Un villaggio per educare

Domande, curiosità e dubbi dal mondo dell’educazione

 

Gentile Redazione,

ormai dovrebbe essere assodato che l’alleanza tra scuola e famiglia e la corresponsabilità siano non solo una premessa dei servizi educativi di qualsiasi ordine e grado, dal nido al liceo, ma anche una tensione educativa irrinunciabile. Gli sforzi, ovunque, sono tesi a incoraggiare lo sviluppo di un modello pedagogico inclusivo, fondato sui valori della cittadinanza, della partecipazione attiva, del rispetto delle diversità. Eppure la realtà si discosta dalle buone intenzioni e non è raro vedere da una parte famiglie che pretendono di far da padrone, senza rispetto dei ruoli educativi e professionali di chi lavora nel servizio, e dall’altra parte educatori sempre più arroccati sulle loro posizioni che sembrano mal sopportare il carico e le richieste provenienti dalle famiglie. La deriva di questa situazione è che anche gli educatori diventino giudicanti, pronti a sottolineare “i vuoti” delle famiglie, le loro mancanze, piuttosto che vederle come risorse e possibili alleate. Viene da pensare che il ruolo dell’educatore sia sempre più complesso, in quanto si trova spesso a farsi carico e a gestire in prima persona i vissuti di solitudine e di fragilità dei genitori che spesso, impauriti, mettono in atto meccanismi di delega educativa, affaticando ulteriormente il lavoro educativo. Di mezzo, come sempre accade, ci sono i bambini.

Come vedete questa situazione?

Marta S.

Risponde Giuseppe Fichera, mediatore familiare e pedagogista

Cara Marta,

La dialettica fra scuola ed extrascuola è una dinamica complessa ed articolata, ma ricordiamoci che ha che fare con la possibilità di creare i cittadini del futuro e fornire loro gli strumenti per essere efficaci e realizzare le proprie inclinazioni e di essere di supporto alla comunità.

Viviamo in un contesto sociale sempre più fragile in cui il tessuto della comunità educante sembra venir meno. La dialettica fra famiglie mononucleari e famiglie allargate non è più neppure un argomento di discussione. Spesso il primo figlio è il primo bambino con cui una neomamma si trova ad interagire, mentre in passato nelle famiglie allargate i fratellini, i nipotini ecc.. creavano contesti relazionali utili ai futuri genitori; si apprendeva dalla relazione con parenti e amici che trasmettevano poco alla volta le competenze e le informazioni sufficienti per approcciare in modo meno ansioso e graduale l’educazione dei figli.

Inoltre il tempo a disposizione delle famiglie da trascorrere con i propri ragazzi è ridotto a causa della necessità di tutti i membri della famiglia di impegnarsi a tempo pieno nel lavoro. Tutto ciò aumenta le ansie dei genitori, i sensi di colpa e il bisogno di controllo che viene spesso proiettato e delegato agli operatori (pensiamo agli educatori della prima infanzia) che spesso vengono caricati di responsabilità educative che dovrebbero rimanere a carico della famiglia e dai quali non si accettano critiche e suggerimenti. Ciò accade sovente anche nelle scuole primarie e secondarie. Se da un lato quindi ci si è emancipati da una visione della scuola in cui il professore, il maestro saliva in cattedra con alunni e genitori lasciando poco spazio alle repliche e considerazioni tutt’altro che inopportune, dall’altro oggi si rischia di scivolare in una visione deprezzata del ruolo dell’insegnate sminuendone l’autorevolezza agli occhi dei ragazzi stessi. Mi è capitato recentemente di partecipare a percorsi formativi per genitori e insegnanti, basati sulla tecnica dell’improvvisazione teatrale, ciò che ne risulta, nell’esasperazione del role playing e la contrapposizione tra chi sta dentro e chi sta fuori, in un gioco di rimproveri reciproci “su come si fa e come si dovrebbe fare”. Una sorta di rappresentazione sociale del dramma in cui il desiderio di comprendere le esigenze dell’altro è veramente poco. Si tratta di una proiezione metaforica ancorché verosimile di molti contesti reali. Si tratta dell’incontro di due sistemi educanti: da un lato quello delle famiglia legato agli affetti ed alla valorizzazione dell’unicità della persona che interagisce e soddisfa i bisogni relazionali e affettivi, dall’altro di un contesto “istituzionale” legato all’apprendimento ed alla necessità di sottostare a regole sociali e relazionali che sono trasversali e uguali per tutti. Si tratta di modalità di interazione necessariamente differenti, ma che devono essere integrate e supportate vicendevolmente al fine della crescita culturale, relazionale e sociale del bambino, dell’adolescente e, non ultimo, del futuro cittadino. Per ovviare a questo problema spesso le scuole rispondono con proposte formative che ricalcano inconsapevolmente il sistema scolastico: si organizzano convegni, collegi, e assemblee per comunicare e informare i genitori sui problemi e i rischi che possono interessare i ragazzi, ma la dinamica di fondo tuttavia sembra rimandare ad una dialettica fra esperto con cattedra e slide e discente in classe. La dinamica non cambia molto quando i genitori fanno proposte, talvolta attraverso i comitati, gruppi informali (inglese con insegnanti madrelingua, creare spazi compiti per il recupero ecc..). Rimane l’immagine e di due tavoli contrapposti – spesso entrambi competenti – che si rilanciano vicendevolmente idee più o meno brillanti e più o meno originali. Spesso in tutto ciò si inseriscono gli operatori dei servizi, gli educatori, i pedagogisti a rispondere a domande spesso con buone prassi, una buona attenzione ai singoli, ma poca ai processi di partecipazione. Se da un lato queste attività sono necessarie e servono ad informare genitori e insegnanti, poco servono a formare e a far comprendere le esigenze e le difficoltà degli uni e degli altri.

Occorre allora forse riscostruire un tessuto sociale in cui nessuno si senta depositario della conoscenza e in cui ognuno possa esprimere e comprendere le ragioni dell’altro e il senso profondo di ruoli educativi differenti, assumendosi ognuno le proprie responsabilità. Forse ciò che manca è un focus specifico su una dimensione comunitaria dell’educare, in cui siamo tutti partecipi e corresponsabili della crescita e dell’educazione dei figli. Un’esperienza positiva, a cui sto partecipando in questi anni, è stata quella ad esempio dei “laboratori di comunità” che vedono seduti a un tavolo, in contesti “extrascolastici”, genitori, insegnanti e responsabili di servizi che ragionano insieme sulle difficoltà e sulle proposte formative che possono essere fatte a genitori e ragazzi. In questi tavoli in realtà gli obiettivi (il corso di formazione, lo spazio compiti, il laboratorio ecc.) sono, in un certo senso, degli espedienti per permettere alle persone (siano essi insegnanti, genitori, operatori ecc.) di mettersi in gioco e di comunicare realmente le difficoltà, ma anche la passione e la motivazione, che li spingono a confrontarsi. Ecco che allora il progettare insieme diventa un fare, un apprendere e un “comprendere le ragioni dell’altro”, le sue difficoltà. Ciò favorisce l’impegno e il sostegno reciproco realizzando di per sé un processo di coevoluzione fra sistemi e persone con ruoli diversi, ma con le stesse finalità, in cui i sistemi si compenetrano cercando sinergie e non si dividono creando inevitabilmente una faticosa contrapposizione. Certo all’inizio può essere difficile, ci vuole tempo, occorre agevolare “sempre nel rispetto dei ruoli e delle competen
ze” i processi di incontro e confronto. Forse la cosa più difficile per gli operatori, i conduttori di questi gruppi è “saper fare un passo indietro”, proporsi come facilitatori dell’incontro delle varie istanze mediando i conflitti e facilitando le sinergie e non come “esperti” che danno soluzioni. Occorre quindi puntare a ricostruire percorsi di senso di comunità e valorizzare le competenze di genitori e insegnanti per generare progetti che siano condivisi e partecipati, permettendo così anche agli adulti di mettersi in gioco e di cambiare un po’ in nome del futuro oltre che del presente dei propri ragazzi. Ciò ha favorito un proliferare di attività in contesti sia scolastici che extrascolastici incontrando la soddisfazione di insegnanti e genitori. Un’altra esperienza interessante di collaborazione è legata a gruppi di genitori di ragazzi con difficoltà didattiche che afferiscono ad un spazio compiti. Nel corso degli anni i genitori hanno cominciato ad incontrarsi, dapprima per vedere i lavori che i ragazzi avevano preparato in laboratori fatti con gli educatori e poi via per parlare insieme agli operatori delle problematiche dei ragazzi. Tutto ciò ha favorito in modo notevole la comunicazione fra operatori e genitori e di conseguenza il processo di recupero dei loro figli e aiutando notevolmente gli operatori stessi nel loro percorso valorizzandone l’autorevolezza e l’efficacia. Il minimo comun denominatore di questi percorsi è quello di dare alle persone l’occasione di sentirsi coesi e legati in un cammino che è quello tipico della “comunità” che rimanda a valori più elevati e condivisi che sono inserti in una visione più ampia della comunità educante e del futuro e del cittadino. Mentre in un certo senso le famiglie hanno qualche giustificazione per non essere totalmente consapevoli di questa situazione, invece oggi non possiamo più permetterci come “operatori” (insegnanti, psicologi, pedagogisti, educatori ecc..) di essere impreparati a questa dinamica. Troppo spesso, è vero, gli operatori adottano modalità analoghe rigettando sul contesto familiare la responsabilità dei disagi dei ragazzi, in un gioco di rimandi infinito. Se questo è un problema reale allora occorre prepararsi, equipaggiarsi per incontrare i genitori che porteranno questa difficoltà. Insomma non si può trattare questo argomento come un “imprevisto”, una variabile disturbante di un sistema che altrimenti non implicherebbe disagi particolari. Occorre invece attrezzarsi per creare dinamiche di co-evoluzione e di consapevolezza che permettano a scuola e famiglia di trovare nuovi punti di equilibrio, di viversi realmente come una “comunità educante” nel nome e nell’interesse ultimo dei bambini dei ragazzi e dei cittadini del futuro.