Che il sentire diventi passione di pensare

Passione e sentimento: dell’ineducato e dell’educabile

In un suo bel libro di qualche anno fa, Elio Franzini1 distingueva, con raffinatezza, tra passioni e sentimenti. Tra quanto, a suo dire, è ineducabile, refrattario a qualsiasi tentativo di addomesticamento e quanto, invece,  può diventare argomento pedagogico e impegno educativo. Le passioni appartengono agli istinti, sono quanto i greci chiamavano thumòs: esprimono convulsamente quanto, appartenendo ai demoni dell’amore, del desiderio di possesso e di vittoria, abita gli individui. Incontrollabile e imprevedibile è la loro origine, si sa soltanto che con la vecchiaia si acquietano (o così dovrebbero, pur le eccezioni essendo innumerevoli), poichè gli dei preferiscono la giovinezza, che sta al loro gioco e li trastulla. E non gli dei, ma l’inesorabile vecchiaia placherà istinti e furori.

Come educare, allora, ciò che non riusciamo a controllare, a veicolare verso un programma scandito in obiettivi e, per giunta, refrattari a qualsiasi valutazione?

Le passioni possono essere solo sedate, non misurate. Come ricondurre ad ordine quanto incarna il suo contrario?

L’unica strada perseguita è sempre stata quella di educare (ed educarsi) a trasformare, tutt’al più, le passioni in sentimento, in tensioni meno esorbitanti, meno feroci e persino annientanti.

Il riconoscimento, e quindi la narrazione, di quanto sentiamo e patiamo è l’unica possibilità che ci è data, senza la pretesa di voler educare alla gioia, alla malinconia, alla felicità, a non aver paura, a non odiare, a non morire di passioni d’amore. Forse, soltanto alcuni ”buoni” sentimenti possono essere educati (a guardare, a stare insieme, a competere con cavalleria, a perseverare..) e comunque con difficoltà e imprevedibili esiti; mentre le passioni che di per sè sono sempre sopra le righe (se tali sono) è bene accettarle come il segno più evidente della impossibilità di contenere e controllare la immensa varietà di manifestazioni mediante le quali la condizione umana si diverte e gioca (alla guerra, alla supremazia, al potere) a spese degli altri. Dal momento che i sentimenti tutti e le passioni tutte poggiano sulle relazioni o ricadono, in ogni caso, sul nostro prossimo, il riferimento al tu (a come tratto il non me, lo apostrofo, lo incoraggio o deprimo) è d’obbligo nelle considerazioni che andiamo facendo.

Le passioni, di cui già si colgono i segni nascenti in età infantile e il loro esuberare nel tempo della prima giovinezza, sono del resto sempre state stigmatizzate come indisciplina, cattiva condotta, rifiuto delle regole: annuncio di un’adultità dissipata e perversa. Di contro, le passioni buone (uniche ritenute educabili) quali la passione per lo studio, l’interesse per questa o quella disciplina, financo per questo o quell’insegnante,  sono vocazioni che non fanno male a nessuno e quindi possiamo ritenerli affezioni (tensioni desideriali) rivolte a mete socialmente approvate. Ma, anche in questo caso, si tratta di entrare nei meandri sentimental passionali per capire i segreti di questi desideri e seduzioni. Perchè ad alcuni accade di appassionarsi ai piaceri e agli impegni della  conoscenza? C’è chi si dà spiegazioni con la genetica, chi con l’educazione famigliare ricevuta, chi attingendo alle culture dell’inconscio e alle varie forme di attaccamento, di ricerca del consenso e di autostima  che costituirebbero la base sicura per esplorare le radici della nostra educazione sentimentale. Fatta di coccole, di sollecitazioni gradevoli incoraggianti o, al contrario, di assenze, minacce, esclusione o peggio ancora. Per cui, onde educarsi ai sentimenti migliori, fecondi per la crescita normale, occorrerebbe ogni volta rinascere in un’altra vita, in un’altra famiglia, in un altro benessere.

Potremmo persin dimostrare, tuttavia, che anche certe passioni – affezioni rivolte al bene, incanalate secondo quanto pedagogia comanda sono ugualmente educabili. Forse con un po’ di energia e impegno in più. Va però detto che i sentimenti di cui Franzini ci parla riguardano soltanto alcuni stati della mente e dell’animo nonchè talune disposizioni della coscienza.

Ne consegue che i sentimenti, in  questa educazione sentimentale, sono educabili se ci premuriamo di coglierne, e di farne cogliere, il senso più profondo; la loro – solo in parte – traducibilità in parole, la loro intrinseca invisibilità. Il che equivale a dire – paradossalmente – che i sentimenti sono soltanto quelli che sentiamo col cuore e non con l’intelligenza. Appartenendo essi alle regioni della vita interiore, alla parte più segreta di ciascuno di noi2. E pensiamo, allora, a quanto sia feconda un’educazione tesa a svelare le forme impalpabili del proprio sentirsi al mondo, le sfumature, le mezze tinte: di contro ai colori forti, prepotenti, sgargianti, insopportabili (persino) del vivere e del convivere. Però ci sono sentimenti ben più palpabili, legati al piacere, al gusto di vivere e di attraversare l’esistenza con un poco di incoscienza
e dissennatezza: le quasi-passioni. Sappiamo educare anche a questo: al rischio, all’avventura, al godimento, ad un po’ di stoltezza e svagatezza? Come non ricondurre queste preoccupanti qualità al regno del sentire che connota in profondità i tratti delle singole vite?

Franzini ci propone infatti  versioni del sentire già ampiamente educate, benevole e addolcite, sentimenti morali, virtuosi e pertanto imparentati a doti quali la moderazione, la temperanza, la tranquillità o la forza d’animo, il senso del bello.. Sentimenti connessi al ”carattere” del senziente, al suo darsi come individuo che – solo in parte – può condividere con altri quel che può percepire  in prima persona. Il sentimento, in tal caso, ci si offre nella sua doppia versione: in quanto indole e in quanto conquista paziente e perseverante della maturità ispirata alle nobiltà virili o femminili in disuso. Ma, forse, nella società odierna, tali nobiltà e sentimenti rappresentano solo un angolo, il più appartato, di questa  corte d’affetti ed emozioni; una corte nella quale troviamo tutto e il contrario di tutto. In un andare e venire di sentimenti che si trasformano, in un batter di ciglio, in passioni prepotenti e, viceversa, in dolci moti dell’animo. Quando la tenerezza diventa, in un istante, odio; quando la collera si placa e muta in senso di colpa o quando la bellezza di un volto che spaesava un tempo, reincontrata, genera raccapriccio.

La piazza grande della memoria dove i labirinti non fanno paura

Caotica, cangiante, metamorfica è dunque questa” piazza grande” del sentire umano (nell’accezione anche la più mercantile e commerciale) ed è impossibile non essere colti da scoramento dinanzi all’onere ufficiale o informale di pensare alla progettazione di una qualche “scuola dei sentimenti” (dove imparare a riconoscerli e a sperimentarli, a scoprirli e a sentirli dal vivo)”. Più che a un curriculum  per insegnare tipologie e tassonomie d’emozioni, occorrerebbe  semmai pensare ad una scuola degli educatori  dove costoro possano interrogarsi autobiograficamente sulle storie dei loro sentimenti, sui loro romanzi di formazione, sulle loro iniziazioni ai sentimenti nobili e a quelli ignobili. Ai “peccati”che le passioni contengono, alle risorse per il ben convivere che certi sentimenti suscitano e senz’altro sollecitano. Tale richiamo mette al centro quello che ci appare come il sentimento dei sentimenti: la memoria3. Da essa può prendere forma una pedagogia e una didattica della scrittura dei sentimenti e della storia delle proprie passioni (coltivate o meno) che permetta agli adulti di conoscere di più, da vicino, ciò di cui intendono parlare ai loro allievi. Perchè se è vero che i sentimenti mutano perchè noi mutiamo, ad ogni buon conto interrogarsi soltanto su questa verità è già un gesto di comprensione, di accettazione di quelle passioni che non possiamo più permetterci.

Sembra questa una prospettiva fin troppo scontata: eppure, nella scuola di ogni ordine e grado, dietro il sentimento capzioso della riservatezza, dell’indisponibilità a raccontare le proprie biografie del sentire e del patire, si nasconde l’inadempienza che ogni educatore (istituzionale o meno) dovrebbe affrontare. Non si adempie bene a nessun lavoro pedagogico se non si ha il coraggio di domandarsi di quale “materia” io sono fatto: se della sostanza dei sogni, oppure, di quella che, pur nella prudenza e nella delicatezza imposta dalla faccenda, ostinatamente vede il problema non in funzione di una  risoluzione, ma in rapporto al sentimento di discuterlo all’infinito fino al  punto di farne un sentire  dell’intelligenza e una passione per l’incertezza.

Infine non dimentichiamo che scommettere, nonostante ogni riserva, nella educazione ai sentimenti – purchè non si valutino effetti non riducibili ai meri aspetti cognitivi – vuol dire contrastare una tendenza dilagante a rinviare la questione alle cosiddette sedi opportune; alla famiglia e chissà a quali altri ambiti sportivi, creativi, ludici. Per tale motivo passioni e sentimenti vanno trasformati in altrettanti oggetti di attenzione – sul piano di un’educazione a pensare, che è il vero metodo abbracciante – da far vivere e sperimentare in quanto tali, ma senz’altro muteranno le modalità del loro trattamento. Le passioni per la scoperta nascono proprio laddove abbiamo il coraggio di nulla nasconderci e nascondere, dove la vita viene mostrata nella sua crudezza e durezza, nel progetto, questo sì auspicabile, di fare del sentimento di aver pensato, di star pensando e di poter migliorarsi, una sorta di capofila e un camminamento sotterraneo per gioire del piacere di capire e interpretare.

* Docente Educazione degli Adulti – Milano Bicocca

 

Note

1 E. Franzini, Filosofia dei sentimenti, Milano, Bruno Mondadori, 1997

2 D. Demetrio, L’educazione interiore. Introduzione alla pedagogia introspettiva, Milano, Rcs – La Nuova Italia, 2000

3 D. Demetrio, Ricordare a scuola. Fare memoria e didattica autobiografica, Roma-Bari, Laterza, 2003