Intervista a Livia Turco

Promuovere i diritti dei più piccoli e la qualità della loro vita, rimettere al centro del dibattito i bisogni dell?infanzia, farsi garanti del diritto alla identità ed individualità di ogni bambino/a dovrebbe essere la vera “questione morale” di ogni paese civile. La legge 285/97 ha il pregio di avere finalmente riunito intorno ad un tavolo competenze tecniche e sensibilità politiche con l?intento di sostenere azioni integrate e progetti comuni sul tema della tutela dell?infanzia e della adolescenza. Non siamo all’anno zero, molti dei servizi di cui si parla nella legge sono stati già sperimentati; la novità sta nel fatto che arrivano segnali di cambiamento di mentalità e si percepiscono, anche tra le righe degli articolati di legge nuove, sensibilità ai problemi del mondo giovanile. Altra novità: molti progetti, che stentavano a partire o a consolidarsi per la poca disponibilità di fondi, potranno ora essere realmente sostenuti; nuove strategie della prevenzione potranno essere attivate per garantire a bambini e ragazzi una vita serena all’interno del loro contesto familiare e socioambientale. In questa nuova sfida, che avrà come posta l’autorealizzazione del singolo nella collettività, saranno chiamati a cimentarsi i comuni, le aziende sanitarie locali, le cooperative, le associazioni del volontariato. Ed è per tutti questi motivi, e soprattutto per la portata fortemente innovativa della Legge 285, che Pedagogika.it ha collaborato con la cooperativa sociale Stripes di Rho per l’organizzazione di un convegno che contribuisse a fare chiarezza tra tutti coloro che, a diverso titolo, operano nei servizi sociali rivolti all’infanzia e all’adolescenza. “C’è qualcosa di nuovo, anzi d’antico”, è il titolo che si è dato all’iniziativa, volendo esprimere con questo l’esigenza di mettere a confronto passato e futuro, per un paragone ricco di spunti operativi. Attraverso due giornate di studio si è creata l’occasione per un approfondimento della conoscenza sia dei servizi da tempo esistenti – e delle loro potenzialità più o meno sfruttate – sia delle opportunità introdotte dalla più recente legislazione. A partire da questo spirito, ovviamente, l’iniziativa aveva previsto la presenza del ministro Livia Turco. Impossibilitata a partecipare, si è gentilmente resa disponibile ad una intervista che riportiamo integralmente. La legge 285/97 appare sicuramente un significativo passo in avanti nella legislazione sociale italiana. E’ però legittimo il dubbio che tra amministratori ed operatori possano sorgere equivoci e travisamenti, magari indotti dalla necessità di garantire comunque la prassi quotidiana dei servizi. Ad esempio, per parlare delle cosiddette “azioni positive” finalizzate alla promozione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, previste dall’articolo 7, possono sorgere dei timori. Gli “interventi che facilitano l’uso dei tempi e degli spazi…” potrebbero ridursi a banali razionalizzazioni di servizi scuolabus o, peggio, alla ridefinizione di un diverso piano degli impegni di spesa relativi al trasporto urbano. Le “misure orientate alla promozione della conoscenza…” potrebbero convergere in poche e costose iniziative di facciata, che non incidono sulle conoscenze e, soprattutto, sulle coscienze. Né è da escludere che le “misure volte a promuovere la partecipazione dei bambini…” finiscano per finanziare qualche scimmiottamento di organismi amministrativi come il Sindaco dei ragazzi, senza alcun legame con il concreto fare e progettare la vita della comunità locale.

 

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Abbiamo quindi voluto incominciare con il porre questi dubbi al Ministro e con il chiedere se il controllo sulla bontà e sull’efficacia delle diverse iniziative sarà solo formale o se, piuttosto, la valutazione sarà effettiva e di merito.

Livia Turco: Credo che sia necessario essere concreti e realisti e non sviluppare attese perfezionistiche. La prima fase di applicazione di una nuova legge rappresenta anche un laboratorio sperimentale, tanto più per questa legge che vuole sollecitare la creatività e la capacità innovativa degli Enti locali, la loro apertura alle diverse agenzie per l’infanzia presenti sul territorio. L’Italia, poi, è un paese molto diversificato e disomogeneo, soprattutto nelle sue offerte sul piano sociale; diverse quindi sono le esigenze e diverse le risorse. Anche il banale scuolabus in certe aree, per restare al vostro esempio, può rappresentare un miglioramento significativo per i bambini, e il consiglio comunale dei ragazzi può essere uno sciocco scimmiottamento o un momento formativo e socializzante, a seconda di come viene impostato e del ruolo agito dagli educatori. Detto questo, poiché siamo consapevoli della impreparazione diffusa in molte situazioni, stiamo predisponendo, in collaborazione con il Centro nazionale di documentazione e analisi dell’infanzia, un manuale di “buone pratiche” che possa dare indicazioni utili per l’applicazione della 285 e in particolare dell’art. 7. Niente di precettivo però, niente che voglia imbrigliare la capacità di proposta. Riguardo ai controlli, sono convinta che quelli più efficaci siano di tipo orizzontale (le associazioni presenti sul territorio, i singoli cittadini, la stampa locale): per parte nostra ci siamo impegnati a realizzare un monitoraggio attento per verificare che i soldi vengano spesi, vengano spesi per l’infanzia e in modo congruo.

Maria Piacente: A fronte degli interventi previsti dalla legge 285/97, la novità dei prossimi anni è il riordino dei cicli scolastici e, in particolare, l’anticipo e il prolungamento dell’obbligo: pensa, Ministro, che il mondo della scuola, impegnato a vivere il proprio cambiamento organizzativo, sarà pronto e disponibile a cogliere le opportunità e i nuovi compiti che questa legislazione gli affida?

L.T.: Uno degli assi principali del cambiamento della scuola dovrebbe essere proprio un diverso rapporto tra la scuola stessa e il territorio. Questa legge va per l’appunto in questa direzione e sollecita la scuola a mettere a disposizione della collettività le sue strutture e le sue risorse umane e professionali. Starà molto alle istanze presenti sul territorio elaborare progetti che coinvolgano la scuola e puntino, soprattutto in certe zone, a prevenire e a recuperare la dispersione scolastica.

M.P.: Si parla, nell’art. 4, comma 1/a, di “minimo vitale”. Poiché lo strumento, in materia di assistenza, non è del tutto nuovo e, per molti operatori, neanche del tutto adeguato ad incidere significativamente nella vita “di famiglie in particolare stato di bisogno”, quali sono le attenzioni o i criteri che si intendono suggerire agli Enti locali per migliorarne l’impatto o l’efficacia?

L.T.: La legge mette a disposizione risorse per combattere la povertà minorile: questo è il dato nuovo che non si può dare per scontato. Saranno le amministrazioni a definire le forme attraverso le quali sostenere famiglie in difficoltà e migliorare la vita dei bambini. Il riferimento al minimo vitale non vincola certo all’erogazione di assegni assistenziali. Può benissimo concretizzarsi in ticket, buoni per prodotti alimentari, farmaceutici o destinati alla formazione; può diventare promozione per le vacanze, per quelle attività del tempo libero che una famiglia disagiata non può permettersi. E può essere un sostegno economico diretto soprattutto quando si deve evitare l?allontanamento dei figli dai genitori e il loro ricovero in istituto.

M.P.: E’ opinione comune che si protegge meglio l’infanzia se si proteggono le famiglie, le condizioni esistenziali e di lavoro o, in altre parole, se si migliora lo standard della cosiddetta “qualità della vita”. Premesso che non ci si può aspettare da un ministero della Solidarietà sociale che cambi il mondo, lei, Ministro, cosa pensa di questa affermazione?

L.T.: Casa, lavoro, trasporti, organizzazione dei tempi della città: ecco alcune variabili concrete che condizionano la vita delle famiglie e soprattutto dei bambini. E’ fin troppo ovvio che migliorare la qualità della vita dei genitori da questo punto di vista aiuti i bambini. Ma qualità della vita vuol dire anche buone relazioni sociali, ambiente stimolante sul piano culturale, proposte per il tempo libero. I bambini, voglio dire, risentono sia del disagio familiare, che di quello ambientale; così come è altrettanto importante il tipo di socializzazione che viene loro proposta (scuola, sport, gioco). Tutti questi piani devono migliorare e ogni intervento può contribuire a evitare l’esclusione sociale. Ma bambini e bambine, ragazzi e ragazze sono soggetti di diritto in modo autonomo, sono cittadini che come tali devono essere presi in considerazione dalle istituzioni e più in generale dal mondo adulto. Riconoscere i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, dare spazio ai più piccoli nella scala di priorità dell’agenda politica, è il cambiamento culturale più importante che deve avvenire nel nostro paese.

M.P.: Ministro, rivestendo un ruolo pubblico indiscutibilmente molto impegnativo, com’è riuscita a conciliare il suo lavoro con il tempo da dedicare a suo figlio e che tipo di consiglio si sente di dare alle madri che, lavorando, sono soggette a una nuova forma di “sindrome abbandonica”, che colpisce non più le famiglie deprivate socialmente o economicamente, ma piuttosto le cosiddette “donne in carriera”?

L.T.: Io vivo le stesse contraddizioni e le stesse angosce di qualsiasi madre che abbia un lavoro impegnativo fuori casa. Non c’è dubbio che non potrei fare quello che faccio, se non avessi stretto un patto molto forte con il padre del mio bambino. Sono convinta che quando i padri imparano a vivere fino in fondo la paternità, ne traggono un grande vantaggio per sé. Questo ovviamente non basta a rendere sicura e a placare i sensi di colpa della madre. Mio figlio, per esempio, ha vissuto momenti di crisi e in questo ci ha molto aiutato la scuola e lo stretto rapporto che abbiamo instaurato con gli insegnanti. Che cosa faccio per rassicurare mio figlio? Piccole cose. Per esempio, fargli ogni tanto delle sorprese, andarlo a prendere all’uscita di scuola e dirgli che ho rinunciato a qualche impegno per stare con lui. Cerco di spiegargli il lavoro che faccio in modo che non si senta escluso dalla mia vita. Inoltre, cerco di tenere continuità nel rapporto scambiando con lui letterine e biglietti quando so di dovermi assentare più a lungo. Ma, soprattutto, cerco di garantire dei punti fermi nella giornata, come accompagnarlo alle 8 a scuola e metterlo a dormire la sera. Naturalmente, il mio pochissimo tempo libero gli appartiene. Tutto a posto allora? Neanche per idea, ma in questo modo credo di aver trovato un punto di equilibrio.

Settembre 2003

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