L’inasauribile ricchezza del qui ed ora

Un’esperienza di Learning Week con una classe di adolescenti: sperimentare forme di apprendimento nuove.


Lilia Muci*, Isabella Gandini**

Si può trovare nuovi modi per motivare gli adolescenti allo studio e alla scuola? Crediamo di sì. Con quale ricetta? A nostro parere è necessario offrire non solo ciò che servirà in futuro, ma anche ciò che è indispensabile nel “qui ed ora”. Ad esempio spazi di crescita e riflessione sulle esperienze che si vivono a scuola, sulle relazioni che si intrecciano, sui diversi piani di apprendimento che ogni persona sperimenta quando lavora in un gruppo.

La strada faticosamente perseguita dalla scuola italiana negli ultimi anni si muove nella direzione di attualizzare i contenuti della scuola superiore e di creare collegamenti più stretti con la realtà circostante, ad esempio il mondo del lavoro. Senza entrare nel merito di un giudizio su questa scelta, a nostro parere alcuni aspetti importanti della formazione dei ragazzi restano in secondo piano, tracciati in modo vago e approssimativo: la consapevolezza di sé, il proprio modo di relazionarsi con il mondo esterno, la possibilità di aprire prospettive di cambiamento e di crescita personale.

Il nostro intento è di portare un esempio di esperienza che:

  • unisca l’orizzonte del futuro e quello del “qui ed ora”
  • integri l’orizzonte di apprendimento professionalizzante con quello di formazione della persona
  • armonizzi l’orizzonte del gruppo e quello dell’individuo.

L’esperienza che riportiamo è stata possibile grazie a un progetto chiamato “Learning week”, il cui obiettivo è di sperimentare forme di apprendimento nuove, ed è finanziato da fondi europei e da fondi di Regioni e Province. L’abbiamo realizzato con due classi terze di un istituto tecnico di Milano.

Un lavoro intensivo di 40 ore settimanali per classe in cui è stata simulata un’intera filiera produttiva grazie alla collaborazione con un una società di formazione che utilizza delle macchine ad hoc per la produzione di semilavorati, creando una vera filiera produttiva – dall’ordine alla consegna del prodotto – riprodotti con precisione anche se in dimensione ridotta.

Ad accompagnare le esperienze e gli apprendimenti dei ragazzi era presente un gruppo di formatori “misti”: formatori aziendali, che guidavano l’esperienza complessa del lavoro in team per produrre e consegnare per tempo gli ordini dei clienti, e formatori con competenze nell’area dello sviluppo personale, specializzati nell’ambito educativo dell’apprendimento, con il compito di guidare le sessioni di riflessione e metacomunicazione che si sarebbero sviluppate ( tenendo conto che uno degli obiettivi era di sperimentare interventi su classi con studenti BES – Bisogni Educativi Speciali – attraverso forme di apprendimento esperienziale[1] e personalizzato).

Quindi, per la parte non professionalizzante, l’obiettivo è stato aprire degli spazi di riflessione su molti processi che si attivano durante i momenti di apprendimento e che solitamente non trovano uno spazio di riflessione all’interno della normale attività didattica: come la persona impara, come si relaziona agli altri, cosa e quanto mette in gioco di se stesso, come i suoi apprendimenti si integrano all’interno di un processo di crescita e di un progetto sul futuro.

Il progetto prevedeva una settimana di lavoro di tipo esperienziale nel senso più radicale del termine: non un percorso del tipo “istruzioni dettagliate ? azione “, ma di scoperta, attraverso l’esperienza concreta, della necessità di istruzioni. In altre parole i ragazzi venivano in qualche modo “buttati in piscina” a provare, mentre gli istruttori, diciamo così con brevetto di salvamento, osservavano ed erano pronti a dare indicazioni di miglioramento sulla base di ciò che serviva.

L’esperienza è stata strutturata in “games”, cioè in “gare” a tempo, in cui i ragazzi dovevano realizzare l’obiettivo di produrre gli ordini richiesti passando attraverso le varie fasi della filiera (raccolta ordini, valutazione pezzi necessari, trasmissione ordini, addetti alla logistica, rispetto normativa di sicurezza, produzione in vari fasi, consegna) e ricoprendo ruoli precisi (dal magazziniere fino al direttore generale).

Per due volte nella giornata il gruppo si fermava per riflettere su quello che stava accadendo e confrontarsi con i facilitatori, talvolta in “plenaria” talvolta in piccoli gruppi.

Un aspetto che vale la pena sottolineare è che durante le esperienze di lavoro i giovani sono stati filmati nei momenti che ci apparivano come  significativi per la riflessione successiva: una parte di questa documentazione video è stata riproposta ai ragazzi affinché potessero “commentarsi e commentare”. Anche l’utilizzo di questo strumento ci è sembrato significativo all’interno di una strategia educativa che, anziché limitarsi a demonizzare la straripante moda dei selfie e l’approccio individualistico di cui è espressione, utilizza le tecnologie e il desiderio narcisistico di guardarsi per guidare verso uno sguardo meno distratto, meno superficiale, per fermare una successione di attimi e fotografare un’interazione con l’altro, scoprendo aspetti utili alla consapevolezza di sé e delle relazioni.

Come già accennato, il punto di forza di questa proposta formativa consiste nella contemporanea presenza di due orizzonti temporali: il futuro, visto come prospettiva professionale e come totale mobilitazione delle conoscenze e capacità sviluppate dal giovane, e il presente, perché nell’esperienza di gioco la persona attiva ogni parte di sé in relazione al mondo circostante: aspettative, immagine di sé, capacità di sostenere lo stress, modi di porsi rispetto agli obiettivi e ai fallimenti, modi di relazionarsi rispetto ai pari e alle figure di autorità, posizione che si assume all’interno del sistema umano in cui agisce.

Abbiamo lavorato in “presa diretta” con ciò che accadeva, ma adesso possiamo rappresentare il percorso che ne è uscito.

Per necessità pratica ci limitiamo qui a seguire solo il versante formativo personale e interpersonale, cioè solo una delle due piste di scoperta e apprendimento proposte.

Ed ecco, a esperienza compiuta, quale percorso è emerso.

Primo giorno: nel mare aperto: come mi posiziono?

E per mare aperto intendiamo sia la sperimentazione di compiti nuovi, sia la scomparsa delle categorie tipiche della scuola (valutazione, risultato), ma anche la novità di alcune domande poste nella fase di osservazione riflessiva.

Con i ragazzi vengono chiariti subito alcuni concetti centrali: l’importanza del processo più che del contenuto, l’importanza dell’autovalutazione, l’idea di un luogo sicuro e protetto dove assenza di giudizio e privacy sono garantiti.

Già nello svolgimento dei primi compiti pratici si manifestano  tante scelte personali su cui poi sarà possibile confrontarsi ed eventualmente cambiare posizione: chi si defila, chi vuole dirigere, chi vuole fare il minimo. Così nella prima sessione di riflessione si affrontano questioni cruciali: cosa succede quando si ascoltano poco e male le istruzioni fornite? come si sentono i compagni quando qualcuno si fa gli affari suoi? e quando qualcuno vuole gestire tutto? Come si potrebbe modificare la situazione per sentirsi meglio? Siamo capaci di chiedere quello che ci serve?

Secondo giorno: la frustrazione

È un giorno di grande caos, in cui i ragazzi non riescono a realizzare nessun obiettivo di consegna, nonostante ormai siano del tutto coinvolti dal gioco.

Diventa inevitabile, a questo punto, lavorare sul senso di frustrazione, sulle emozioni che vi sono collegate, sui vissuti precedenti, su come affrontarla. Il modo migliore ci sembra che sia l’utilizzo delle metafore attraverso le immagini che i ragazzi stessi sceglieranno per esprimersi. Le immagini scelte e la loro interpretazione sono sorprendentemente ricche, anche poetiche nella loro traduzione in parole, e molto diverse sono anche le emozioni dei ragazzi.

La raccolta delle parole-chiave ha permesso una mappatura completa delle emozioni intorno a questa prima fase e la definizione di nuovi obiettivi per il funzionamento del gruppo.

Terzo giorno: il team e il ruolo

Creare un team di lavoro è qualcosa di molto più complesso di come i ragazzi l’hanno sempre immaginato: detto in termini sistemici, “il tutto è più della somma delle parti”. Non è difficile per i ragazzi capire questo concetto perché l’hanno sperimentato. E qualsiasi tentativo di risolvere da soli i problemi è fallito.

Un secondo punto di riflessione sul team è stato la concatenazione dei vari ruoli per il funzionamento della partita che si gioca, proprio come accade in una squadra di calcio. Occorre conoscere il gioco in tutti i suoi aspetti, condividere il pensiero strategico della squadra, sapersi inserire al meglio. I ragazzi discutono anche sulla necessità di privilegiare il risultato di gruppo piuttosto che quello individuale.

Un terzo punto è la capacità di conoscere le proprie abilità e ragionare pensando “cosa posso dare di buono alla mia squadra?”. Si offre qualche spazio di scambio e di riflessione sulle proprie capacità, che possono anche essere molto lontane da quelle richieste normalmente a scuola.

Un quarto punto riguarda la riflessione sulla leadership. Il tema appassiona i ragazzi, che delineano con grande chiarezza il leader ideale: autorevolezza ma anche capacità di condivisione, attitudine al rispetto e all’ascolto ma anche competenze professionali capacità organizzativa e di valorizzazione degli altri.

Quando i ragazzi si apprestano a ridiscutere i loro ruoli e la leadership, li sproniamo a cambiare ruolo e sperimentarsi in nuove responsabilità. Ma molti ragazzi esprimono un’altra esigenza, altrettanto interessante: restare nel proprio ruolo per arrivare a svolgerlo meglio, a svolgerlo con soddisfazione.

I BES segnalati per disturbi dell’apprendimento (dislessia, discalculia) non hanno incontrato difficoltà particolari, finora, e si sono messi in gioco con altre abilità a disposizione. Le difficoltà maggiori si evidenziano invece in ragazzi con problemi di socializzazione, o con modalità fortemente oppositive rispetto all’autorità e alle regole. In pratica, cambiando il contesto formativo e le regole del sistema, anche gli individui si sono riposizionati; qualcuno ha trovato uno spazio più comodo, qualcuno non ha trovato un nuovo modo di collocarsi. Le carte si sono sparigliate e l’obiettivo a cui i formatori sono tesi è di aiutare ciascuno a ritrovare una posizione più “comoda” per esprimersi e relazionarsi.

Quarto giorno: pregiudizi e stereotipi

Nel frattempo, diventava evidente che alcune scelte di ruolo e alcune relazioni erano segnate da resistenti pregiudizi e da stereotipi improduttivi. E su questo abbiamo scelto di fermarci, partendo da giochi di ruolo e proponendo laboratori creativi.

Un’analisi sull’utilità pratica dei pregiudizi, che ci aiutano a semplificare i nostri rapporti con il mondo circostante, ma anche la riflessione sui suoi vistosi limiti, ci ha poi condotto nel cuore di uno dei motivi di tensione all’interno della classe, in cui uno studente su quattro era straniero di prima o seconda generazione. Pur non avendo il tempo per sciogliere questi nodi, abbiamo favorito la riflessione, introducendo il dubbio e facilitando un confronto aperto.

Illuminare con riflettori di vari colori l’importanza della relazione con l’altro nella sua complessità ci è parso un modo per indicare un’ alternativa alle relazioni virtuali, talvolta asfittiche, proposte sui social network.

Quinto giorno: l’errore

Inevitabilmente, nel corso dei games, i ragazzi hanno dovuto confrontarsi più volte con i propri errori, quasi sempre errori individuali che contribuivano a determinare fallimenti del gruppo.

Affrontare il tema dell’errore con gli studenti è stato di grande importanza per via delle grandi emozioni che suscita in tutti. Sostituire il termine “colpa” con il termine “responsabilità” è stato un primo passo per favorire una più serena ricerca delle cause, sottraendo i ragazzi alle emozioni più paralizzanti da una parte e alle reazioni più aggressive dall’altra. Un altro passo importante è stato fatto quando abbiamo verificato che alcuni degli errori compiuti rappresentavano la conclusione di un processo di problem solving difettoso, sì, ma comunque finalizzato alla realizzazione degli obiettivi del gruppo. Visti in questa luce, alcuni errori non venivano più percepiti come un attacco al gruppo e la rabbia si riduceva drasticamente. Naturalmente per fare questo percorso si è reso necessario assumere il punto di vista dell’altro, entrare nella sua logica e nel suo modo di guardare il problema ed affrontarlo.

Abbiamo spinto lo sguardo oltre, per vedere meglio cosa accade quando si commette uno sbaglio e i ragazzi hanno subito colto alcune importanti distinzioni: tra l’errore commesso in un contesto giudicante e l’errore commesso in un contesto più libero; l’errore commesso quando si ha solo una responsabilità individuale e l’errore che coinvolge anche la squadra (che sia il team di lavoro o la squadra di calcio); l’errore rimediabile e l’errore irrimediabile; l’errore vantaggioso, cioè quello che permette di imparare qualcosa, e l’errore ripetuto e frustrante. Ci siamo divertiti con tante curiosità:  scoperte importanti fatte per caso e splendidi frutti di errori (la Torre di Pisa, come scriveva Gianni  Rodari) e abbiamo riso di tanti errori di valutazione che grandi uomini  hanno fatto predicendo in modo errato il destino di tante scoperte innovative.

E così rasserenati, felici di essere con i nostri errori in buona compagnia dell’ umanità intera, ci siamo avviati all’ultimo giorno di lavoro.

Sesto giorno: il cambiamento

L’ultimo giorno è stato dedicato a ripercorrere la settimana trascorsa insieme per valutare i cambiamenti avvenuti. Lo strumento principale sono stati i filmati che hanno accompagnato tutte le giornate e hanno mostrato con forte impatto il passaggio dal caos iniziale all’organizzazione ottenuta negli ultimi games. Un ordine non definitivo, visto che si è sperimentato che ogni cambiamento introdotto sul piano aziendale richiedeva una ristrutturazione complessiva mai semplice. Ma questo è proprio ciò che nella vita avviene e anche di questo si è discusso con i ragazzi: vi piacerebbe una prospettiva in cui tutto è acquisito una volta per tutte? Sarebbe noioso o rassicurante? Che tipo di adulto volete diventare? Le risposte sono state le più varie, ma tutti si sono pensati come futuri adulti e si sono sentiti persone che scelgono come diventare. E questo è un altro punto importante di un buon percorso educativo: formare ragazzi in grado di rispondere e interagire attivamente con il mondo esterno, allontanando il rischio del nichilismo e dello scoraggiamento di fronte a un mondo che offre prospettive incerte.

Finalmente abbiamo sperimentato una formula in cui tutta l’area del benessere/ malessere personale non resta in carico ai ragazzi, lasciati soli a elaborare le loro esperienze, ma trova uno spazio adeguato e corretto di riflessione. Il pregio di quest’impostazione è triplice:

  1. Non si crea uno spazio “a parte”, o “in più” per lo sviluppo personale, ma si sfrutta l’esperienza diretta e appena fatta.
  2. Non si fa un lavoro con il singolo individuo, ma con il gruppo classe o con sottogruppi, ottenendo dei vantaggi per qualsiasi processo di apprendimento successivo.
  3. Si propone ai ragazzi un’esperienza che può essere utile in futuro, certo, per entrare nel mondo del lavoro. Ma anche utile nel qui ed ora dei loro bisogni, legati alla costruzione della loro identità adulta, alla ricerca di relazioni gratificanti, al desiderio di sentirsi persone utili e desiderabili.

Se è vero che ciò che serve a una persona in un dato momento per proseguire nella propria evoluzione è spesso inafferrabile, è anche vero che sono infinite le strade attraverso cui questo quid arriva: un insegnante appassionato, un libro che scompagina l’ordine, un tornio che plasma materia, un reagente che genera colori.

E, intorno a questo quid, c’è sempre la presenza dell’altro, delle relazioni che costruiamo nel mondo e del mondo che costruiamo dentro di noi.

Proposte come questa possono sottrarre anche solo un piccolo lembo di gioventù al dominio della solitudine, del vuoto, della sfiducia rispetto al futuro e far venire voglia di diventare adulti? A giudicare dalle risposte dei ragazzi, sembra proprio di sì.

*Insegnante, psicologa e counselor.

Formatrice presso il centro Pratiche Sistemiche di Milano

**Psicoterapeuta, counsellor e mediatrice familiare presso il Progetto Dandelion di Monza

Note:

[1] Sull’apprendimento esperienziale, si veda A.D. Kolb, Experiential Learning: experience as the source of learning and development ,Englewood Cliffs, NJ, Prentice Hall, 1984.