Il limite come potenziale espressivo

Arte e autoterapia

Nel 1982 nasce a Trento l’Associazione Trentina Sclerosi Multipla, su iniziativa di Ivana Chemolli, una scultrice alla quale era stata diagnosticata la Sclerosi Multipla e nell’ottobre 89, con le prime assunzioni ufficiali, nasce il Centro di riabilitazione neurologica “Franca Martini”. Ivana ne assumerà la guida che manterrà ininterrottamente fino al 2000.

L’originalità di questa struttura è quella di essere in grado di offrire un servizio riabilitativo a chi viene colpito da sclerosi Multipla o da patologie similari per esito, potendo contare sull’esperienza diretta di persone che, come Ivana Chemolli, dal vissuto di malattia sono passate all’organizzazione dell’assistenza.

Terapia e pedagogia

Tre anni fa abbiamo iniziato una collaborazione stabile con le scuole trentine. Il progetto riguarda la valorizzazione delle differenze e l’educazione alla diversità. Utilizzando il metodo autobiografico e lavorando sull’autorappresentazione, abbiamo promosso degli scambi fra persone malate e studenti in un rapporto di assoluta reciprocità. Riteniamo che neiprogetti scolastici di educazione all’handicap non sia produttivo andare a

spiegare il problema dei disabili, ma sia effettivamente più efficace far lavorare giovani e malati assieme, i quali gestiranno da soli il desiderio di sapere e l’esigenza di raccontare.

Nell’anno scolastico 2000/2001 abbiamo intrapreso, con la classe II A dell’Istituto Superiore d’Arte “A. Vittoria” di Trento, una ricerca finalizzata alla verifica delle capacità di autocompensazione del deficit nella rappresentazione grafica delle persone colpite da emiplegia destra e sinistra, al fine, da una parte di valutare l’opportunità di far ricorso a tecniche di rieducazione funzionale per far recuperare le facoltà perse e dall’altra di educare,  nella consapevolezza del deficit, all’utilizzo del limite come potenziale espressivo. Mentre la prima parte rimane indagine medica, che potrà avvalersi del supporto di operatori come i terapisti occupazionali e che mira a raccogliere tutte quelle informazioni che possono servire per far superare il limite tecnico imposto dalla malattia, la sezione riguardante il piano estetico riguarda l’ambito dell’investigazione formale ed artistica del limite, ed è  di ciò che  andremo ad occuparci in questo articolo.

Oltre agli studenti dell’Istituto d’Arte seguiti dall’insegnante di

educazione artistica Renata Mariotti, questo studio ha visto coinvolti dieci pazienti emiplegici seguiti dalla dottoressa Rossella Siliotto, fisiatra, per la parte medica e dalla sottoscritta per la parte artistica.

Siamo partiti dai risultati di una ricerca riguardante gli  effetti delle lesioni cerebrali sul linguaggio pittorico condotta dalla dottoressa Anna Mazzucchi, da Giovanna Pesci e Dario Trento. Si tratta di uno studio condotto su pittori noti alla storia dell’arte, che durante la loro attività artistica sono stati colpiti da lesioni cerebrali.

L’indagine, che si riferisce alla produzione sia pre che post lesionale, tenta di spiegare il funzionamento del cervello durante la produzione artistica. Come gli stessi autori sottolineano,  tale tentativo non può che limitarsi all’osservazione delle opere (peraltro numerose), dato che il

lavoro creativo risulta essere un’attività integrata così complessa da interessare più aree cerebrali e da impedire l’identificazione di una sede dove  si produce la creatività.

Sono stati analizzati pittori che hanno subito lesioni o all’emisfero sinistro (emiplegia destra )  o a quello destro (emiplegia sinistra) e cioè: Zlatio Boiadjiev, Afro Basaldella, Gianfranco Fasce, Renzo Schirolli (che hanno sviluppato un’emiplegia dell’emilato destro), Lovis Corinth, Otto Dix, Anton Raederscheit, Segundo Algevis, Guglielmo Lusignoli (con emiplegia dell’emilato sinistro) .

Tutti hanno continuato a dipingere o disegnare anche dopo la manifestazione dell’evento acuto. Dall’analisi gli autori ravvisano sia delle costanti in entrambe le lesioni che delle specificità sia per tipo di lesioni che per caratteristiche personali degli artisti. Una caratteristica comune è per tutti il problema della spazialità, la compromissione della

tridimensionalità (a parte in Boiadjiev che la recupererà durante il suo percorso riabilitativo). Dopo la lesione si semplificano le tecniche e l’uso dei colori. Un’altra caratteristica è quella della ripetizione tematica: gli emiplegici destri introducono nei loro lavori dei nuovi temi, anche se poi rimangono fissi su quelli e si fossilizzano anche negli stili; gli emiplegici sinistri, invece, riprendono temi già investigati prima della lesione e si ripetono costantemente nello stile. In entrambi i casi si hanno complicazioni del gesto pittorico per deficit motori, anche se paradossalmente sembra più facile l’educazione della  mano sinistra qualora sia compromesso l’uso della destra in un destrimano, mentre è  possibile notare che, nel caso di emiplegia sinistra,  l’arto destro, anche se dominante e non colpito, perde parte della sua efficienza.

Gli artisti con emiplegia destra realizzano le loro opere con “scomparsa della capacità di creare movimento; tendenza all’accostamento dei vari elementi che compongono il quadro senza creare vuoti fra loro, quasi fossero tasselli disposti uno vicino all’altro;
uso di colori semplici, chiari, didascalici, con mancanza di velature e trattamenti complessi del colore” I pittori con emiplegia sinistra tendono a “costruire immagini ‘globali’, povere di particolari e schematiche, con gesti veloci su tutta la tela ed uso di colori forti e stridenti. Se da un lato c’è la  tendenza a riempire tutta la tela, dall’altro paradossalmente si verifica una negligenza spaziale unilaterale, che può successivamente regredire lasciando posto

alla costante preoccupazione di non ripiombare nella drammatica esperienza del vuoto. La perdita della rappresentazione della tridimensionalità è notevolmente più marcata negli artisti con emiplegia sinistra .

Questa lesione porta inoltre all’opera incompiuta, al di là della negligenza unilaterale, lasciando buona parte del dipinto solo sul piano dell’abbozzo, con la parte sinistra sfumata.

Potremmo ancora sottolineare che mentre gli emiplegici destri vivono con sofferenza il rapporto con la loro patologia, i sinistri la vivono con maggior indifferenza ed, infatti, sono in grado di lavorare sull’autorappresentazione in modo costante e con una ricerca formale spesso

interessante, mentre gli emiplegici destri studiati non ricorrono mai all’autoritratto. La compromissione del linguaggio nell’emiplegia destra (afasia) sembra non inibire la capacità creativa pittorica, anzi alcuni pittori afasici utilizzano proprio il disegno per supplire alle difficoltà di comunicazione.

Un pittore cerebroleso che mantenga la sua attività pittorica diviene ben presto consapevole dei propri limiti e mette in atto strategie di compensazione per riappropriarsi di adeguati mezzi espressivi. Per tutti esiste un ritorno ad una certa primitività espositiva, si passa cioè dal

tentativo di recuperare tutta la forza del proprio precedente linguaggio pittorico per adeguarsi in modo  intelligente alle reali possibilità di resa, sia del segno che del colore, che la lesione cerebrale ancora consente.

Va tuttavia sottolineato che gli artisti presi in esame, pur avendo semplificato il linguaggio espressivo, hanno continuato ad avere un buon successo di critica. Basti per tutti il caso di Lovis Corinth, la cui produzione risale, per più della metà, a dopo l’ictus; sarà proprio l’opera

post lesionale a renderlo famoso, in quanto l’obbligata semplificazione pittorica gli permetterà di rientrare, a tutti gli effetti, nell’Espressionismo. Come ci spiega Trento: “La critica non ha mai considerato il decadimento fisico, ha sempre ricondotto ogni espressione alla precisa volontà dell’artista”.

Questa affermazione, come si può ben comprendere, non è una semplice affermazione, essa apre interrogativi fondamentali nel campo dell’arte.

Ne consegue che il limite non necessariamente compromette un risultato artistico, dato che

può essere letto come un possibile cambiamento del linguaggio espressivo.

Abbiamo proposto ai ragazzi dell’Istituto d’Arte Superiore di studiare questi importanti artisti . Lo scopo era  quello di far loro conoscere i limiti delle lesioni cerebrali  attraverso la Storia dell’Arte, per farli poi incontrare con i pazienti colpiti da ictus, i quali si sono prestati a disegnare e dipingere per permetterci di realizzare la nostra ricerca. Le competenze acquisite dai ragazzi hanno permesso loro di suggerire sistemi efficacissimi di valorizzazione di quei dipinti che i pazienti consideravano assolutamente non riusciti. All’inizio del nostro lavoro la professoressa Mariotti ha presentato alla sua classe gli artisti studiati dalla dottoressa Mazzucchi, da  Giovanna Pesce e da Dario Trento  ed i ragazzi hanno preso in considerazione e copiato le opere dagli stessi realizzate durante tutto il percorso della loro produzione, quindi sia pre che post lesionale. Questo ha permesso agli studenti una conoscenza pratica e diretta dell’evoluzione espressiva di questi autori.

In un secondo momento la dottoressa Siliotto, medico fisiatra del Centro “Franca Martini”, utilizzando schede delucidatorie da lei stessa redatte, ha spiegato ai ragazzi il funzionamento del cervello, ha poi spiegato ciò che avviene nelle persone colpite cerebralmente e infine ha proposto una simulazione da sperimentare da parte di ogni studente sia sull’emiplegia sinistra che su quella destra. Ai ragazzi è stata proposta un’esperienza autobiografica sul piano dell’autorappresentazione. Hanno iniziato con il farsi un autoritratto accademico, per passare poi a farselo come se avessero un’emiplegia destra e poi una sinistra: arto plegico legato, postura secondo la lesione presa in esame, riproduzione delle condizioni fisiche e, per quanto possibile, psicologiche . I ragazzi hanno dimostrato di aver compreso molto bene quanto avviene in queste persone ed hanno realizzato disegni molto veritieri nella loro manifestazione patologica, nonostante l’impossibilità, dagli stessi evidenziata, di tradurre nella mente (non lesa) comportamenti quali l’eminattenzione o l’ aprassia.

Al Centro “Franca Martini” sono invece stati selezionati cinque pazienti con emiplegia destra e cinque con emiplegia sinistra, a loro sono state date, in successivi incontri, diverse consegne sempre di tipo autobiografico: disegnare la casa della propria infanzia, scegliere e disegnare un oggetto d’affezione o della memoria, fare il ritratto a qualche conoscente, farsi l’autoritratto allo specchio, disegnarsi a mente.

Le persone in questione sono state selezionate secondo diverse variabili: tempo di insorgenza della patologia, (patologie recenti, insorte da alcuni anni, lontane nel tempo) esperienza pregressa o posteriore alla lesione nel campo pittorico, scelta dell’espressione artistica nel processo riabilitativo.

Abbiamo potuto constatare un’armonia di risultati con quanto descritto dalla dottoressa Mazzucchi , anche se abbiamo avuto modo di notare più concordanza per quanto riguarda le femmine che per i maschi, i quali si sono rivelati ognuno un caso a sé.

Inoltre, anche se l’emiplegico sinistro viene descritto, e di fatto è, più deficitario, questi ha dimostrato una maggiore forza espressiva sul piano estetico, nonostante il neglect, anzi proprio in virtù di quello. Ciò per la forza evocativa della parte di suggerire il tutto.

C’è anche da sottolineare che, della maggior parte degli emiplegici sinistri presi in considerazione, solo uno aveva seguito corsi artistici a fini riabilitativi e ciò ci permette di affermare che  le persone che disegnano da tempo hanno dimostrato una maggiore correttezza tecnica, ma non una maggiore espressività. Questo potrebbe dare ragione al nostro tentativo di percorrere due strade, una orientata alla correzione funzionale, doverosa in un processo di riabilitazione neurologica, ed una all’educazione ad utilizzare coscientemente il limite indotto dalla malattia come possibilità

in campo espressivo, fuori da ogni normalismo che vuole sempre e comunque il superamento di ogni limite.

Spesso, per correggere il segno grafico viene richiesta tutta l’attenzione di cui il paziente è capace, tanto che l’aspetto creativo viene totalmente dimenticato. Lo sforzo di correggere il linguaggio formale porta spesso alla mortificazione della creatività, creatività forse inconsapevole, ma che può diventare consapevole non appena si percepisce il risultato non più solo come patologico, ma come interessante dal punto di vista figurativo.

L’ultima fase ha riguardato la rielaborazione grafica dei disegni dei pazienti da parte degli studenti dell’Istituto d’Arte,  al fine di suggerire strategie di valorizzazione di quei lavori che sono percepiti dai pazienti, e che sono, deficitari sul piano della realizzazione. Alla fine del percorso di studio, i ragazzi, ormai divenuti “esperti” di rappresentazioni grafiche negli ictus, hanno proposto rielaborazioni plausibili per i nostri pittori e cioè da loro riconoscibili e concepibili perché in armonia con gli effetti della lesione occorsa.

Perché lavorare sul limite

“Sempre caro mi fu quest’ermo colle, e questa siepe, che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.”

Questi versi di Leopardi ben evidenziano il valore del limite. Come lui stesso ebbe a dire nello Zibaldone “in luogo della vista, lavora l’immaginazione e il fantastico sottentra al reale. L’anima s’immagina quello che non vede, che quell’albero, quella siepe, quella torre gli nasconde, e va errando in uno spazio immaginario e si figura cose che non potrebbe, se la sua vista si estendesse da per tutto, perché il reale escluderebbe l’immaginario.”

Se i dipinti che vi presentiamo fossero stati eseguiti da soggetti sani, molto probabilmente non presenterebbero quelle “mancanze” in grado di accendere l’immaginazione. E’ dal limite imposto dalle lesioni che possiamo trovare interessanti esteticamente questi lavori, perché fortemente allusivi o allucinatori. Il limite in arte può rappresentare un grande potenziale
espressivo. Nulla ci appare più creativo e fantasioso del poema dantesco perché nulla è più costretto entro i limiti della forma. Sia chiaro, limiti volutamente scelti dal poeta , ma pur sempre, e non per caso, limiti. Del resto la libertà assoluta della forma ed il “tutto” espresso nell’esperienza artistica non generano mai capolavori. Con questo non possiamo certo affermare che le lesioni cerebrali creino geni nel campo dell’arte, ma possiamo sicuramente sostenere che possono indurre ad espressioni formali di notevole interesse. Le capacità analitiche prioritarie nell’emisfero sinistro e quelle sintetiche prevalenti nell’emisfero destro non vengono annullate dalle lesioni, ma lasciate libere, fuori dal dominio razionale, per un’espressione estetica che sfugge al controllo della volontà, ma che non si nega a priori.

La regola dell’arte come atto consapevole (che noi senz’altro accettiamo) trova la sua eccezione nell’indubbio valore artistico delle opere di pittori irregolari come, per esempio, Carlo Zinelli. Questo artista schizofrenico, accolto da Dubuffet come il più significativo esponente dell’Art Brut, può essere considerato  una delle massime espressioni dell’arte del 900. Eppure la sua arte era inconsapevole di essere Arte.

Dipingere era per lui vivere.

Dipingere per un cerebroleso potrebbe voler dire anche solo comunicare, oppure essere consapevole dei propri limiti e sapere che questi limiti, in quanto tali, possono essere straordinariamente espressivi.

L’Università di San Francisco ha inaugurato una nuova facoltà in cui si studia l’handicap come una categoria del sapere. Le malattie cerebrali ci aprono drammaticamente tutto lo spettro della nostra ignoranza sul funzionamento del cervello e ci impongono la domanda fondamentale : che cos’ è l’uomo?

L’uomo si manifesta anche attraverso la  malattia e la malattia, dal canto suo, ci può disvelare l’uomo. L’Arte è in grado di palesarci in tutta la sua forza il “male” dell’uomo e mostrarci il tentativo, e talvolta la capacità, di superarlo. Porre come valore della riabilitazione il solo ritorno alla normalità significa mortificare continuamente chi da quella normalità è esiliato e significa anche rinunciare a investigare possibilità altre, estreme dell’essere umano, non soggette alla volontà e proprio per questo negate, o comunque relegate nel limbo del “limite”, stato dell’essere dal quale è necessario uscire. Senza considerare che, paradossalmente, il solo modo certo di superare il limite è usarlo.

Bibliografia

Mazzucchi A., Pesci G., Trento D. Cervello e Pittura.Roma, Fratelli Palombi Editori 1994 L’emiplegia è la totale perdita di forza e di movimento in una metà del corpo (intesa come comprendente l’emifaccia e/o l’arto superiore e/o l’arto inferiore). Da notare che una lesione all’emisfero cerebrale sinistro dà emiplegia destra ed una lesione all’emisfero cerebrale destro dà emiplegia sinistra.

Mazzucchi Anna. Op. cit. pag.301. L’eminattenzione spaziale (o negligenza spaziale unilaterale o neglect spaziale) si manifesta con la tendenza ad ignorare, a non esplorare e a non utilizzare le informazioni (visive, uditive, tattili) provenienti dallo spazio a sinistra o a destra di un soggetto che ha subito lesioni all’emisfero, rispettivamente, destro o sinistro. Il disturbo è controlaterale all’emisfero leso. La negligenza spaziale unilaterale coinvolge assai più frequentemente gli emiplegici sinistri. L’eminattenzione si manifesta in assenza di deficit della vista e del campo visivo, quindi non può essere attribuita ad alterazioni visive. In pratica, il soggetto con neglect tenderà a leggere solo la parte destra dei testi, a scrivere e a disegnare solo sulla parte destra del foglio; a riprodurre solo la parte destra delle immagini; a non utilizzare adeguatamente la parte sinistra del proprio corpo, a non esplorare la parte sinistra dell’ambiente, e così via. Vedi eminattenzione spaziale Andreoli V., Marinelli S. Carlo Zinelli – catalogo generale- (a cura di). Venezia, Marsilio Editori 2000

*Daniela Rosi

Responsabile culturale

Centro “Franca Martini”