Cinema – PEDAGOGIKA_XX_3

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di Pedro Almodòvar
Julieta
Spagna 2016
Produzione: El Deseo Distribuzione: Warner Bros.
Durata: 99 minuti

Un giorno all’improvviso… A CHI? Alle madri, alle figlie, agli uomini sensibili. PERCHÈ? Per ballare la danza irrequieta del rapporto tra madre e figlia, senza mai dimenticare che tutto il femminile comincia da là. IL FILM: Lei è Julieta, ha messo la cipria sui segni di stanchezza, gli occhi sono assorti in pensieri lontani, il corpo armonioso si confonde nelle strade della metropoli. Poi, un giorno all’improvviso, l’incontro con una giovane donna, l’amica della figlia Altia che è ormai svanita da tempo, provoca in Julieta un forte reflusso, e sale a galla quel passato che non è stato digerito. La donna avvia la scrittura di un diario, unico strumento di alleggerimento dell’anima che fa tornare indietro nel tempo per capire cosa sente e cosa prova, lei, una madre che è stata lasciata dalla figlia. Lungo il tragitto a ritroso rimbalza insistente l’amore immediato, carnale con l’uomo che è il padre di sua figlia, la gelosia per le donne che gli stanno affianco: l’amica del cuore di lui, la tata di famiglia e la stessa figlia. Tutte queste donne amano con drammatico senso di possesso l’uomo intorno a cui fanno girare i propri sentimenti. Poi un naufragio scatena la morte di lui e le donne, perso l’oggetto del desiderio, si fanno la guerra. Un combattimento sottile, invisibile, sotto traccia, che imperversa lungo le pieghe dei silenzi, delle insinuanti parole, delle fughe. La mamma si perde nel fondo del dolore muto e solitario mentre la figlia si ritrova nel calore ardente di una nuova amiica. La morte del terzo, in famiglia, provoca un’inversione di ruolo che vede la figlia, appena adolescente, curare la madre, spenta dalla depressione per la perdita del compagno: i tocchi delle immagini che si strofinano lungo il corpo della mamma mentre lei viene lavata, asciugata, sorretta dalla figlia che con mosse lucide la fa lentamente ritornare alle cose della vita; quei tocchi, dicevo, parlano più di tanti dialoghi. Eppure il cruciverba della relazione tra Julieta e Altia non trova le parole giuste, non si completa; la figlia va via, non regge il contatto con la madre, scappa, nega per anni qualsiasi possibilità di incontro alla madre che si ritrova a colmare vuoti, a rimediare all’assenza, a sedare gli effetti dell’astinenza. Julieta prima e Julieta dopo la morte del proprio uomo è interpretata da due donne diverse a rimarcare che non è solo il tempo a fare cambiare, ma sono gli squilibri della vita a provocare l’alterazione dei tratti del viso, della forma del corpo, della luce negli occhi; qui, in particolare, la fine porta una rinascita, dal dolore sbocciano nuovi petali, un nuovo volto, un nuovo corpo. I capitoli della vita – il film ricorda- li viviamo noi e ancora noi, ma le maschere sul volto cambiano con il cambiare degli eventi incontrati. Impossibile non rimanere agganciate al film, intriso come è di archetipi esistenziali messi in scena senza pudore: l’amore, la morte, la gelosia, il tradimento. Il finire del film riavvolge le emozioni e fa riflettere sulle corde del pregiudizio in cui facilmente si inciampa: l’amore tra donne ha mille facce; peccato per chi non le riconosce! Da vedere per ammirare la potenza dell’amore femminile che spesso ruota a vuoto su sè stesso o intorno a uomini incapaci di amare. Da vedere per assistere a una storia di formazione amorosa che parte dalla madre e arriva alla figlia e poi riparte ancora verso la madre… senza fine!

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di Samuel Benchetrit
Il condominio dei cuori infranti
Francia, Gran Bretagna 2015
Produzione: La Caméra Deluxe, Maje Productions, Single Man Productions
Distribuzione: Cinema
Durata: 100 minuti

Incastri per caso A CHI? A donne e uomini che sentono forte il peso della solitudine. PERCHÈ? Per ricordare che anche nel più desolato dei posti, il cambio di prospettiva porta un vento di speranza a chi soffre di relazioni spente o interrotte. IL FILM: Più l’inquadratura si allarga sullo stabile malconcio di colore grigio opaco, più la cinepresa si avvicina a quelle mura sgretolate, a i vetri crepati, alle maniglie di ruggine e più il senso di desolazione inonda gli occhi. La voglia di allontanarsi dal posto è tanta. Simile a uno degli edifici polacchi degli anni Ottanta che il buon Kieslowski amava riprendere, la struttura domina incontrastata il paesaggio immobile, devitalizzato e sgombro di ogni bellezza: si fa fatica a credere che ci si trovi nella periferia di Parigi, e invece è così. Ma il posto potrebbe trovarsi altrove. Conta il potere monocromatico del grigio biancastro che filtra e vela tutto l’intorno, come un batuffolo di cotone dimenticato in cantina per anni. Lo stabile separa, tiene a distanza chi ci abita, nessuno mai si incontra per caso, né fuori, né dentro; lo spazio è poco ed è anche sgradevole. Eppure gli incontri possono capitare lo stesso. Un signore solitario e depresso inciampa nei pedali della sua cyclette e si rovina le gambe e quel danno lo porta all’incontro con una infermiera costipata nel suo maglione di lana. Un astronauta americano sbarca, per errore, sul tetto dello stabile e viene accolto, accudito e coccolato dall’anziana signora marocchina che ha il figlio in carcere. Il carinissimo adolescente dal ciuffo sugli occhi, con una madre che in casa non si vede mai, si ritrova sul pianerottolo come nuova inquilina una signora che anni prima brillava come attrice. E così il deserto esistenziale dei personaggi trova rifugio in incontri casuali e sinceri: il signore solitario impara a fotografare il cielo con vecchie Polaroid per regalarlo all’infermiera; l’astronauta trova il calore di una casa e restituisce in qualche modo il figlio alla signora sua ospite; l’attrice riscopre la bellezza semplice della giovinezza attraverso gli occhi dell’adolescente che, rivedendo con lei i suoi vecchi film, copre le assenze di una madre distratta. Surreale e poetico, il film lascia tracce delicate di incontri che colmano vuoti, incastrano solitudini, ridisegnano traiettorie di senso per vite vuote e un po’ perdute. Il tutto senza dosi eccessive di sale e neppure di zucchero. Uno sguardo che ritrae il potere delle relazioni, la forza degli incontri che sono in grado di colorare spazi urbani sempre più anonimi e incapaci di essere abitati, vissuti, amati. Una prospettiva sociologica sugli errori della realtà globalizzata, sui soggetti che sono diventati residui sociali che la cultura e l’esperienza mette da parte. Eppure la fiamma dell’incontro spicca il volo a fa respirare aria ai polmoni della speranza. Da vedere per leggere il profilo delicato eppure estenuante della disperazione che sta composta e nascosta nelle case, belle e meno belle, delle società postindustriali. Per imparare che la via di uscita sta nella prospettiva, spesso fantastica e surreale, con cui affacciarsi sulla realtà. Ma soprattutto, per affidarsi al potere delle relazioni che il caso propone.

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di Claudio Giovannesi
Fiore
Italia 2016
Produzione: Pupkin Production e IBC Movie con Rai Cinema Distribuzione: Bim
Distribuzione Durata: 110 minuti

Il fiore dei corpi interrotti A CHI? A insegnanti e student* dai 14 anni in su. PERCHÈ? Per inzuppare lo sguardo nel succo vischioso di chi vive una adolescenza senza orizzonti, per provare il senso profondo dell’amore e del dolore. IL FILM: La faccia di Daphne è molto bella, sta davanti alla mia faccia, non si scolla, è rimasta lì, di fronte a me; vorrei liberarmene ma non posso, non ci riesco. Con gli occhi arrabbiati, le mandibole a macinare chewing gum, le mani sprofondate in tasca la ragazza passa il tempo a rubare iphone nella metropolitana. Senza famiglia, senza regole passa da una comunità all’altra fino a che le tocca il riformatorio. Dentro al carcere restiamo pure noi spettatrici, in quel posto disidratato, che assorbe le identità, toglie il piacere, addestra alla distanza, al silenzio, all’ordine. Ma dall’altro lato dell’edificio ci sono i detenuti maschi, uno di loro è Josh che con Daphne intreccia un legame cucito di sguardi rubati dalla finestra, di lettere nascoste, di parole sottovoce. Lei reagisce al richiamo, quello è il segnale del desiderio che si fa largo nel grigio dei corridoi stretti, tra gli spazi delle inferriate pesanti, sotto le lenzuola bucate; il desiderio dell’adolescenza è tutto qui, nella ricerca di un bacio, di uno sguardo amorevole, di un contatto di corpi che chiama, chiede, preme, spinge fino a esplodere. È anche desiderio del padre, dell’unico genitore rimasto, tanto amato, tanto lontano, un papà che una solidità non ce l’ha, che sta ancora sospeso sul filo dell’incertezza, alla ricerca di un equilibrio sopra la follia, come grida Vasco e la sua musica nelle orecchie della figlia. E allora? Non c’è orizzonte, nessuna costruzione di futuro per tutti quelli che devono vivere una vita deviante, affettivamente derubata, socialmente emarginata, economicamente dissestata. La traiettoria si disegna nel presente, nel qui e ora di una sigaretta, di un vestito indossato, di un rossetto spalmato, di una testata nel muro, di un materasso incendiato. Senza mezzi termini chi è adolescente privo di guida vive il male perché non conosce il bene, vive il dolore e prova a cercare l’amore e, quando lo prova, tutto lo squallore del circostante perde il suo peso. Ma l’amore basta? Quando vieni allevata da qualcuno che non sa farlo, quando vieni lasciata, quando vieni malmenata, non riesci a regolare le tue emozioni, non ti fidi di nessuno, non vuoi comunicare, non puoi studiare, hai paura di pensare, la risposta non è sicura; tutto questo lo dice la bella faccia di Daphne, la faccia depressa del padre, la faccia affinata di Josh. Le inquadrature si riempiono di primissimi piani, continui e ripetuti, dei due giovani carcerati che tengono fuori campo il punto di vista delle educatrici, dei genitori, di tutti gli altri adulti: noi spettatrici dobbiamo stare sul pezzo, entrare nel corpo di quegli adolescenti, nascosti dalle ombre dei tatuaggi, corpi che stanno nel fiore degli anni, ma sono asfissiati dal malessere. Lo sentite il loro desiderio? É vivo e vegeto, ma rischia un finale brutto. Da vedere per gioire di una regia architettata intorno al fiato di corpi giovanissimi che soffrono, ma sanno amare.

Cristiana La Capria