Trasmissione transgenerazionale della violenza

L’influenza delle figure parentali sull’agire e sulle scelte delle generazioni future

E’ indiscutibile l’influenza dell’ambiente familiare, quello che ci circonda fin dalla nascita, sulla vita di ciascuno individuo.

Quello che però è oggetto di numerose ricerche e studi, in questi ultimi anni, è come figure parentali, appartenenti a generazioni diverse dalla nostra, possano influenzare l’agire del nascituro e le sue scelte future. Esiste, infatti, una trasmissione transgenerazionale (T.T.G.) intensa come quel processo che consente di riconoscere le modalità conflittuali che mettono l’essere umano in relazione con le generazioni che l’hanno preceduto (Mijolla1).

Essa è connessa al senso del passaggio e da ciò si distingue dalla trasmissione intergenerazionale, che si riferisce invece ad influenze tra generazioni adiacenti, in situazioni di relazione diretta.

Proprio facendo riferimento a questa tematica si è constatato come gli abusanti in molti casi sembrano obbedire  un mandato transgenerazionale (Ottolenghi e Pavese, Setting2). Dunque interessante risulta, a mio avviso, studiare questa tematica per comprendere in modo particolare la trasmissione di aspetti violenti, soprattutto di quelli che si consumano in famiglia.

Le caratteristiche della T.T.G. che più mi sembrano utili a tal riguardo sono:

1) La T.T.G. si colloca nell’ambito familiare ed è considerata oggi una situazione universale, più che una patologia della soggettività. Per sottolineare come sia presente in ciascuno individuo Alain de Mijolla, preferisce parlare di visitatori dell’Io piuttosto che di fantasmi (Abraham e Torok3).

Nell’intervista  rilasciatami fa addirittura riferimento a Dolly, la pecora clonata: anch’essa andrà alla ricerca delle proprie origini, della storia della propria famiglia.

Dice l’autore: Se Dolly non perverrà, e con lei ciascuno di noi, a ricostruire l’esatta verità storica delle proprie origini, ella se ne creerà un’altra che servirà da base fantasmatica ai bambini e ai piccoli fanciulli che potrà avere un giornoSarà lo stesso finché ci saranno uomini  che procreano, e si può andare avanti fino a presumere che, quando le manipolazioni biologiche degli umani disumanizzeranno tutto il processo di questa procreazione, e resteranno solo bebè così concepiti, dovranno essere presi in cura, a partire dalla loro “incompiutezza”, da altri esseri umani da quel momento in poi investiti dell’inevitabile funzione di «trasmettitori». E perché no, un giorno, dai robot la cui soggettività non mancherà di volere ricostruire la storia della loro fabbricazione. In una forma o in un’altra, la trasmissione genealogica dei fantasmi d’identificazione non può ammettere alcuna soluzione di continuità.

2) Ciò evidenzia un altro aspetto della T.T.G.: essa è basata su un  processo che non si può fermare pur non essendo questo tipo di trasmissione un fenomeno totalmente passivo. Una trasmissione dell’identico connoterebbe infatti un transgenerazionale patologico.

3) La T.T.G. si organizza poi a partire dal negativo: da ciò che fallisce, non è stato rappresentato o non è rappresentabile. Infatti i fenomeni ad essa connessi sono trauma, lutto, senso di colpa, segreto, mito ed identificazione. Soprattutto i primi hanno un’accezione negativa, fanno riferimento ad eventi spiacevoli e difficili da elaborare.

Ciò che viene trasmesso è infatti ciò di cui si ha vergogna, ciò che fa difetto sia per un membro sia per la famiglia di cui si fa parte.

I materiali più patogeni fanno riferimento ai fantasmi originari fondamentali (seduzione traumatica, incesto, morte del genitore), che connotano un’esperienza traumatica difficile da elaborare a livello psichico.

Si tende ad trasportare, traslocare ciò all’esterno e, come dice Meltezer4, soffrire in un altro diventa più facile se esso appartiene ad un’altra generazione.

I meccanismi della trasmissione si basano su processi preconsci legati a rappresentazioni verbali o ai loro equivalenti corporali (mimici, gestuali, emissioni sonore) che si uniscono alle comunicazioni coscienti, come sottolineano particolarmente A. De Mijolla nell’intervista e S. Tisseron nell’opera Lo psichismo alla prova delle generazioni5. Quest’ultimo ritiene che i momenti della trasmissione siano da ricercarsi in quelle forme verbali percepite dal feto; nei movimenti del corpo materno; nel modo in cui il bambino, una volta nato, viene preso in braccio, cullato, nutrito; nel linguaggio a cui viene esposto; nei momenti della nascita e della morte che comportano una modifica, in negativo o positivo, dell’ assetto familiare.

E’ necessario dunque che il soggetto riconosca la parte svolta nel suo funzionamento mentale non soltanto dalla biologia ma anche dai problemi irrisolti dai propri ascendenti (Kaes6).

Lo stesso Freud, che non ne ha direttamente parlato, ma che ha dato dei notevoli contributi alla tematica, scrive in Totem e Tabù come la trasmissione sia necessaria altrimenti “ogni generazione dovrebbe acquisire ex novo il proprio atteggiamento verso l’esistenza”   a scapito del progresso e dell’evoluzione.

Tutto ciò che è stato esposto testimonia l’importanza in campo psicoterapeutico, e non solo, della T.T.G..

Un ulteriore elemento che convalida tale tesi è, a mio parere, da ricercarsi proprio nella prevenzione della violenza, soprattutto di quella che si consuma in famiglia, che inonda le pagine di cronaca dei nostri giorni. Anche la violenza subita, non elaborata, in seguito alle caratteristiche elencate, tenderà ad inscriversi nella psiche dei discendenti e a perturbare la funzione genitoriale futura della persona che ne è vittima. E’ quello che succede soprattutto per le madri che sono state abusate nella loro infanzia.

La madre, vittima di abuso, possiede un’immagine di sé data dall’interiorizzazione di atteggiamenti confusivi in quanto il genitore non è stato vissuto come custode rassicurante del corpo infantile.

I sentimenti sperimentati da questo tipo di donna sono di intrusione, impotenza, abbandono, perdita, colpa, rabbia, paura.

Ha vissuto il senso dell’essere usata accanto ad una possibile compiacenza
e adattamento all’abuso.

E’ stata ostacolata nel raggiungimento di un grado soddisfacente e socialmente permesso di libertà istintuale ed emotiva, necessaria per la costruzione dell’identità, dunque per la formazione di relazioni sessuali personali adulte e per l’assunzione di un ruolo genitoriale adeguato .

Lia Zanardo e Elena Fagiani mettono in evidenza, facendo riferimento ai dati del C.A.F. , che esiste un ciclo della violenza che si succede di generazioni in generazioni come una fatale coazione a ripetere. Per questo ritengono che la violenza debba essere concepita come una grave inadeguatezza/insufficienza genitoriale.

L’abuso sessuale crea dunque la premessa per l’assunzione di un ruolo di madre maltrattante o negligente, o di madre fragile e instabile, incapace di dare protezione e adeguati stimoli di crescita ai figli .

Anche Marinella Malacrea ritiene che, tra i sintomi spia, tra le manifestazioni sintomatiche indirette riconoscibili quando la vittima di abuso è diventata una giovane donna, quello più temibile ma allo stesso tempo più evidente, è il cosiddetto ciclo ripetitivo dell’abuso, conseguenza appunto delle forme di abuso subìte nell’infanzia.

Tutto ciò succede sia in ambito individuale, soprattutto se il trauma parte da un incesto,  che sociale; basti pensare  ai sopravvissuti nei campi di concentramento e alle vittime di Hiroshima. Diversi studi sulle scimmie (come quelli di Suomi e Ripp) confermano la presenza di un’inadeguatezza genitoriale per coloro che vengono deprivati, isolati, abusati nell’infanzia.

Una delle maggiori caratteristiche del trauma, è poi la compulsione della vittima di ripetere il trauma subito.

A. Miller testimonia questo aspetto proponendo come esempio la vita di Adolf Hitler .

G. Mariotti, nell’intervista da me fatta nello scorso ottobre, anch’essa inserita nella mia tesi di Laurea, parla di una tendenza a vivere attivamente ciò che si è subito, a trasformare in onnipotenza l’impotenza sperimentata in passato. Ma, nella situazione presa in considerazione, dice Novelletto , la violenza più che un significato reattivo, è un elemento di condivisione all’interno del gruppo famiglia.

G. Mariotti infatti ritiene che il clima familiare  debba essere considerato un humus dove passa di tutto, soprattutto le leggi inscritte nel non detto. Esso verrà riproposto dal figlio una volta adulto.

Il clima di erotizzazione precoce, poi, non essendo riconoscibile, viene trasmesso ai figli sotto forma diretta o fobica.

La dottoressa mi racconta di genitori integerrimi, che non osano nemmeno prendere in  braccio i propri figli.

Nelle famiglie in cui si sono avvicendate esperienze violente si riscontra un passaggio transgenerazionale di un fantasma di pericolosità, presente anche in persone che non sono mai state violente, ma non per questo hanno impedito che esso si trasmettesse ai figli.

Il salto generazionale, sostiene Imbasciati , che dal 1999, svolge una ricerca sulla T.T.G. rifacendosi soprattutto alla teoria del protomentale e dell’attaccamento, è solo apparente: potrebbe manifestarsi solo in età adulta e ad uno stato primigenio, senza trasformarsi in manifestazioni comportamentali.

Sono presenti aspetti violenti che si trasmetto a livello transgenerazionale anche nell’Edipo Re di Sofocle (infanticidio–parricidio-fratricidio), che Freud non ha preso in considerazione ma che alcune rivisitazione del mito hanno messo alla luce .

            Per quanto riguarda la posizione che il terapeuta assume in questi casi, essa risulta alquanto delicata: tra cura e trasmissione.

La psicoanalisi, la psicoterapia sono infatti non solo pratiche di cura ma “istituzioni” che organizzano e trasmettono sapere.

Uno dei maggiori rischi per il terapeuta è quello di diventare un agente traumatogeno nel momento in cui esso assume aspetti dei personaggi del passato del paziente.

Ma autori come Faimberg, Abraham, ritengono che è sufficiente prendere in considerazione l’ipotesi di tramandi transgenerazionali: se essi esistono si manifesteranno prima o poi durante la terapia. L’obiettivo a questo punto è di sottrarre al paziente gli oggetti persecutori e annullare la dipendenza, facendo attenzione a non rimane stretti nella morsa di un determinismo causalistico,  che comprometterebbe l’individualità del paziente.

L’obiettivo del terapeuta, dice G. Mariotti nell’intervista, è far ammettere al  paziente: “lui è stato mio padre, io sarò un altro!”.

Bisogna elaborare il trauma, prendere consapevolezza del fantasma per evitare che venga ri-agito inconsciamente nell’educazione dei propri figli.

Importante per una buona riuscita della T.T.G. è il ruolo assunto dai nonni o meglio dai bisnonni, visto l’allungamento della vita. A. De Mijolla, nell’intervista, sostiene che essi siano le persone più importanti nella costruzione di fantasmi di identificazione, nel mondo psichico in cui si immerge ciascun nuovo nato. Sono agenti di trasmissione della saga familiare. Mettono i nipoti a conoscenza dei misfatti della vita dei loro genitori prima che diventassero simbolo dell’autorità ma svolgono anche una funzione di limite all’onnipotenza del bambino: la sofferenza del genitore per un padre morto, fa rendere conto al bambino che non è per loro l’unico oggetto d’amore.

L’apertura su queste questioni, dichiara l’autore, ha dato dei contributi nell’evoluzione dell’ascolto del paziente, ha sollevato il velo dei non-detti, a suscitato tentativi di ricerca sulla storia familiare.

Questo, insieme ai vantaggi per il terapeuta e alla possibilità di prevenire il ciclo ripetitivo della violenza (come dicono Ottolenghi e Pavese, nell’articolo sopra citato) sono i motivi per cui ritengo sia utile e importante prendere in considerazione la T.T.G.

L’elaborazione del trauma è fondamentale soprattutto se possiede un’impronta violenta e si consuma in famiglia. Se essa non avviene si va  a compromettere il ruolo genitoriale dell’individuo e si sa che se i genitori, quando si è bambini, rappresentano delle figure da imitare, sono anche coloro a cui si fa riferimento da adulti nell’educazione dei propri figli.

*Psicologa

  Mijolla Alain de, Dictionnaire International de la Psychanalyse?,  Calmann-Lévy,  Paris, 2002

  Ottolenghi L., Pavese F., (1998), Lo psicoterapeuta tra persecutore e vittima nei casi di Incesto e Violenza sui Minori, Setting, 5, Moretti ? Vitali, 1998, pp. 55-56.

  Abraham N., Torok M., La scorza e il nocciolo, (1978), Boringhieri, Roma, 1993.

  Meltzer D., (1979), Un approccio psiconalitico alla psicosi, Quaderni di psicoterapia infantile, 2, Borla, Roma, p. 20.

  Tisseron S., (1995), Le immagini psichiche tra le generazioni, in Lo psichismo alla prova delle generazioni, Borla,, Roma,1997.

  Kaës R., Il soggetto dell’eredità, in AA. VV., Trasmissione della vita psichica tra generazioni, trad. it., Roma, Borla, 1995, p. 24

  Freud S., (1912-1913), Totem e tabù, OSF, 7, Torino, Boringheri, p. 160.

  Deutsch H., 1944; Greenacre P., 1952; Jacobson E., 1964; Eissler K. R., 1958; Wheelis A. B., 1958; Oates K., Tong L., 1987; Cole P. M., Woolger C., 1989

  Acronimo di Centro Assistenza alle Famiglie

  Goodwin J., (1981), Suicide attempts in sexual abuse victims and their mothers, Child Abuse and Neglet, 5 (3), pp. 217-221.

  Miller A., (1980), La persecuzione del bambino, Boringhieri, Torino, 1987.

  Novelletto A., Biondo D., Monniello G., (2000), L’adolescente violento, Franco Angeli, Milano.

  Imbasciati A., (1976), Un supporto teorico alla transgenerazionalità: la teoria del protomentale, Boringhieri, Torino.

  Nella mia tesi ho fatto particolare riferimento a queste due rivisitazioni: