Dalla crisi generazionale al riscatto rigenerativo

Non si può capire appieno il rapporto dei giovani con il mondo del lavoro senza tener conto della dimensione culturale, aspirazionale ed emotiva. Ma anche, viceversa, può essere limitativo, e anche distorcente, indagare il disagio sociale delle nuove generazioni senza metterlo in relazione con le carenze di welfare e le difficoltà occupazionali che esse incontrano.


La crisi generazionale[1]

La generazione dei Millennials – composta da chi ha compiuto i 18 anni dal 2000 in poi (gli attuali 18-33enni) – presenta alcuni tratti culturali e sociali comuni in tutto il mondo sviluppato, ma sperimenta condizioni molto diverse nei vari contesti, anche all’interno della stessa Europa. L’Italia, è senz’altro uno dei paesi in cui la realtà è più problematica sul versante della capacità di dotare le nuove generazioni degli strumenti e delle opportunità per essere vincente di fronte alle sfide del proprio tempo.

I primi dieci anni del nuovo secolo sono stati indicati come il “decennio perduto” per l’Italia, per i bassi livelli di sviluppo e la crescita delle diseguaglianze. La crisi economia, iniziata nel 2008, ha peggiorato ulteriormente il quadro. Tutta la popolazione ne ha risentito, ma con maggior impatto sulle nuove generazioni. I Millennials si sono quindi trovati a costruire il proprio percorso di transizione alla vita adulta in un contesto di particolare difficoltà e crescente incertezza.

Proprio come esito delle implicazioni negative – sul piano materiale, sociale e psicologico – in vari documenti ufficiali dell’Unione europea e del Fondo monetario internazionale (IMF), si è evocato il rischio di una “lost generation”. In assenza di forti azioni di rilancio, il tempo necessario per riassorbire gli effetti negativi della crisi sull’occupazione potrebbe essere molto lungo in paesi come l’Italia e la Spagna (rispettivamente in 20 anni e 10 anni secondo stime dell’IMF). Si pensi, come controesempio che in Germania la disoccupazione è oggi a livelli ancor più bassi rispetto all’inizio della crisi internazionale.

La percentuale in Italia di Neet (i giovani non in formazione e senza lavoro) è tra la più elevate nell’Unione europea dopo la Grecia. E’ salita nella nostra penisola, relativamente alle persone tra i 15 e i 29 anni, dal 19,3% del 2008 al 26,2% del 2014 (ultimo dato disponibile) mentre nell’Ue28, nello stesso periodo, è passata dal 13,0 al 15,4%. Un dato che deriva dalla scarsa capacità di attivazione delle nuove generazioni nel mercato del lavoro e dalla inadeguata valorizzazione del loro capitale umano nel nostro sistema produttivo.

Risente anche di una fragilità di partenza nel processo formativo. Ci distinguiamo tra i paesi più avanzati, in particolare, per una elevato tasso di abbandono precoce degli studi (15% non vanno oltre la terza media contro il 11% Ue28) e per una bassa percentuale di laureati (per i 30-34enni rispettivamente 22,4% contro 36,9%, fonte: Istat, Noi Italia 2015). Il tasso di occupazione dei laureati tra i 25 e i 34 anni è risultato pari al 62 percento nel 2014, 20 punti sotto la media del mondo sviluppato.

Limiti strutturali e culturali formano assieme un mix di fattori che influenzano in modo depressivo la realizzazione di solide scelte di vita. Tutte le tappe di transizione allo stato adulto – dall’autonomia dai genitori fino alla formazione di una propria famiglia e alla nascita del primo figlio – sono molto più posticipate per l’italiano medio rispetto al coetaneo medio europeo. L’età mediana di uscita dalla famiglia di origine è attorno ai 30 anni nel nostro paese, mentre è inferiore ai 25 nei paesi scandinavi, in Francia, Germania e Regno Unito. In Italia meno del 12 percento dei giovani vive in una unione di coppia tra i 16 e i 29 anni, un valore che è la metà rispetto alla media europea. Di conseguenza siamo diventati, assieme alla Spagna, il paese con più bassa fecondità realizzata prima dei 30 anni (fonte: dati Eurostat, anno 2013). Non a caso il numero delle nascite ha toccato negli ultimi anni livelli negativi record per la storia del Paese (da oltre un milione a metà anni Sessanta a meno di mezzo milione nel 2015, compreso il contributo degli stranieri).

Questo però non significa che i giovani italiani non siano portatori di desideri, valori, motivazioni. É però vero che alcune loro fragilità interagiscono negativamente con le maggiori difficoltà oggettive che incontrano nel loro percorso di vita.

Il contesto storico

I dati e le ricerche dell’indagine “Rapporto giovani” dell’Istituto Toniolo mettono in chiara evidenza come non si possa né capire appieno il rapporto dei giovani con il mondo del lavoro senza tener conto anche della dimensione culturale, aspirazionale ed emotiva. Ma anche, viceversa, come possa essere limitativo, ma anche distorcente, indagare il disagio sociale delle nuove generazioni senza metterlo in relazione anche con le carenze di welfare e le difficoltà occupazionali che incontrano.

Il lavoro è diventato negli ultimi anni uno dei temi principali di preoccupazione per i giovani stessi, le famiglie, le istituzioni. Questa crescente attenzione non deve però oscurare molti altri mutamenti di grande rilievo nel modo di interpretare la presenza dei giovani nella società, nella costruzione della propria identità adulta, nelle modalità dello stare in relazione e del produrre valore attraverso le proprie scelte di vita. Cambiamenti che contengono sia rischi che opportunità combinati in dose diversa all’interno delle varie categorie sociali e del contesto in cui vivono. Si pensi ad esempio al tema del confronto tra culture, che può essere subito negativamente (generando frustrazione e insicurezza) quando mancano strumenti di integrazione, ma anche vissuto positivamente se consente di arricchire il proprio sguardo sul mondo e l’interscambio costruttivo con gli altri.

Negli ultimi anni è senz’altro cresciuto il senso di insicurezza come esito degli attentati terroristici di matrice islamista che hanno colpito il mondo occidentale e luoghi dell’aggregazione giovanile, coinvolgendo anche giovani italiani che si trovavano per studio e lavoro all’estero. Fatti che hanno scosso in modo particolare una generazione che considera connaturata la mobilità internazionale e è portata, di fondo, a vivere in modo positivo l’apertura al mondo e il confronto tra culture.

É diventato più acceso il dibattito politico e pubblico sui temi dell’immigrazione, anche come conseguenza dell’inedito aumento e della difficoltà di gestione di flussi di profughi da Siria, Eritrea, Libia e da altre aree in cui l’instabilità politica genera conflitti e peggioramento delle condizioni di sopravvivenza. Ragioni e valori dell’accoglienza fanno sempre più fatica a contrastare la crescita dei timori di una presenza straniera subita e non ben integrata.

Secondo gli indicatori Ipsos sul clima del Paese, la preoccupazione per i temi della sicurezza e dell’immigrazione è quella lievitata di più tra il secondo semestre 2013 e il secondo 2015 (dal 9 al 31%). L’occupazione e l’economia rimangono comunque in assoluto la preoccupazione prevalente (indicata come problema nazionale dall’86% degli intervistati nel 2015).

Un cambiamento politico rilevante, rispetto ad un quadro istituzionale accusato da più parti in passato di essere “gerontocratico” – è inoltre stato l’insediamento di un Esecutivo, prima con Letta ma ancor più con Renza, molto più giovane dei precedenti. Un certo cambiamento di atteggiamento, nei tempi e nei modi dell’azione politica si è realizzato in linea con aspettative positive dei giovani. Il Governo ha catturato curiosità e attenzione, ma il credito sui giovani è rimasto pragmaticamente legato alla realtà e in attesa della prova dei fatti. Questo giudizio sospeso vale anche per forze all’opposizione (ma all’amministrazione di alcune realtà locali), in particolare per quelle più interessate all’elettorato giovanile, come il Movimento 5 stelle. L’antipolitica da parte dei giovani è limitata, c’è piuttosto, come abbiamo documentato in varie occasioni, una domanda di buona politica che dimostri di saper sortire vero miglioramento di condizioni e opportunità. I risultati concreti tardano però ad arrivare. Come già evidenziato sopra, i tassi di disoccupazione e di Neet, continuano ad essere tra i più alti in Europa.  Se i Governi precedenti si sono rivelati incapaci di contrastare il peggioramento (nonostante le continue dichiarazioni di considerare le politiche per il lavoro dei giovani una priorità), quello attuale, pur in un quadro di progressiva uscita dalla morsa della crisi, sta trovando difficoltà nel produrre un concreto e sostanziale miglioramento.

“Garanzia giovani”, il piano più importante degli ultimi decenni a favore dell’occupazione giovanile finanziato dall’Unione europea, sta ottenendo risultati molto più modesti rispetto alle aspettative. Partito a maggio 2014, dopo oltre un anno e mezzo di attività è riuscito a raggiungere solo un terzo dell’intera platea dei Neet e ad offrire una concreta misura (formazione o lavoro) a meno di un Neet su dieci. Non certo i dati di un insuccesso, ma sicuramente troppo poco per una vera svolta nelle politiche di attivazione delle nuove generazioni. La sfida rimane aperta, soprattutto sul versante del potenziamento del sistema dei servizi per l’impiego, con la costituzione dell’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro (ANPAL).

Timidi e contrastanti sono stati anche i primi effetti del Jobs Act. I valori forniti dall’Istat, relativi agli ultimi mesi del 2015, sembrano però più incoraggianti sia sull’aumento degli occupati che sulla stabilità contrattuale. Anche i dati più recenti continuano però ad essere meno favorevoli per i giovani, soprattutto se oltre ai disoccupati si considera l’enorme componente degli inattivi scoraggiati.

Il “Country note” 2015 dell’Ocse sull’istruzione italiana conferma come i livelli di formazione delle nuove generazioni italiane siano crescenti ma rimangano sensibilmente più bassi rispetto alla media europea e come l’investimento in istruzione terziaria sul Pil continui ad essere cronicamente uno dei più bassi in Europa.

La povertà continua a colpire in modo più accentuato l’infanzia e i giovani. Particolarmente alta è l’incidenza della deprivazione materiale per le famiglie con più di due figli minori e per le famiglie con genitori under 35 (Fonte: Istat, La povertà in Italia, anno 2014; Save the Children, Atlante dell’infanzia 2015).

Il 2015 è però anche l’anno in cui i segnali di ripresa e di fiducia di miglioramento della qualità della vita sono diventati evidenti. Gli indicatori Ipsos sul clima del Paese, segnalano una rilevante riduzione di chi crede che il peggio debba ancora arrivare (dal 50% del secondo semestre del 2014 al 37% del secondo 2015). L’impressione è quella di una strada quantomeno imboccata nella direzione giusta, se non ancora verso un convincente processo di crescita quantomeno fuori dalle cattive acque della crisi. Segnali che però rimangono in attesa di ancor più solide conferme nel corso del 2016 per poter produrre veri riscontri sulla capacità di realizzare i propri progetti di vita.

La voglia di riscatto

I dati e le ricerche dell’indagine “Rapporto giovani” dell’Istituto Toniolo mettono in chiara evidenza come non si possa né capire appieno il rapporto dei giovani con il mondo del lavoro senza tener conto anche della dimensione culturale, aspirazionale ed emotiva. Ma anche, viceversa, come possa essere limitativo, ma anche distorcente, indagare il disagio sociale delle nuove generazioni senza metterlo in relazione anche con le carenze di welfare e le difficoltà occupazionali che incontrano.

Le analisi più recenti e attente mostrano anche che dove si creano spazi di opportunità i giovani sono pronti a mettersi in gioco, anche se spesso non trovano il supporto adatto per ottenere il miglior successo. Ai giovani viene lasciato spazio ai margini, in terreni dai quali le generazioni adulte non sanno trar frutto, non necessariamente perché non fertili ma perché non coltivabili con strumenti del passato. Tali spazi periferici, quando l’innovazione trova la strada del successo superando vecchi vincoli e rovesciando a proprio favore vecchi equilibri, diventano nuove frontiere da cui possono nascere futuri centri di sviluppo.

Aiutare le nuove generazioni a riacquistare fiducia in un processo di miglioramento delle proprie condizioni e di rigenerazione del Paese è l’impegno principale a cui tutti dovremmo contribuire.

Docente ordinario di Demografia nella Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano

Note:

[1] Questo articolo è estratto dall’introduzione del volume a cura dell’Istituto G. Toniolo, La condizione giovanile in Italia. Rapporto giovani 2016, Il Mulino, Bologna 2016.