, Edizioni Apogeo, Milano, 2012

Pinciroli S. “Scatti di storie, tra ombre e trasparenze. La fotografia come medium narrante”. In Pasini B. (a cura di), Palpitare di menti. Il laboratorio formativo: stili, metafore, epistemologie, Edizioni Apogeo, Milano, 2016

Puviani V., Le storie belle si raccontano da sole. Il disegno per comunicare con il bambino e curare le sue ferite, Edizioni Junior, Azzano San Paolo (BG), 2006

Puviani V., “Le storie hanno un colore. Il gruppo «Epimeleia» si racconta”. In Formenti L. (a cura di), Re-inventare la famiglia. Guida teorico-pratica per i professionisti dell’educazione, Edizioni Apogeo, Milano, 2012

Scardicchio A.C., Il sapere claudicante. Appunti per un’estetica della ricerca e della formazione, Edizioni Mondadori, Milano, 2012

Sclavi M., Arte di ascoltare e mondi possibili. Come si esce dalle cornici di cui siamo parte, Edizioni Mondadori, Milano, 2003

Smith K., Come diventare un esploratore del mondo. Museo d’arte di vita tascabile, Edizioni Corraini, Mantova, 2014

Telfner U. e Casadio L. (a cura di), Sistemica. Voci e percorsi nella complessità, Edizioni Bollati Boringhieri, Torino, 2003

[1]  Formenti, 2009

[2]  Bateson, 1972

[3]  Formenti, 2009 p. 32

[4]  Pinciroli, 2006 p. 210

[5]  Deriu, 2000 p. 292

[6]  Puviani 2009

[7]  Diane Arbus (1923-1971), fotografa americana famosa per le sue foto in bianco e nero in cui ritrae personaggi eccentrici, freaks e persone in strada; il suo interesse nel voler cercare di instaurare un rapporto di complicità e a volte di profonda intimità con i soggetti fotografati, ha reso il suo lavoro particolare e forse unico nel suo genere.

[8]  Sclavi, 2003

[9]  Pinciroli, 2016, p. 212

[10]  Sclavi, 2003, p.100

[11]  Pinciroli, 2016, p.213

[12]  Ibidem

[13]  Ivi, p. 214. Citazioni di studenti che hanno partecipato ai laboratori che ringrazio singolarmente per gli sguardi speciali con cui mi hanno accompagnato in questo percorso di nuova consapevolezza.

[14]  Ibidem

[15]  Ivi, p.215

[16]  Ivi, p. 216

[17]  T.S. Eliot, “Quattro quartetti”