La natura nella natura umana

Il principio che genera e l’insieme delle cose generate

La rilevanza assunta dalla tematica ambientale ha portato, in una società dominata dal diluvio mass-mediatico di informazioni, all’utilizzo inflazionato di alcuni termini, il cui abuso ha portato ad un riduzionismo del loro contenuto semantico.

Questo è stato il destino di concetti, profondi e complessi, quali sono quelli racchiusi nelle parole “natura” e “naturale”. Troppo spesso sentiamo parlare di “ritorno alla natura” e di “recupero del vivere
naturale” per non sentirci spinti ad una problematizzazione critica sulla possibilità di tornare alla natura e sul significato da attribuire a questo “ritorno”. Soprattutto, e qui il nodo centrale, abbiamo davvero abbandonato il nostro posto nella natura? È possibile per una specie “naturale” perdere questa sua caratteristica?

L’uso quotidiano e la stratificazione dei significati non facilitano la questione rendendo necessario, pertanto, un recupero etimologico e filosofico dei termini citati. Si tratta di un esercizio intellettuale ma soprattutto di una base per l’intendimento dell’agire umano: dalle pre-comprensioni che caratterizzano la nostra immagine di natura dipendono, contraddistinte da differenti gradi di consapevolezza, le nostre azioni concrete. Si apre, quindi, uno spazio tipicamente pedagogico attinente alla costruzione della conoscenza e, solo conseguentemente, alla possibilità di una modificazione dei comportamenti lesivi dell’ecosistema.

Nel sentire quotidiano “natura” rimanda ad un ambiente idilliaco, dove, forse, le uniche vere assenze sono quelle dell’uomo e delle tracce del suo esistere. Una così riduttiva semplificazione nasce storicamente con il fenomeno dell’urbanizzazione del territorio, con l’alienazione dei ritmi di vita ed il restringimento degli spazi “naturali”, a fronte dell’avanzamento tecno-dominante della specie umana.

L’origine della parola Natura, composta dal tema nat-us e dal suffisso urus, richiama al significato di forza che genera. È, insomma, quell’insieme di qualità insite in ciascun essere e che fanno sì che esso sia ciò che è. Ma natura è anche l’insieme delle cose generate, il complesso di tutti gli esseri che compongono l’Universo1. Recuperata nei suoi significati originari di archè, come volevano i “fisici” della Ionia, e di complessità dell’ecosistema, come vuole la moderna scienza, la natura è un termine talmente ampio da essere sovrapponibile alla totalità dell’universo, e da mettere in seria crisi le possibilità di comprensione della mente umana.

Come suggerito da Casini, allora, non è inutile uno “sguardo retrospettivo alle successive stratificazioni del concetto” che, nonostante la monumentale mole di significati, possiamo sintetizzare attraverso alcune, fondamentali, tappe del pensiero occidentale.

Inizialmente, a caratterizzare il rapporto tra la nostra specie e la natura fu un pensiero di tipo magico-sacrale. La natura premiava o puniva, in linea con proiezioni di tipo fallico-paterne o protettivo-materne, contraddistinta, però, da una sacralità del creato che, alle contemporanee coscienze, più vicine all’idea heideggeriana di “semplici presenze” e di “utilizzabili”, appare incomprensibile.

La prima svolta, che caratterizzò presofisti e sofisti, fu rappresentata dallo spostamento dell’interesse conoscitivo: dalla ricerca intorno ai “principi” lo studio filosofico vide una sempre maggiore centralità dell’uomo nel mondo. Si aprì così quel percorso dicotomico, di cui fu emblematica la ricerca “ideale” di Platone e che ha contraddistinto la storia del pensiero occidentale. Natura si avviò a diventare uno spazio fisico o simbolico separato dall’uomo che, in virtù del suo sapere, cerca di “aprirsi la via” per uscire dal “cerchio naturale”.

Se l’uomo può prefigurarsi sempre più nell’ottica della vita ultraterrena, perdendo di vista la dolorosa materialità dell’esistere, la natura si avvia ad essere compresa prevalentemente attraverso due modelli epistemologici: il primo, derivato dalla tradizione religiosa medievale, individua nel regno naturale un luogo interpretabile in quanto “perdita di perfezione” rispetto alle emanazioni del divino; il secondo, elaborato dalla nascente scienza moderna, muove, invece, dall’implicita considerazione che la natura sia una sorta di immenso “meccanismo” comprensibile attraverso lo studio delle leggi fisico-chimiche.

Nel primo caso l’uomo vive la sua antropocentrica superiorità sugli oggetti del creato, mentre, nel secondo, diventa egli stesso parte di un meccanismo che, però, in quanto parte “pensante” può e deve governare a suo piacimento. Nel predominio razionalistico e illuminista, la res cogitans, supportata dal ruolo di scienza e tecnologia, comanda deterministicamente la res extensa. Pertanto, ad accomunare le diverse concezioni del rapporto uomo-natura, è il tentativo di porre la specie umana (almeno nella sua parte spirituale o intellettuale) esternamente al mondo naturale. Questo “strappo” vede un tentativo di riconciliazione, legato ad un timido riavvicinamento della cultura scientifica e umanistica, in un secolo nel quale appare sempre più evidente come l’uomo e la donna non possano essere ritenuti immuni dalle conseguenze delle loro azioni sull’ecosistema. Questo mentre la scienza incontra, paradossalmente, i suoi limiti conoscitivi e una tecnologia male orientata mostra i lati oscuri del miglioramento delle condizioni di vita, ravvisabili nell’aumentato malessere sociale e nella devastazione ambientale. La reazione a tale presa di coscienza si è concretizzata nello sviluppo della moderna scienza ecologica che, recuperando una visione sistemica, cerca di restituire alla specie umana il suo ruolo nell’ecosistema2.

Quello che, pertanto, vorremmo emergesse dalle precedenti considerazioni è la questione, nota e paradossale, della “naturalità” dell’essere umano. Cercando il parallelo con altre specie l’effetto è perturbante: il cane è “animale” oppure “cane”? L’evidente insensatezza di tale affermazione svela la paradossalità dell’interrogazione circa l’animalità della specie umana: percepirsi umani deve necessariamente condannarci all’estraneità dal mondo naturale?

Lungi da posizioni di forte antropocentrismo, crediamo che la risposta vada cercata nel recupero delle origini naturali della nostra specie che, per evitare un moderno “darwinismo sociale”, riconosca la peculiarità umana della “creazione di cultura”. Rispetto al nostro essere “specie tra le specie” ci pare quindi rilevante indicare quattro “elementi di naturalità” che, tra i molti individuabili, pensiamo possano rappresentare stimoli di riflessione per la pratica educativa: le origini della specie, la corporeità, l’istintualità e il rapporto pragmatico intrattenuto con il mondo.

Riteniamo che questi elementi, stante l’avvenuta meccanizzazione e la nascente virtualizzazione della vita quotidiana, manterranno il loro valore euristico dell’intrinseco legame che ci rende parte della natura. Dalle nostre origini “animali” ad oggi, infatti, è difficile immaginare un essere umano privo di una materialità corporea e di una dotazione istintuale (mediata, ovviamente, dal portato culturale) che ne accompagnino l’esistere nel mondo. Al pari è arduo pensare ad un’esperienza di vita, per quanto ascetica, che non intrattenga una qualche forma di rapporto pragmatico con il mondo, se non altro nel soddisfacimento delle sue funzioni vitali.

Basti pensare, a titolo d’esempio, al necessario utilizzo di un qualche strumento per “navigare” nella realtà virtuale anche più avanzata. Nel tentativo di “smaterializzare” il nostro corpo occorrerà pur sempre “azionare” (e come farlo se non utilizzando una parte del nostro corpo stesso?) un qualche software applicato ad un (per quanto miniaturizzato!) hardware.

La nostra specie mantiene, quindi, elementi di compartecipazione alla natura ma, al contempo, vede la nascita di una particolare forma di adattamento, il pensiero, che la pone di fronte al problema del potere. Difatti, pur essendo potenzialmente in grado di esercitare un dominio spinto nei confronti del pianeta, la nostra specie sta scoprendo l’inevitabilità di un’autolimitazione dovuta alla sua appartenenza all’ecosistema che cerca di dominare. In sostanza, riprendendo il pensiero di Adorno e Horkheimer, “gli uomini pagano l’accrescimento del loro potere con l’estraniazione da ciò su cui lo esercitano”, condannando la specie ad una separazione che, ad oggi, mostra tutti i suoi rischi.

Non è più possibile, alla luce delle moderne conoscenze, pensare in termini unilineari e monocausali la nostra relazione con la natura. Occorrerà, invece, ripensarla nei termini di una circolarità evidenziabile su due livelli: pragmatico e teorico. Al primo livello corrisponde la considerazione che l’azione dell’uomo sulla realtà nasce e si sviluppa proprio a partire da quel mondo che teme e desidera dominare e, ridisegnando l’ambiente naturale, quest’ultimo muta la sua azione sull’uomo.

A livello teorico la circolarità fa riferimento all’osservazione che l’interesse per la natura e le teorie annesse sono fortemente influenzate
dallo stato della nostra relazione con la natura. Questo pone le basi per un ulteriore circolo teoria-prassi dal momento che la nostra azione sul mondo muta quest’ultimo e la percezione di una diversa realtà naturale apre ad una nuova teorizzazione del mondo e, conseguentemente, ad una differente azione su di esso che, mutato, riproporrà il circolo descritto.

Ci troviamo così di fronte alla scontata considerazione del nostro essere “animali culturali”, ovvero del necessario incontro tra “natura” e “cultura” che andrà, però, riconsiderato al riparo da sogni onnipotentistici e con un pensiero che, rifuggendo ogni hybris3, ricerchi l’equilibrio.

Tornando ai due termini in esame, natura e naturale, possiamo fare ulteriori osservazioni riguardo la scotomizzazione delle due entità, uomo e natura, e circa la naturalità della specie cui apparteniamo. “Natura” ha assunto, nella storia del pensiero, tre macrosignificati, diventando: A) luogo della violenza, della lotta per la sopravvivenza e della prevaricazione del più forte; B) sinonimo di pace e benessere (spazio simbolico, derivato dal pensiero Romantico e Naturalistico, al riparo dalle brutture umane); C) meccanismo, studiato dalle leggi chimico-fisiche, abitato dall’indifferenza e dall’assoluta a-moralità.

Crediamo che la soluzione all’apparente contradditorietà dei tre significati, vada ricercata nella possibilità, tutta umana e “naturale”, dell’attribuzione di senso. Diviene così possibile, come vuole Casini, trattare la natura in quanto metafora ricca di significati per i nostri ormai culturali sguardi.

Rimane aperta un’ulteriore questione: se l’uomo e la donna sono, al contempo, “parte-di” e “altro-da”4 rispetto alla natura e se, quindi, è per loro “naturale” creare cultura, come intendere le azioni e le creazioni umane con le loro conseguenze? Anche in questo caso sono ravvisabili tre ordini di risposte possibili: A) la specie umana fa interamente parte della natura e, di conseguenza, è naturale tutto ciò che è a essa attinente; accettare tale posizione comporta, però, il rischio di una legittimazione dell’agire umano anche laddove esso risulti dannoso per la sopravvivenza della vita sul pianeta. B) La nostra specie si è ormai “elevata” dal regno naturale e, pertanto, l’uomo e ogni sua azione sono, sempre e comunque, estranei alla Natura. Nulla di ciò che facciamo sarebbe allora “naturale”. Una posizione, questa, basata sull’alienazione umana dalla natura, inaccettabile di fronte alle evidenti ripercussioni che i danni ecologici stanno avendo sulla nostra specie. C) “Natura” e “naturalità” sono termini ampi e comprensivi di differenti significati e interpretazioni, il cui utilizzo richiede una precedente e costante problematizzazione critica.

In altre parole, azioni e creazioni umane certamente appartengono alla natura in quanto tutto ciò che esiste ne è parte ma, rispetto alla loro naturalità è opportuno spostare l’attenzione sul loro effetto nell’ecosistema. Per intenderci: anche un ragno crea qualcosa, la ragnatela, che non esiste precedentemente in natura (esattamente come l’uomo sintetizza la plastica!), la differenza sta nella sua biodegradabilità e nell’essere prodotta in quantità tali da non risultare invasiva. Occorre una sorta di epochè sulla naturalità degli “animali umani”, dal momento che la natura alberga in sé anche la morte e non si vede per quale motivo dovrebbe preoccuparsi di una specie che si autoeliminerà o che porrà fine all’intero ecosistema. Riflettendo, poi, sulla coincidenza di natura, considerata nel significato più ampio, e di Universo, appare decisamente improbabile che il potere umano possa spingersi fino alla distruzione della totalità.

Piuttosto pare più urgente una tematizzazione del potere umano e delle ripercussioni che un suo utilizzo scriteriato può avere sui viventi, umani e non umani, e sull’ecosistema che ci accoglie e sostiene.

In conclusione possiamo affermare che l’uomo e la donna, nonostante i loro sforzi, non potranno mai uscire dal “principio che genera e dall’insieme delle cose generate”. Che ci piaccia o meno, il nostro corpo e la nostra limitatezza ci ricordano ogni istante che nella natura siamo nati e che ad essa per sempre apparterremo.

Costantemente in bilico tra natura e cultura, l’essere umano dovrà impegnarsi per la ricerca di quell’equilibrio che già Aristotele indicava come via e come telos del nostro viaggio nell’esistenza. Tuttavia, come già riconobbe il filosofo di Stagira, la difficoltà risiede nella determinazione del “giusto mezzo” e, al contempo, nell’assunzione di quello che, oggi, potremmo definire uno stile di vita “ecosaggio”.

*Esperto dei processi educativi

 

Note

1 Per l’origine etimologica ci siamo affidati, tra gli altri, a Pianigiani, O., 1907 (In Bibliografia)

2 Ricordiamo che, in realtà, il termine “ecologia” risale al 1866 e fu coniato dal famoso biologo di Jena, E.Haeckel, che lo derivò dal greco Oikos, “casa, abitazione”.

3 Lett. tracotanza. Nella complessità del suo significato (nella cultura greca richiama i limiti umani di fronte al divino) è qui da intendersi in opposizione al concetto di equilibrio.

4 Per la relazione di alterità e appartenenza dell’umano alla natura il riferimento è Mantegazza, R., 1998 (In Bibliografia) e si veda, in particolare, il paragrafo intitolato “L’ambigua alterità della natura”

Bibliografia:

Adorno, T.W.-Horkheimer, M., Dialettica dell’illuminismo, Einaudi, Torino 1966.

Aristotele, Etica Nicomachea, Laterza, Roma-Bari 1999, introduzione e note di Carlo Natali.

Casini, P., Natura, filosofica Isedi, Milano 1975.

Engels, F., Parte avuta dal lavoro nel processo di umanizzazione della scimmia, in Dialettica della natura, Editori Riuniti, Roma, 1978.