Eredità di una vecchia ed esigenze di una nuova formazione

Occorre una nuova formazione per poter seminare bene e per sperare che i chicchi siano danneggiati il meno possibile nel crescere, ma producano buoni frutti, integrandosi da protagonisti competenti e non certo passivamente acritici nella società e nell’economia dei loro tempo.


I giovani[1], nella nostra società (e pensare che l’Istat li contabilizza tali fino alla bella età di 34 anni, un tempo segno di piena maturità umana e professionale), sono troppo pochi (35%) in proporzione ad anziani over 65 (quasi il 23%) ed adulti (la percentuale restante). Scendono ad appena il 25% nella fascia d’età 0-24 anni. Da autentica catastrofe demografica.

Nel 1862 (il Regno d’Italia aveva un anno di vita e la capitale era Torino), in un’Italia con poco più di 22 milioni di abitanti, nacquero più bambini dei 488mila nati nel 2015, con 61 milioni di abitanti. Nemmeno in tempo di guerra si ebbe mai questo trend demografico: 676mila nati nel 1918, 821mila nel 1945. Nel 1964, con 50,5 milioni di abitanti, nacquero, nel nostro paese, 1 milione e 35mila bambini.

Si potrebbe immaginare che, proprio per questa clamorosa riduzione del numero dei competitor, i giovani italiani, senza scomodare la domanda incrementale di nuovi posti di lavoro determinati dallo sviluppo economico più innovativo (expansion demand)[2], avrebbero potuto avere più occasioni di lavoro anche restando nella sola domanda di occupazione per sostituzione (replacement demand: posti esistenti lasciati da anziani distribuiti tra meno pretendenti!). Inoltre, che, per la stessa ragione, avrebbero potuto avere maggiori possibilità di cambiare i propri livelli socio-professionale (visto che molti anziani al top della carriera devono lasciare la loro occupazione). E, nondimeno, più opportunità istituzionali di accedere ad una formazione così qualificata e completa da poter sempre più rivendicare, da un lato, maggiori autorealizzazioni personali e, dall’altro, sempre più rapide e soddisfacenti “elevazioni” professionali distribuite sull’intero arco della vita, di cui parla peraltro l’art. 35, comma 2 della Costituzione del 1948. Niente di tutto questo, invece. Anzi, il contrario.

La disoccupazione giovanile è ai livelli che, purtroppo, ben conosciamo. Tra i 15 e i 24 anni, per esempio, se è al 32% in Lombardia, corre quasi al 50% in alcune zone del Paese. Sempre nella stessa fascia di età, i giovani Neet, quelli che non studiano, non hanno un lavoro e nemmeno più lo cercano o per rassegnazione o per comodità, sono ben 2,3 milioni. Ed è noto che escludere un soggetto dal lavoro significa in qualche modo deumanizzarlo, impedendogli l’accesso ad un elemento fondamentale della propria identità[3]. Non si contano a milioni ma solo a centinaia di migliaia, infine, i giovani cosiddetti Expat (cioè che si trasferiscono all’estero per poter trovare quel lavoro che è loro negato in patria).

L’“ascensore sociale” della seconda metà del secolo scorso si è bloccato, sia perché pesa più che in passato, e non è un paradosso, la posizione economico-sociale di partenza della famiglia (e purtroppo molto più che negli altri paesi Ue), sia perché il numero delle funzioni professionali collocate nei piani alti della società e dell’economia è diminuito. Da dieci anni, in particolare, si è ormai innescata una vera e propria mobilità sociale discendente, il cui amaro calice saranno soprattutto i giovani a dover bere per forza fino in fondo nel futuro prossimo e meno prossimo. E ciò indipendentemente dal fatto che abbiano ragione o torto le discusse analisi di chi preferisce affidare il motore dell’ascesa alla rendita finanziaria[4] e di chi, invece, attribuisce maggiore importanza al merito e alla competenza personali5.

Anche una formazione più qualificata, tale da consentire ambizioni per più rapide carriere professionali attraverso adeguate riconversioni di conoscenze e competenze in un mondo economico in profondissime trasformazioni come il nostro, resta una chimera. Nonostante l’aumento statistico dell’istruzione delle giovani generazioni, come documentano i dati nazionali e internazionali, infatti, registriamo una situazione quasi opposta. Le “elevazioni” professionali riconosciute come un diritto nella Costituzione sono pesantemente ostacolate, nel lavoro dipendente, non solo da una permanenza maggiore degli adulti-anziani al lavoro e da rigidità centralistiche relative ai contratti di categoria tipiche del secolo scorso, ma anche e soprattutto, lo si ricordava poco fa, dalla riduzione delle posizioni professionali pregiate. Il passaggio dall’organizzazione verticale e piramidale del lavoro tipica del fordismo (un’élite di dirigenti e tecnici, una massa di lavoratori subordinati) a quella orizzontale e molto più piatta del post fordismo ha comportato un ridimensionamento delle funzioni professionali apicali stimata tra il 20 e il 30% a vantaggio di quelle intermedie. La globalizzazione e il fenomeno delle concentrazioni tra compagnie operanti nello stesso business, inoltre, insieme alla forte innovazione tecnologica degli ultimi decenni, hanno permesso razionalizzazioni del personale che ha portato da 4 a 1 le posizioni per top e middle management. In compenso, è cresciuto e crescerà sempre più la richiesta di lavoro “in-dipendente” innovativo, fatto più di employers che di employees, di imprenditori di se stessi che di senior executive o comunque di “dipendenti”, siano essi quadri o personale direttivo e dirigente. Si tratta di un portato tipico della diffusione massiva delle nuove tecnologie della comunicazione e, in campo manifatturiero, di ciò che, secondo il brevetto dei tedeschi, si è usi nominare Industry 4.0  (big data, addictive manufacturing, robotica, internet of things e cyber phisics systems, cloud, realtà aumentata), nonché dello sviluppo galoppante della sharing e della gig economy[5]. Tutti contesti nei quali all’organizzazione verticale fordista ed orizzontale post fordista è seguita e segue, a qualsiasi livello produttivo, quella circolare-molecolare[6], nella quale gli estremi professionali di alto e basso, centro e periferia, vertice e base, generale e specifico tendono a coincidere e a convivere nello stesso prestatore d’opera. Il che fa della flessibilità personale (rivestire ruoli e funzioni diverse in tempi, luoghi e problemi diversi)[7]; della rete ricorsiva tra luoghi e tempi del lavoro, del riposo, dello svago e delle relazioni socio-familiari[8] e, infine, della qualità creativa dei processi e dei prodotti di mercato, tali da essere poi socialmente condivisi, i caratteri distintivi del nuovo modo di affrontare le traiettorie di vita personale, sociale e professionale in una realtà socio-economico-tecnologica come quella che è ormai avviata verso il compimento[9].

Il dato preoccupante è che non solo il 40% degli attuali occupati sarebbe afflitto dal fenomeno dello skill mismatch rispetto alla reale dinamica del mercato del lavoro, quindi con ogni probabilità destinato ad essere a mano a mano escluso dal catalogo delle prestazioni che si renderanno sempre più necessarie, ma anche che perfino i giovani risulterebbero in larga parte impreparati alle sfide dei nuovi lavori, pur dopo aver fruito di ben 13 o addirittura 18 anni di scuola. Anche tra i giovani che sono giunti alle lauree, insomma, nonostante uno su quattro si conquisti addirittura la lode, sarebbe strutturale l’asimmetria tra competenze di fatto disponibili e quelle richieste dal mercato (skill gap) e la carenza di molti cluster di competenze attese (skill shortage). Per es. chi, tra i giovani laureati, sarebbe oggi in grado non di svolgere, ma di avere le condizioni di personalità oltre che tecnico-professionali per poter svolgere al meglio e in maniera internazionalmente competitiva il Cloud Broker, il Network Programmer, il Data Scientist o il Robot teacher? [10] Chi avrebbe oggi maturato, nel suo percorso di studi, in situazioni professionali e socio-relazionali autentiche, e non artificiali e astratte, le competenze personali di natura educativa, culturale e professionale ritenute indispensabili per affrontare, senza doverle subire, le caratteristiche della new economy e per trasformare la precarietà connessa alla progressiva estensione del lavoro “in-dipendente”, in opportunità educativa, culturale e professionale, da vero freedom manager, per sé e per gli altri?[11]

Non stiamo, forse, a questo proposito e in questo contesto, per dirla con il Karl Barth del 1925, “consumando” senza esserne consapevoli le peraltro poche “sementi” che abbiamo, appunto i pochi, e perciò sempre più preziosi, giovani di cui si diceva, unico vero investimento per il futuro?

Il nuovo paradigma formativo

Occorre, dunque, una nuova formazione per poter seminare bene e per sperare che i chicchi (fuor di metafora, tutti i pochi bambini, tutti i pochi giovani) siano danneggiati il meno possibile nel crescere, ma producano buoni frutti, integrandosi da protagonisti competenti e non certo passivamente acritici nella società e nell’economia dei loro tempo. Proposito, tuttavia, che pare incompatibile, alla luce soprattutto dei risultati statistici che compulsivamente si commentano da decenni ma, in sostanza, con modifiche soltanto liminari e da zero virgola, con le possibilità offerte dal paradigma formativo che tuttora regge, nonostante tutti i volenterosi interventi riformatori per modificarlo, l’impianto culturale, istituzionale e ordinamentale della scuola frequentata dalle giovani generazioni[12].

Questo paradigma, come è noto, si radica nella tradizione della destra liberale dall’Italia unità, trova la sua più coerente acme culturale, epistemologica e ordinamentale nella riforma Gentile del 1923, le sue prime dissimulazioni per meglio lasciarlo inalterato nella sostanza con il Fascismo, influenza la sinistra socialcomunista tramite la forte contaminazione di Gentile su Antonio Gramsci (dando origine al cosiddetto gentilianesimo di sinistra, molto vivo sia nel vecchio Pci sia nei partiti che ne hanno poi seguito le varie trasformazioni fino ad ora), è presente nella Costituzione del 1948 ed oggi trova quasi il suo senso comune inter e trans ideologico nella cosiddetta “teoria del merito”[13]. In due parole, il paradigma in questione ritiene che scopo del sistema educativo debba essere quello di selezionare i migliori giovani per farli classe dirigente o egemone (partire in 100 nelle scuole primarie per arrivare alla laurea-classe dirigente o egemone in 5 ai tempi di Gentile o anche 30/40 oggi). E, circolarmente, ritenere di poter identificare i migliori giovani soltanto, o soprattutto, in quelli che riescono ad ottenere brillanti risultati nei canonici percorsi formativi scolastici ed accademici esistenti.

Ora, questo paradigma, se pur da sempre sbagliato sul piano pedagogico[14], poteva rivendicare una sua efficacia funzionale in tempi di abbondanza demografica e di fordismo culturale, sociale, economico, organizzativo, politico ed amministrativo. Oggi, tuttavia, in tempi di segno esattamente contrario, appare del tutto controproducente e inadatto ad offrire soluzioni anche solo funzionali alle esigenze formative sia dei singoli sia della collettività nazionale e internazionale. Per questo bisogna sposare con determinazione, e al più presto, il paradigma basato su un principio opposto. E costruire, di conseguenza, un sistema educativo nazionale che, attraverso coerenti scelte culturali, ordinamentali, organizzative e metodologico-didattiche, abbia lo scopo di individuare le eccellenze di ciascuno, per valorizzarle con la dovuta competenza professionale al massimo livello possibile, facendo della diversità e della differenza una risorsa strategica in vista dell’uguaglianza e della giustizia educative. Un sistema che, proprio per questo, sia, quindi, in grado di non perdere nemmeno un giovane nel suo personale cammino verso la scoperta delle qualità umane, sociali, culturali e professionali, grandi o piccole che siano, in cui può eccellere a vantaggio dell’autostima propria e della stima altrui. Inoltre, che, per non tradire l’obiettivo precedente, sia capace di rendere plurali e ricorsivi per l’intera durata della vita i modelli formativi, grazie alla personalizzazione dei percorsi e ad un forte accompagnamento sistemico degli stessi nella rete formativa territoriale. Infine, un sistema che, con professionisti esperti nello “scoprire nell’analisi del piccolo momento particolare il cristallo dell’accadere totale[15], riesca ad affermare a partire da qualsiasi esperienza motivante la circolarità dell’intera cultura formativa, senza più introdurre in essa separazioni e gerarchizzazioni (per esempio, tra cultura umanistica, scientifica e tecnologica, oppure tra cultura superiore e inferiore, classica e antropologica ecc.) che poi diventano anche separazioni e gerarchizzazioni istituzionali, sociali e culturali (per esempio, tra licei considerati depositari di una cultura di serie A a cui debbono iscriversi i “bravi” di solito coincidenti con i “privilegiati” sociali, istituti tecnici che seguirebbero con una cultura di serie B e a cui si possono iscrivere gli studenti appena meno bravi e meno privilegiati sociali dei precedenti, istituti professionali in serie C per gli studenti con problemi di “merito scolastico” e di basso status sociale, formazione professionale regionale e apprendistato formativo in serie D per chi sarebbe, infine, senza cultura, destinato per lo più al cieco pistrinum dell’arendtiano animal laborans).

Insomma, passare da un paradigma formativo basato sulla teoria e sulla pratica del “setaccio” che filtra le persone alla luce di standard educativi, culturali, sociali e professionali predefiniti a priori da un unico cervello centrale statale ad un paradigma formativo basato sulla teoria e sulla pratica del “lievito” che avvalori al massimo possibile, in situazione, le capacità integrali dei singoli, fino ai livelli più alti della loro competenza personale, sociale e professionale possibile nei diversi contesti e territori dati, modificando just in time traiettorie ed esiti in base ad un continuo feedback interpersonale, relazionale e istituzionale, senza dissipare i cammini percorsi, ma tesaurizzandoli per sempre nuove forme e disegni di formazione ed autoformazione[16].

Si potrebbe obiettare che questa teoria e pratica del “lievito” per lo sviluppo dell’“eccellenza peculiare di ciascuno” finirebbe, in realtà, non solo per aumentare, ma addirittura per legittimare le disuguaglianze formative iniziali e finali tra le persone[17]. E, di conseguenza, anche per sottrarre allo Stato  la sua storica ed inderogabile responsabilità democratica di predisporre servizi che non solo possano assicurare “la rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana” (art. 3, comma 2 della Costituzione italiana), ma anche permettere traguardi formativi comuni a tutti i cittadini.

L’obiezione, tuttavia, è, per un verso, e bisogna dire: purtroppo, controfattuale. Lo Stato, infatti, come dimostrano gli anni della Repubblica, e soprattutto gli ultimi trent’anni, pur avendo  promosso un gigantesco “sistema scolastico democratico, aperto a tutti”, proprio per il centralismo amministrativo con cui l’ha improntato e per la conseguente inversione tra mezzi e fini che la circostanza non poteva non comportare (quasi senza accorgersene e volerlo, non è più, in realtà, il sistema scolastico al servizio delle specificità educative delle singole persone, ma è il contrario; allo stesso tempo, non è più il sistema scolastico al servizio dello sviluppo delle relazioni socioeconomiche nazionali e internazionali, ma il contrario), non è  riuscito, al di là delle pur migliori intenzioni, a spostare in maniera significativa i dati strutturali relativi all’uguaglianza delle opportunità di partenza e dei traguardi formativi di arrivo delle diverse coorti d’età in rapporto ai rispettivi status socio-culturali di partenza[18].

Per l’altro verso, l’obiezione pare anche razionalmente ingiustificata per un motivo tanto semplice quanto importante. Bauman ha osservato, infatti, che “la portata di un ponte non si misura dalla forza media dei suoi piloni, ma dalla forza dei più deboli tra loro. Lo stesso vale per la società[19], e si potrebbe aggiungere per la cultura, per l’economia e per ogni altra sfera della vita umana. Una società (una cultura, un’economia, un territorio ecc.) che fossero, perciò, in grado di avvalorare le diverse, specifiche  debolezze di qualcuno e di ciascuno fino a trasformarle, con creatività e responsabilità condivise,  in forze e ricchezze per tutti, grazie ad apposite ob-ligationi che si traducano in reciproche reti di azione, sostegno e protezione, sarebbero senza dubbio migliori di quelle attuali. La stessa storia umana starebbe, d’altra parte, a dimostrare la bontà e l’efficacia universalmente emancipativa di questa scelta. Un disabile di qualsiasi natura o un Bes, invece che un deprivato economico, sociale e culturale, non possono, infatti,  rivendicare la stessa eccellenza a cui può ambire una persona definita statisticamente normodotata. Se si assume, tuttavia, un’antropologia pedagogica che riconosce in ogni persona, qualunque sia il suo stato, la possibilità di raggiungere, per sé, un’eccellenza che aumenta il benessere personale, facendolo poi rifluire nel e insieme ricavandolo dall’insieme relazionale del contesto dato (eudaimonia), e ci si organizza socialmente, tecnicamente e metodologicamente perché questa possibilità diventi, per ciascuno, esercizio di reali “capacitazioni”[20], avremmo senz’altro una società, una cultura, un’economia ecc. più giuste e buone di quelle fondate sul principio del “setaccio” che screma le persone sulla base di standard normativi predeterminati ed uniformi per tutti. E si capirebbe meglio il significato del principio classico che vuole il vivere insieme delle persone non tanto motivato “dal rendere possibile la vita”22,  come fanno gli animali nelle mandrie[21], ma, al contrario, “dal rendere possibile la vita buona[22], il “vivere bene”,  “una vita compiuta e indipendente[23] per tutti fondata sulla philia di ciascuno. Perché, come scriveva Antonio Genovesi, “niuno uomo potrebbe operare altrimenti, che per la sua propria felicità”, ma nessuno può essere felice se non “studiandosi di far gli altri felici[24], in uno scambio relazionale che finisce per arricchire tutti.

Docente di Pedagogia del lavoro presso l’Università degli Studi di Bergamo

Note:

[1] Questo articolo, qui proposto solo in parte, è disponibile nella sua versione integrale sul sito www.pedagogia.it.

[2] Per dare un’idea della questione, T. Cowen (La media non conta più. Ipermeritocrazia e futuro del lavoro, Università Bocconi Editore, Milano 2015, p. 20) ricorda che, secondo l’aviazione americana, mentre per “il funzionamento di un caccia F-16” si mobilitano “meno di 100 persone per una singola missione”, “mantenere in volo un drone automatico Predator per ventiquattro ore richiede circa 168 persone” e “per rendere possibile la missione di un drone più grande, come il drone spia Global Hawk, è necessario che siano circa 300 le persone impegnate sullo sfondo”.

[3] G. Bertagna, Lavoro e formazione dei giovani, La Scuola, Brescia 2011; C. Volpato, Deumanizzazione. Come si legittima la violenza, Laterza, Bari 2011.

[4] T. Piketty, Il Capitale nel XXI secolo (2013), tr. it. di S. Arecco, Bompiani, Milano 2014 è il teorico di questa tesi. A suo avviso, la “legge ferrea del capitalismo”, portando il capitale a crescere più dell’economia, comporterebbe un aumento delle disuguaglianze a vantaggio di chi detiene il capitale rispetto al lavoro (come sarebbe accaduto nel 1800; il periodo di maggiore uguaglianza avvenuto fino ad oltre la metà del Novecento sarebbe stato dovuto solo alla distruzione del capitale causata dalle guerre mondiali e dalla Grande Depressione). 5 “La diseguaglianza è in parte un segnale di successo. Se qualcuno inventa qualcosa, diciamo un’innovazione di cui beneficiamo tutti, e il mercato funziona a dovere, ecco che quel qualcuno sarà premiato generosamente per il suo lavoro. Questo è favoloso e allo stesso tempo crea diseguaglianza. Quindi alcune delle più vistose diseguaglianze di questo mondo discendono da enormi successi, a partire dalla rivoluzione industriale 250 anni fa per arrivare alle nuove invenzioni contemporanee” (dalla lectio magistralis tenuta all’università di Bologna il 18 novembre 2015 dal premio Nobel dell’economia Angus Deaton, le cui tesi si possono leggere in sintesi nel suo testo: La grande fuga. Salute, ricchezza e  origini della disuguaglianza, (2013), tr.it., Il Mulino, Bologna 2015.

[5] C. Chavagneux, Le capitalisme numérique réinvente le XIXe siècle, in «Alternatives économiques», n. 348, luglio-agosto 2015 ; L. Summers, The age of secular stagnation, in «Foreign Affairs», marzo-aprile 2016.

[6] A. Bonomi, Il capitalismo molecolare, Einaudi, Torino 1998.

[7] S. Turkle, Insieme ma soli (2010), tr. it., Codice, Torino 2012.

[8] B, Han, Nello Sciame: visioni del digitale (2013), tr. it.,Nottetempo, Roma 2015, p. 51.

[9] L. Demichelis, G. Leghissa, Biopolitiche del lavoro, Mimesis, Milano 2008.

[10] L. Solari et alii, The human side of digital. Era digitale, capitale umano, nuovi paradigmi, Guerini Next, Milano 2016.

[11] L. Solari, Freedom Management. How Leaders Can Stay Afloat in the Sea of Social Connections, Gower Ashgate, Farnham 2016.

[12] G. Bertagna, Pensiero manuale. La scommessa di un sistema educativo di istruzione e di formazione di pari dignità,  Rubbettino, Soveria Mannelli 2006; Dietro una riforma. Quadri e problemi pedagogici dalla riforma Moratti (2001-2006) al «cacciavite» di Fioroni, Rubbettino, Soveria Mannelli 2009; Lavoro e formazione dei giovani, La Scuola, Brescia 2011; Autonomia. Storia, bilancio e rilancio di un’idea, La Scuola, Brescia 2008.

[13] C. Barone, Le trappole della meritocrazia, Il Mulino, Bologna 2012; G. Tognon, La democrazia del merito, Salerno, Roma 2016.

[14] G. Bertagna, Cultura e pedagogia per la scuola di tutti, La Scuola, Brescia 1992.

[15] W. Benjamin, Sul concetto di storia, Einaudi, Torino 2007, p. 116. L’accenno metodologico è analogo a quello difeso anche dall’archeologo francese André LeroiGourhan, quando scrive: “L’idea che in una località ben scelta un metro cubo su cui si sia praticato uno scavo esaustivo procura informazioni decisamente più numerose e migliori di cento metri cubi di terreno esplorati allo scopo di recuperare oggetti non è ancora uniformemente acquisita” (A. LeroiGourhan, Le vie della storia prima della scrittura, in J. Le Goff e P. Nora (a cura di), Fare storia. Temi e metodi della nuova storiografia, Milano 1990, p.71).

[16] G. Bertagna, Valutare tutti, valutare ciascuno, La Scuola, Brescia 2004.

[17] M. Baldacci, Personalizzazione o individualizzazione?, Erickson, Trento 2005, pp. 10-31.

[18] C. Barone, Le trappole… cit.

[19] Z. Bauman, Tutti schiavi del fitness: la compassione dov’è?, in «Vita e pensiero», n. 3, maggio-giugno 2004.

[20] A. Sen, Lo sviluppo è libertà. Perché non c’è crescita senza democrazia, Mondadori, Milano 2001; Id., Le disuguaglianze, Il Mulino, Bologna 2000; M. C. Nussbaum, Diventare persone, Il Mulino, Bologna 2001; Giustizia sociale e dignità umana, Il Mulino, Bologna 2002; Creare capacità. Liberarsi dalla dittatura del Pil (2011), tr. it.,  Il Mulino, Bologna 2012. Questo discorso sulle capacitazioni ricorda la dialettica tra l’avere diritti (entitlements: diritti di accesso) ed avere chance effettive di concretizzarli teorizzata anche da R. Dahrendorf, Il conflitto sociale nella modernità, Laterza, Bari 1989 22 Aristotele, Politica 1333b-1334a.

[21] Aristotele, Etica nicomachea IX, 9, 1170 b 10-14.

[22] Aristotele, Politica 1252b29; 1287a32.

[23] Ibi, 1280b30-35.

[24] A. Genovesi, Autobiografia e lettere, Feltrinelli, Milano 1963, p. 449.