Sillabario pedagogiko

Goffredo Parise, descrivendo la necessità che lo aveva spinto a stendere i suoi Sillabari, ha detto: “Gli uomini d’oggi hanno più bisogno di sentimenti che di ideologie”. Ogni pedagogia è intrisa di ideologia, ma nasce sempre da un sentimento, non sempre benevolo, che riguarda i rapporti con noi stessi e con l’altro, compresi alla luce del tempo in cui viviamo. Questa rubrica si propone di mettere al lavoro uno sguardo sulle cose che ci circondano, siano queste parole, immagini, incontri, eventi. Un’attenzione per quelle tracce che rivelano il pedagogico nel quotidiano, non dimenticando che l’osservazione – inizio di ogni educazione – è il miglior antidoto per le illusioni del sentimentalismo. Solo così i dettagli che stavano, forse, per sfuggirci possono diventare dei segnali.

Felici, se si può. La retorica della felicità sembra ormai lontana: fino a qualche tempo fa, diciamo prima della crisi e forse prima del 2001, era più comune sentir pronunciare tra adolescenti, adulti e anziani la parola “felicità”. Oggi non si osa più dirla con leggerezza. Gli anni ‘80 del XX secolo hanno contribuito a produrre nell’immaginario collettivo un’idea precisa di felicità: il successo sociale, il salto di classe, le serate tra amici, l’aperitivo in centro, le amicizie alla fandango con “il gusto vero della vita”, la casa del Mulino Bianco, le passeggiate nella natura e il lavoro produttivo e ben remunerato in città. La casetta unifamiliare nel verde, due figli e un cane, sostanzialmente quello che, rovesciandolo di segno, Peter Weir ha costruito, o meglio, ricostruito in Truman show.

La nostra società è cresciuta in questi anni vedendo infrangersi a una a una queste piccole ma sontuose certezze. Oggi, da ormai quasi un ventennio, si fanno i conti con il terrorismo, la crisi economico-finanziaria, una società che invecchia, una povertà che cresce e una rappresentazione dell’impoverimento come qualcosa che, da un momento all’altro, può riguardare tutti. Un mio amico, benestante e professionista affermato, politicamente appassionato che fa bellissimi e importanti progetti educativi e formativi rivolti agli homeless, una sera a cena mi ha confessato che sempre più spesso immagina che da un momento all’altro potrebbe trovarsi lui nelle condizioni dei soggetti che incontra e cerca di aiutare. I dati epidemiologici ci dicono che sono enormemente cresciuti in numero i soggetti che si rivolgono ai servizi sanitari e ai professionisti della cura per attacchi di panico, ansia, depressione. Questi tre “sintomi” sono spesso definiti come i veri mali del nuovo millennio. Si sono indeboliti i legami sociali, infragilite le comunità, rase al suolo le prospettive dei giovani e, come è noto, fra i giovani, oggi, spiccano i quarantenni. Ci troviamo ad affrontare l’emergenza profughi, che non può più essere considerata solo emergenza e che mobilita i singoli più per la paura che per la voglia di accogliere.
L’allentamento e la perdita della fiducia nei confronti della classe politica, ma anche delle organizzazioni che tipicamente rappresentavano i bisogni dei cittadini più in difficoltà è ormai materia da pensieri di facebook. Assistiamo a un conflitto tra diritti acquisiti e nuovi diritti esigibili e garantiti dalla Costituzione, che rimanda direttamente al conflitto generazionale che da un lato non trova le sue trincee reali e dall’altro continua a essere alimentato dai discorsi e dalle azioni della politica. La distanza siderale da quelle che erano considerate fino a trent’anni fa le condizioni per pensare a una vita felice e soddisfacente ci suggerisce di provare a utilizzare delle categorie differenti per pensare alla vita che facciamo oggi, da soli e insieme. Da Bauman a Jodorowsky, da Sennett a Rifkin, con acume e capacità divulgativa molti studiosi continuano a osservare le nostre vite e a restituirci una visione un po’ meno distruttiva e depressiva della società dell’accesso, della connessione coatta, del lavoro cooperativo. Queste stesse voci, però, contemporaneamente sostengono che sono i singoli soggetti a doversi prendere carico della nuova situazione, lavorando ed elaborando competenze e capacità innovative. Ci avevano detto che sarebbe stata l’epoca delle grandi opportunità, ma si è trasformata velocemente nell’epoca delle passioni tristi. Ma se continuiamo solo a sottolineare che sono i singoli le vittime e gli unici possibili artefici del cambiamento non consideriamo sufficientemente forse ciò che altri grandi pensatori ci suggerivano qualche tempo fa. Scomodando Renè Girard potremmo individuare un tratto delle conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale: un tratto che ha a che fare con la ancestrale necessità collettiva di individuare una vittima sacrificale, intendendo il sacrificio come istituzione comunitaria. La vittima sacrificale è sempre sostituita alla vittima espiatoria, che si sostituisce a sua volta a tutti i membri della comunità, proteggendoli dalle loro rispettive violenze.
Girard notava che l’impresa rituale mira a regolare ciò che sfugge a qualsiasi regola e il rito è chiamato a funzionare essenzialmente fuori dai periodi di crisi acuta, con un ruolo preventivo e non curativo. Siamo tutti potenzialmente fuori dalla comunità, perché oggi facciamo fatica a riconoscerci come parte di un progetto collettivo, e quindi siamo tutti potenzialmente vittime espiatorie? È possibile che in un’epoca in cui le istituzioni sono in crisi e i padri evaporano ci sia un ritorno a processi pacificatori che transitano attraverso forme di sacrificio rituale? A guardar bene il fenomeno delle migrazioni, la presenza dei profughi nelle nostre società sembra indicarci qualcosa di molto simile a quanto evocato da Girard e ugualmente sembra dirci che siamo tutti potenziali vittime, perché tutti viviamo oggi su frontiere inesplorate, minacciati nelle nostre possibilità di benessere e di felicità. Frontiere che immaginiamo troppo facilmente fuori di noi e che più difficilmente cerchiamo di affrontare nei meandri labirintici delle nostre personali paure. Del resto ci avvisava già tanti anni fa Ivano Fossati, per capire la musica che gira intorno dovremmo prima di tutto capire che molto spesso “siamo noi che abbiamo nella testa un maledetto muro”. Per recuperare terreno rispetto alle molte frontiere che si spostano dentro e fuori di noi, ci si ripete a ogni occasione che la crisi è un’opportunità, ma questa crisi sembra aver intaccato il senso di libertà del fare e del fare non solo per sé. Se ciò che è “fuori” dalla mia vita è minaccioso, come e con chi posso trovare un modo per fare e fare bene? Si coniano nuovi slogan e modi di dire per “fare insieme”: bene comune, welfare di comunità, welfare generativo. Si cerca di ricompattare i singoli attorno a questioni che interessano la vita di tutti i giorni, cercando concreti miglioramenti. Possiamo dire, solo di passaggio, che tutto questo dovrebbe essere il prodotto di metodologie e azioni formative spesso solo immaginate quando non meramente immaginarie: in questo spazio immaginario la pedagogia oggi dovrebbe individuare uno dei suoi luoghi strategici di azione? Quello che si fa fatica a ricostruire è una dimensione collettiva del benessere, una fiducia e solidarietà sociale che oggi sembra così fragile, sempre condizionata. Nel sistema di welfare, per esempio, gli operatori dei servizi sociali erano abituati a gestire relazioni con i cittadini in difficoltà fornendo risposte concrete, spesso sotto forma di contributi economici mirati. Questo fenomeno si è modificato in modo consistente non solo perché il sistema dei servizi è cambiato e le risorse sono diminuite, ma anche perché i problemi sono cambiati in modo sostanziale.
La complessità è tale che la risposta singola non è quasi mai sufficiente né può essere appropriata. Le categorie in cui si ripartivano i bisogni non sono più congruenti con la realtà dei problemi. E il sistema di welfare si trova a dover compiere una rivoluzione copernicana a livello territoriale, confrontandosi con una difficile narrazione dei processi in atto, che significa, quasi sempre, una difficoltà a reperire risorse, a sviluppare progetti, a raccogliere consenso, anche politico, su azioni che non siano solo di copertura dell’emergenza. Forse questo accade anche perché descrivere ciò che gli operatori osservano sul territorio, e che riguarda sempre più persone e famiglie, significa descrivere problemi portando alla luce percorsi di infelicità, fallimenti, perdite, crisi personali, separazioni, conflitti. Allo stesso modo quello che la politica sembra non riuscire proprio a fare è costruire una narrazione che si confronti seriamente con i problemi, senza per forza offrire soluzioni pronte all’uso. La politica insegue il consenso, i cittadini la felicità e il benessere? Sembrano questioni impossibili da tenere insieme, che condannano alla staticità, all’immobilismo e nella migliore delle ipotesi all’iperattivismo di singoli e di alcune comunità per provare a uscire dal guado. Niklas Luhmann, nel suo testo Potere e complessità sociale, analizzando problemi forse non così lontani da quelli che stiamo vivendo in questa fase, suggerisce di porre particolare attenzione, soprattutto in caso di situazioni sociali di disagio, alla relazione tra esperienza e azione. Questo principalmente perché l’esperienza vissuta è coincidente per tutti coloro che sono coinvolti e partecipano, ma l’azione può variare. L’offerta della possibilità di agire in modo differente viene poi a sua volta limitata per esempio attraverso il codice morale o giuridico, oppure attraverso il potere. L’azione è sottoposta a controlli ed è molto percepibile il rischio insito nel consentire che un’azione abbia luogo in modo incontrollato.
La soluzione, per Luhmann, è indicata dalla possibilità di selezionare l’azione in una logica diversa che sia in grado di liberare i sistemi dall’esigenza di identità, permettendo così lo svilupparsi di “differenziazioni”. Possiamo collegare il pensiero di Luhmann a quanto accade nel welfare oggi, tenendo presente quindi che il welfare può essere considerato come lo strumento e lo scenario di una felicità collettiva? Dunque, possono essere praticate azioni che abbiano la forza di differenziazione di cui parla Luhmann? Il film Il condominio dei cuori infranti ci fornisce a suo modo una visione che può rispondere a queste domande. Siamo in una periferia degradata di un paese della Francia attuale. In un condominio dove gli inquilini discutono di un nuovo ascensore, una misteriosa donna, un’attrice al tramonto, che abita da poco lì, incontra il ragazzino dell’appartamento di fronte che riesce a risvegliare in lei la passione spenta per il suo lavoro e per se stessa. Il signore del primo piano ha un incidente in casa, diventa temporaneamente disabile e s’innamora di un’infermiera incontrata in modo rocambolesco. Insomma tutto sembra seguire un suo ritmo, non originalissimo, seguendo le tracce di infelicità dei personaggi coinvolti. Improvvisamente però sul tetto del condominio atterra una capsula di una stazione spaziale, di cui la NASA ha perso le tracce in volo. Assistono all’atterraggio due ragazzi qualunque che vivono nel condominio vite qualunque. Scende dalla navicella spaziale un astronauta statunitense che, spaventato, chiede ospitalità e un telefono a una donna algerina, anche lei con la sua dose di cuore infranto, ma con una vitalità e una curiosità che le consentono di aprire la porta e di vivere due giorni di felicità con quell’alieno, mettendo a nudo la propria angoscia per il figlio in carcere. La scena dell’atterraggio evoca la rottura di una quotidianità statica, un po’ angosciante, fissata in conflitti aggirati e non elaborati. Una presa sulla realtà, quella generata dalla staticità, che ha però effetti superficialmente rassicuranti. L’astronauta e la signora algerina provano, quasi d’istinto, a giocare un altro gioco che sfrutta la loro quasi “cosmica” differenza come l’occasione per differenziarsi dal sistema chiuso del condominio, sempre alle prese, forse proprio come la nostra società, con un ascensore (sociale) che si rompe di continuo e del quale nessuno vuole pagare le spese, tentando di farle pagare agli altri.
Felici, se si può, l’astronauta e la signora algerina, lo divengono perché da spaventati alieni costruiscono una piccola, breve e intensa azione di reciproca formazione e deformazione del loro sistema di bisogni e di desideri apparentemente irrealizzabili. Se si proverà a insegnare ad agire seguendo questa logica affettiva, forse, ognuno a suo modo, potrà sentirsi un po’ più prossimo a una felicità possibile, condivisibile cogliendo l’occasione della crisi come un tempo per trasformare l’angoscia, che paralizza, in un incontro fertile e faticoso con le proprie paure più inconfessabili. Rischiando così di non continuare a essere eternamente in fuga dalla felicità.