La mediazione culturale nei servizi socio-sanitari

La mediazione culturale nei servizi socio-sanitari

La figura professionale del mediatore culturale si presenta, nei fatti, come quella di un “agente attivo” che tende, oltre ad appianare le difficoltà relative alla lingua, a favorire l’inserimento del cittadino straniero nella realtà italiana, aiutandolo a muoversi nei meandri burocratici e amministrativi dei servizi pubblici e privati presenti nel territorio.

Lucia Ientile*

La mediazione culturale nei servizi socio-sanitari

La figura professionale del mediatore culturale si presenta, nei fatti, come quella di un “agente attivo” che tende, oltre ad appianare le difficoltà relative alla lingua, a favorire l’inserimento del cittadino straniero nella realtà italiana, aiutandolo a muoversi nei meandri burocratici e amministrativi dei servizi pubblici e privati presenti nel territorio.

Lucia Ientile*

La mediazione culturale nasce in Italia intorno agli anni ’90 come strumento utile al fine di “agevolare i rapporti tra le singole amministrazioni e gli stranieri appartenenti ai diversi gruppi etnici, nazionali, linguistici e religiosi[1]. Da allora, le definizioni che hanno cercato di dare solidità e concretezza alla figura di riferimento di tale servizio sono state numerose.

Oggi, quando si sente parlare di mediazione culturale, viene facile pensare, soprattutto a coloro che non hanno familiarità con questo ambito, alla figura del mediatore culturale come un traduttore, preferibilmente straniero di madrelingua, che aiuta e facilita la comunicazione in diversi settori sociali tra utente immigrato e operatore di un ufficio pubblico. Si può invece affermare, a seguito di studi sulla
letteratura di riferimento, che la presenza del mediatore culturale nelle strutture di riferimento non è soltanto collegabile ad un esclusivo servizio di interpretariato o di traduzione. I motivi che rendono la presenza del mediatore uno strumento utile e necessario sono dovuti a cause che dipendono soprattutto dal contesto in cui avviene la mediazione e dalla natura del problema/conflitto da risolvere, che può essere culturale, sanitario, scolastico, legato a pratiche burocratiche.

In questo contributo si intende approfondire il tema della mediazione culturale in ambito sanitario, settore in cui la salute e la cura della persona è al centro della relazione terapeutica (medico/paziente).

La presenza del servizio di mediazione culturale nei contesti sanitari può essere utile non solo al migrante ma anche ai medici, così come lo è a chi si occupa della cura e della gestione e programmazione dei servizi di salute.

La figura professionale del mediatore culturale si presenta, nei fatti, come quella di un “agente attivo” che tende, oltre ad appianare le difficoltà relative alla lingua, a favorire l’inserimento del cittadino straniero nella realtà italiana, aiutandolo a muoversi nei meandri burocratici e amministrativi dei servizi pubblici e privati presenti nel territorio.

In un contesto sanitario in cui non è presente il servizio di mediazione culturale, la relazione medico/paziente immigrato non riesce a decollare, prima di tutto per via delle difficoltà di comunicazione linguistico-culturale.

Da un lato, il migrante, non conoscendo appieno la lingua del paese di accoglienza e avendo un universo culturale di riferimento diverso da quello nuovo, si “ri-trova” sperduto e disorientato. Dall’altro lato i medici, avendo alle spalle una formazione più che altro tecnico-scientifica e non essendo avvezzi ad uno scambio comunicativo che va oltre la diagnosi e le indicazioni terapeutiche, non hanno sempre la pazienza di spiegare e di farsi capire. Nei fatti, l’utente straniero cerca di ovviare al problema della comunicazione con il medico portando con sé nella struttura sanitaria un parente o un amico che parla e capisce l’italiano, e che traduce per lui.

Per capire meglio ciò che avviene all’interno di una struttura sanitaria, con la presenza del servizio di mediazione culturale, prendiamo come riferimento le tre figure che ne sono coinvolte: il paziente straniero, il medico o operatore sanitario, e il mediatore culturale. La differenza rispetto ad una visita medica classica sta proprio nella presenza del mediatore culturale. Con la sua presenza si viene necessariamente a creare una relazione medico/paziente che non è più a due, ma assume la forma di una “triangolazione terapeutica”. La terapia, o meglio la cura, in questo caso è affidata anche al mediatore culturale, oltre che al medico.

L’utente straniero, anello debole della triangolazione, è prima di tutto un migrante, e come tale porta con sé due disagi: da un lato, la malattia e tutto ciò che comporta, dall’altro l’appartenenza a una cultura diversa che gli causa difficoltà di tipo comunicativo e culturale. Inoltre, è importante tenere presente che il migrante, proprio perché è migrante, non pone fine al suo “viaggio” nel momento dell’arrivo vero e proprio in Italia ma, una volta “sbarcato in terra straniera”, continua il suo percorso alla ricerca di una stabilità identitaria nuova, muovendosi – almeno all’inizio – in quella dimensione di doppia assenza che riguarda sia lo status originario abbandonato che quello ancora da costruire ex novo. Egli non solo denuncia il suo bisogno di salute, ma nello stesso tempo, come afferma A. Sayad “si aspetta dall’istituzione medica e dalla guarigione che essa può determinare, la restituzione quasi magica della propria identità di immigrato e dell’equilibrio scomparso, impossibile da recuperare”[2]. La malattia lo priva del suo status di immigrato regolare e mette in crisi la sua condizione fino a quel momento stabile grazie alla salute del corpo, requisito fondamentale per chi decide di emigrare in un altro paese.

Il buono stato di salute, infatti, sembra essere oggi un presupposto fondamentale per il migrante che, volendo con il progetto migratorio perseguire l’obiettivo più importante, ovvero la ricerca di un lavoro e del relativo guadagno, si premura prima della partenza di essere in buone condizioni fisiche per intraprendere il progetto migratorio.

Quest’ultima considerazione ben si collega ad una teorizzazione del rapporto tra malattia e migrante, che nel tempo si è andata sempre più affermando nell’ambito della medicina delle migrazioni. Se circa venticinque anni fa si affermava il fenomeno della “sindrome di Salgari” come atteggiamento diffuso dei medici nei confronti del migrante malato, collegato ad “aspettative fantasiose di trovare persone affette da morbi tropicali senza alcuna esperienza ed evidenza scientifica[3], oggi tale punto di vista è radicalmente cambiato. Da un lato ciò è dovuto alle nuove conoscenze circa il fenomeno migratorio e alla capacità di prevenire in maniera efficace eventuali situazioni critiche, dall’altro ci si è resi conto che l’immigrato generalmente è una persona in buone condizioni di salute. Attualmente si parla infatti di “effetto migrante sano” cioè la presa di coscienza che individua una sorta di processo di auto-selezione in partenza dell’immigrato. Per cui “non parte chi sta male ma colui che ha più possibilità di riuscita in un progetto migratorio che spesso vede nell’integrità fisica la condizione per inserirsi in un mercato di lavori rifiutati dagli italiani perché rischiosi o particolarmente faticosi[4].

Infine, “se all’inizio dei processi migratori il migrante malato si presentava nei servizi sanitari come portatore di malattie tipiche del paese di origine, molto spesso di tipo infettivo, oggi invece le patologie che caratterizzano i migranti sono quelle caratteristiche della società occidentale, le cosiddette malattie cronico-degenerative. Questo cambiamento prende il nome di transizione epidemiologica[5].

Alla luce di questi mutamenti si constata di conseguenza una diversa realtà, nel l’ambito sanitario, per quanto riguarda i medici che curano i migranti. Se prima era necessaria una formazione specialistica sulla medicina transculturale oggi il medico dei migranti è un medico generico, che si occupa quindi di malattie per così dire occidentali.

L’immigrato che si relaziona con il medico inoltre porta con sé delle aspettative che non sono relative solo alla guarigione fisica perché, come dice Sayad, egli “si aspetta anche che gli venga restituito il precedente equilibrio, con cui ha vissuto fino a quel momento”[6]. Tanto è vero che il migrante, durante una visita medica, spesso non si limita a descrivere il sintomo ma cerca di farsi capire raccontando la sua storia, il suo passato migratorio.

In questo caso entra in gioco la figura del mediatore culturale, il terzo, non a caso, rispetto ai primi due. Il concetto di “terzietà” rappresenta appunto lo spazio neutro, necessario, in cui il mediatore deve muoversi.

I compiti principali del mediatore culturale in ambito sanitario sono: favorire la comunicazione tra operatori, istituzioni e migranti, mantenendo la sua posizione di terza parte neutra; offrire una consulenza all’utenza straniera per tutto ciò che riguarda il diritto alla salute, il disbrigo di pratiche burocratiche, con l’obiettivo di attivare dei processi di empowerment per il migrante, e facilitare anche i servizi.

Come in tutte le professioni sociali, anche quella del mediatore culturale prevede dei rischi in cui si può incorrere. Per esempio, può accadere che egli non si attenga alla dovuta neutralità e, per esempio, si identifichi con il paziente, soprattutto quando appartiene al suo stesso paese di origine; oppure il mediatore può andare oltre la cosiddetta situazione di advocacy, in cui egli si mette in difesa dei diritti dell’utente, e incorrere nell’esclusione (dal processo di comunicazione e quindi dalla triangolazione medico/paziente/mediatore) del medico o dell’operatore sanitario e, in un certo senso, anche dell’utente immigrato, annullando il suo personale tentativo di scambio e di comunicazione
con il medico. È possibile infatti, ci informa Castiglioni[7], che il mediatore si trasformi, per errore, nel “portavoce del servizio, preoccupandosi più di interagire con il medico che con il paziente straniero che in questo contesto è senza voce e rappresenta il polo debole della comunicazione”. Quest’ultima considerazione è fondamentale per capire il significato di “terzietà” e di neutralità riferito al mediatore culturale. Il mediatore per definizione non deve “essere di parte” e per farlo deve rispondere non solo ai bisogni del migrante ma anche del medico e viceversa.

Un aspetto singolare della mediazione culturale in ambito sanitario – che è emerso anche dalle testimonianze raccolte – è la prevalenza delle donne mediatrici rispetto agli uomini. “La cura è femminile. E ciò non solo perché sono le donne che garantiscono la cura nell’ambito della famiglia e perché sono prevalentemente donne coloro che svolgono lavori di cura nei servizi. Si tratta del fatto che il dare cura è parte della costruzione sociale dell’identità femminile”[8]. Verrebbe da pensare quindi a una sorta di predisposizione di genere, che porta naturalmente la donna a dedicarsi alla cura e all’accoglienza, essendo lei stessa dotata di pazienza e sensibilità[9].

La predisposizione di genere è un fattore rilevante, ma ancora più importante per questa specifica professione e ambito, da un punto di vista generale, è la propensione, l’attitudine naturale di chi la esercita a prendersi cura dell’altro. Si tratta di avere una sensibilità d’animo tale da rendere una semplice terapia medica un cura della persona in senso lato. Non solo cura della malattia dell’utente immigrato, ma anche cura che tende alla salute fisica, psichica e sociale, un benessere complessivo dell’individuo.

Il mediatore culturale, italiano o straniero che sia, oltre ad avere alle spalle una formazione professionale adeguata, insieme ad una imprescindibile predisposizione alla relazionalità e alla cura, contribuisce a creare i presupposti per una vera e, si spera, duratura integrazione.

*Dottoranda in pedagogia presso il Dipartimento di Studi dei processi formativi, Culturali e Interculturali nella Società Contemporanea dell’Università degli Studi Roma 3

Bibliografia

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Aluffi Pentini A., La mediazione interculturale, Franco Angeli, Milano, 2004.

Aluffi Pentini A., La mediazione al femminile, in Baraldi C., Barbieri V., Giarelli G. (a cura di), Immigrazione, mediazione culturale e salute, Franco Angeli, Milano, 2008.

Andolfi M., La mediazione culturale. Tra l’estraneo e il familiare, Franco Angeli, Milano, 2003.

Baraldi C., Barbieri V., Giarelli G. (a cura di), Immigrazione, mediazione culturale e salute, Franco Angeli, Milano, 2008.

Catarci M., Fiorucci M., Santarone D., In forma mediata. Saggi sulla mediazione interculturale, Unicopli, Milano, 2009.

Ceccatelli Guerrieri G., Mediare culture. Nuove professioni tra comunicazione e intervento, Carocci, Roma, 2003.

Favaro G., Fumagalli M., Capirsi diversi. Idee e pratiche di mediazione interculturale, Carocci, Roma, 2004.

Fiorucci M., La mediazione culturale. Strategie per l’incontro, Armando Editore, Roma, 2000.

Geraci S. (a cura di ), Immigrazione e salute: un diritto di carta? Viaggio nella normativa internazionale, italiano e regionale, Caritas diocesana di Roma, 1996.

Luatti L., Atlante della mediazione linguistico-culturale, nuove mappe per la professione di mediatore, Franco Angeli, Milano, 2006.

Sayad A., La doppia assenza – dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato, Raffaello Cortina Editore, Mialno, 2002.

NOTE

[1]              Legge n. 40/1998 comma 1 del Titolo IV inerente le “Disposizioni sull’integrazione sociale, sulle discriminazioni e istituzioni del fondo delle politiche migratorie”.

[2]              Sayad A., La doppia assenza, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2002, p. 243.

[3]              Il riferimento a Salgari è dovuto all’uso puramente evocativo che lo scrittore faceva citando le malattie presenti nei paesi stranieri, basandosi non sulla sua esperienza sul campo ma sulla letteratura in merito, e quindi – in un certo senso – creando così involontariamente un pregiudizio culturale sulle aspettative riguardo patologie precise e sempre uguali che identificavano lo straniero.

Geraci S., “La sindrome di Salgari 20 anni dopo”, in Janus. Medicina: cultura, culture, n. 21, Sanità meticcia, Zadigroma, 2006. http://www.simmweb.it/fileadmin/documenti/Le_politiche/salgari_janus.pdf

[4]     Ibidem.

[5]              Il concetto di “transizione epidemiologica”, di cui parla il Dott. Affronti (presidente della S.I.M.M) intervistato nell’ambito di una ricerca sulla mediazione culturale nell’ambito socio-sanitario nel Luglio 2011 a Palermo, si rifà alla “Teoria della transizione epidemiologica” di Omran (1971). Si evidenzia il passaggio da una struttura patologica dominante ad un’altra. http://www.scform.unipd.it:8080/conferences/FOV2-00020099/FOV2-00020BEE/Mesl%C3%A9%2BVallin%20transizione%20sanitaria.pdf?FCItemID=S00627018

[6]              Sayad A., La doppia assenza, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2002, p. 243.

[7]              Luatti L. (a cura di), Atlante della mediazione linguistico culturale, Franco Angeli, Milano, 2006, p.100.

[8]              Bestetti G. (a cura di), Sguardi a confronto. Mediatrici culturali, operatrici dell’area materno infantile, donne immigrate, Franco Angeli, Milano, 2000, citato in AA.VV., Mediazione e mediatori in Italia, Anicia, Roma, 2004, p.123.

[9]              A questo proposito si veda il saggio di A. Aluffi Pentini La mediazione al femminile in Catarci M., Fiorucci M., Santarone D., In forma mediata. Saggi sulla mediazione culturale, Unicopli, Milano, 2009.