Scrivere. Dai papiri agli iPad

 

Scrivere.

Dai papiri agli iPad.

di Stefano Scrima

 

Scrivere.

Dai papiri agli iPad.

di Stefano Scrima

 

La tecnologia utilizzata per realizzare e divulgare un testo condiziona profondamente la comunicazione stessa. Nella storia dell’uomo alfabetizzato ogni cambiamento apportato alle modalità di scrittura mutò conseguentemente anche l’approccio dello scrittore ai suoi stessi scritti. Psicologicamente parlando, i processi cognitivi coi quali l’uomo guidava le sue azioni “compositive” devono essere state diverse a seconda della tecnologia utilizzata e dei suoi relativi vantaggi.

Nelle culture non alfabetizzate il detentore di una qualche conoscenza sapeva che nella comunicazione orale ciò che sarebbe dovuto rimanere impresso nell’ascoltatore, il quale avrebbe dovuto a sua volta divulgare la conoscenza, era il concetto di cui si era in possesso, non la struttura formale con la quale esso veniva comunicato. Questo, però, lasciava ampio margine di errore di passaggio in passaggio.

Un passo in avanti: in certe culture orali, attraverso la musica (potentissimo mezzo per la memorizzazione dell’uomo), si cercava di trasmettere il sapere con la melodia e i suoi caratteri propri legati alle parole. Tuttavia, anche in questo caso, queste melodie e strutture musicali potevano essere travisate e modificate di passaggio in passaggio senza che nessuno se ne accorgesse, non essendo ancora stato introdotto, oltre che la scrittura, nemmeno un sistema di notazione musicale.

I primi supporti creati dall’uomo per fissare per iscritto le conoscenze furono i papiri (non considerando ovviamente tutte le incisioni, graffitiche e non ancora alfabetiche – il primo alfabeto risalirebbe al 1800 a.C. circa – su pietra, argilla e manufatti vari, che risalgono a più di 35000 anni fa). In questo contesto consideriamo solo il passaggio dalla cultura orale a quella scritta senza addentrarsi troppo nelle evoluzioni degli specifici codici di scrittura. Qui – sul papiro – lo “scrittore” si relazionava al testo sapendo che altre persone avrebbero potuto consultarlo, e dunque la ricerca di una buona struttura sintattica e l’utilizzo di parole specifiche era il minimo a cui egli dovesse ambire. Di certo il contenuto era fondamentale, e più la struttura fosse stata comprensibile, più la comunicazione sarebbe risultata proficua e soprattutto aderente al concetto originario.

La scrittura sui papiri e la scrittura a mano su carta del Medioevo implicavano un’estrema concentrazione dello scrittore sul corretto modo di scrivere senza sbagliare e rischiare così di dover utilizzare un nuovo supporto, ricominciando da capo. La possibilità d’errore non era contemplata (anche se, probabilmente, chi aveva la possibilità redigeva prima delle bozze per poi fissarle definitivamente). Questo fatto, per chi voleva riportare conoscenze o informazioni (e non si parla qui della semplice compilazione di copie manoscritte di altri testi, ma di scritti nuovi) condizionava profondamente i processi cognitivi dello scrittore, “ossessionato” dagli aspetti formali, a scapito della creatività. Lo stesso “creare” con una macchina da scrivere (prassi soltanto da poco divenuta inusuale), anche se in misura minore, distoglieva lo scrittore in direzione degli aspetti formali del testo.

Per quanto riguarda la divulgazione degli scritti, l’esordio della stampa a caratteri mobili e delle presse tipografiche manovrate a mano a metà del XV secolo, e successivamente della nascita del libro “industriale” con le macchine linotipiche e le tecnologie di fotocomposizione, furono una svolta tecnologica enorme. Divenne sempre più facile stampare libri, i quali ormai potevano entrare in possesso di chiunque, non solo dell’élite intellettuale. Questo, in qualche modo, condizionò anche lo stile di molti scrittori che iniziarono a parlare in un linguaggio accessibile a tutti.

Il sensibile progresso della tecnologia ci conduce direttamente nella nostra epoca digitale. Qui, ancor più che in passato, è facile riconoscere il legame che unisce scrittura e tecnologia. Redigere un testo sapendo di poter intervenire in qualsiasi momento per apportare eventuali modifiche, anche di ampia portata, attraverso semplici comandi applicati da un ordinatore sotto il nostro controllo, conferisce all’uomo nuova libertà: lo scrittore può momentaneamente tralasciare ogni aspetto formale del suo scritto per abbandonarsi alla creatività. In poche parole: non gli rimangono preoccupazioni, poiché una buona struttura formale può essere definita anche alla fine del processo creativo – non è preclusiva. L’autore può rivedere con calma il suo scritto e modellarlo “all’infinito”.

Il risultato? Senz’altro pulito e gradevole all’occhio, ma riguardo a contenuto e sintassi dipende dalle capacità stilistiche e argomentative di ognuno di noi. Da questo punto di vista non siamo poi così diversi dai nostri antenati.

 

*Stefano Scrima si è laureato in Filosofia morale (Laurea magistrale) presso l’Università degli Studi di Bologna,
con una tesi su Miguel de Unamuno. Nella stessa Università, ha conseguito la laurea in Filosofia della storia con una tesi su Albert Camus.
Tra il 2009 e il 2013 ha trascorso diversi periodi di studio presso l’Universitat de Barcelona e l’Universidad Autónoma de Madrid.
È redattore di Diogene Magazine.

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