Musica

Ligabue

Made in Italy

Zoo Aperto, 2006, € 22,50

Luciano Ligabue presenta il suo nuovo lavoro, Made In Italy, a distanza di 26 anni da quello di esordio, Ligabue (1990): gli ascoltatori che apprezzano poco, o per niente, la musica del cantautore emiliano diranno che in tutto questo periodo il Liga si sia limitato a riscaldare la stessa minestra, disco dopo disco, anno dopo anno. La realtà è che risulta davvero difficile per un musicista creare un proprio stile, che rappresenti una specie di marchio di fabbrica, un’etichetta che lo contraddistingua dagli altri artisti. Ed appare sicuramente più difficile cambiare quella strada, una volta tracciata in modo così profondo e marcato. Questa premessa è doverosa, soprattutto perché Ligabue in Made in Italy non disfa completamente la matassa stilistica con la quale ha ricamato i suoi successi, se non per qualche esperimento con qualche genere a lui prima sconosciuto (per esempio reggae e funky). Il lavoro che compie si deve analizzare più ad ampio spettro, nell’interezza della sua opera. Quello che ci regala il Liga non è altro che un concept album; le canzoni non sono, dal punto di vista del tema affrontato nei loro testi, un insieme di unità divise l’una dall’altra, ma contribuiscono, una dopo l’altra, a raccontare una storia dal suo inizio alla sua fine.

La storia che viene raccontata (grazie anche al libretto di accompagnamento presente nell’album, che introduce ogni canzone) è quella di Riko, eroe moderno e metafora “vivente” dei pensieri e dei comportamenti popolari contemporanei.

In particolare, Riko è un uomo “qualunque” sulla cinquantina che affronta, come molti alla sua età, una crisi dal punto di vista lavorativo, sentimentale e relazionale.

L’apertura della storia è lasciata a La vita facile, un pezzo effettivamente “alla Ligabue”, che forse aiuta ad iniziare l’ascolto in modo più rassicurante e confortevole: qui si descrive (e si critica) l’aspetto politico di un Paese in cui i suoi capi non mantengono le promesse date, ma, anzi, posticipano continuamente le azioni concrete per qualsiasi accenno di cambiamento.

Accompagnato da sonorità funky, con Mi Chiamano Tutti Riko l’eroe si mostra al pubblico, svelando il suo passato ed il suo presente, di particolare in particolare (ha lavorato sin da giovane, si è sposato a 20 anni ed ha un figlio).

L’atmosfera cambia completamente con È Venerdì, Non Mi Rompete I Coglioni, brano rock in cui riecheggia un po’ di Bruce Springsteen, in cui il protagonista decide di “staccare la spina” rispetto alla solita routine e di andare a divertirsi in discoteca col suo amico storico, Carnevale.

Alla fine della serata, in Vittime E Complici, Riko ritorna in se stesso ed affronta la realtà di un rapporto sempre più difficoltoso con sua moglie Sara.

Meno Male, con il particolare binomio chitarra-flicorno, racconta dell’azienda di Riko, la quale, per evitare il fallimento, lascia a casa molti dei suoi lavoratori: Riko prova solidarietà per chi è stato licenziato e vergogna per non aver subito la stessa sfortuna sorte.

In G Come Giungla, il rocker di Correggio fotografa una panoramica della realtà attuale: i giganti industriali ed economici lottano per il potere, in una giungla contemporanea in cui vince sempre il più forte.

Andando avanti, troviamo Ho Fatto In Tempo Ad Avere Un Futuro (Che Non Fosse Soltanto Per Me), in cui Riko si prende del tempo per considerare, con un neutro distacco, le scelte compiute nella sua vita, gli errori liberamente commessi e la spensieratezza del passato.

L’Occhio Del Ciclone sancisce il momento della ribellione: sentendo che è l’ora di “fare qualcosa” per cambiare la situazione (in particolare nel contesto lavorativo), Riko partecipa ad una manifestazione durante la quale viene colpito da un poliziotto col manganello.

In Quasi Uscito, il nostro eroe si ritrova, dopo la botta, disteso per terra e desideroso di restarci, facendosi quasi tentare dalla serenità e dalla tranquillità offerte dalla morte.

Una volta in ospedale, Riko si innamora della donna che lo cura: Dottoressa è un rock elettrico, repentino e diretto che alleggerisce il peso dei temi e delle tonalità precedenti.

La manifestazione a cui ha partecipato, e la sua conseguente situazione, arrivano a riscuotere un certo interesse tra i media. Le intenzioni della stampa sono chiare: tutti vogliono Riko, solo per dargli una finta notorietà e poi lasciarlo cadere nel dimenticatoio. Questo è quanto raccontano I Miei Quindici Minuti (dalle forti tinte reggae) e Apperò (solo con voce e ukulele).

La canzone che dà il titolo all’album, Made In Italy, sfoglia dolcezze ed amarezze del nostro Paese, che Riko e Sara, riconciliati proprio durante il periodo della sua guarigione in ospedale, decidono di visitare in una specie di secondo viaggio di nozze, dopo un aver celebrato un finto secondo matrimonio.

Alla fin fine si arriva ad Un’Altra Realtà: Riko, spinto da uno spirito ottimistico, decide di guardare al proprio futuro con fiducia, cercando di raggiungere a tutti i costi la felicità.

Come considerazione finale, si può ammettere una fusione delle opinioni provenienti dalle fazioni “contro” e “pro” Ligabue: da una parte, il cantautore non cambia di tanto il proprio stile (e perché avrebbe dovuto, in fondo?) e continua ad imprimere il suo marchio sui propri brani. Dall’altra parte, il formato dell’opera costituisce una scelta molto particolare, considerato lo stile del cantautore; la storia, per quanto non troppo originale, funziona bene come critica al pensiero ed alla realtà moderni; le canzoni sono ben strutturate ed anche giustamente separate dalla presenza di intermezzi (tratto comune di molti concept album), i quali rappresentano un’idea per passare di canzone in canzone, in modo più soffuso e meno veloce.

A mio parere, un disco che vale la pena di ascoltare, non selezionando solo certe canzoni, ma, come si addice ai concept album, prendendosi il tempo di apprezzarlo dall’inizio alla fine, in un sol colpo.

The Rolling Stones

Blue & lonesome

Polydor, 2016, € 19,90

I Rolling Stones, dopo 11 anni di attesa (A Bigger Bang, 2005), escono con un nuovo album, interamente blues. Una sorpresa? Neanche troppo, in realtà. La rock band per eccellenza si trasforma per reinterpretare dei pezzi della tradizione blues con il suo inconfondibile stile.

Sicuramente, da un lato, può cogliere impreparati un disco totalmente privo di brani rock o, comunque, di loro creazione; da un altro, la trasformazione blues dei Rolling Stones si può benissimo leggere come una logica tappa (finale o no) della loro infinita metamorfosi musicale. C’è sempre stato, infatti, nei loro pezzi un carattere blues che ha influenzato, tanto o poco, il loro inconfondibile stile.

Parola di Keith Richards: Blue & Lonesome riassume perfettamente tutto ciò che volevamo fare fin dall’inizio. E finalmente, dopo una cinquantina d’anni, abbiamo fatto un disco blues!”.

Un desiderio, quindi, insito nell’anima del gruppo da molto tempo, ma irrealizzabile, fino a questo momento, forse perché i tempi, o i membri della band, non erano ancora abbastanza maturi.

Con il passare degli anni, chi prima e chi dopo, si arriva naturalmente ad apprezzare maggiormente i ritmi e le atmosfere blues, rispetto ad altri generi ritenuti troppo rumorosi o troppo veloci. Questo anche per una questione di cadenza e di lentezza che permettono di godersi e gustarsi la musica con il giusto tempo.

Il sentore che si ha ascoltando Blue & Lonesome è che si abbia a che fare con un blues pulito, con evidenti punteggiature rock (inevitabili, visto i soggetti), molto scorrevole e gradevole.

La voce di Mick Jagger si fa più suadente e meno tagliente, i riff di Keith Richards sono meno frequenti ma regalano un pizzico di ruvidità per scansarsi giusto un poco dall’elegante regolarità ritmica blues.

La batteria di Charlie Watts si fa più educata e composta, mentre Ronnie Wood completa ed impacchetta il tutto, con magistrale semplicità.

Analizzare l’opera brano per brano risulta quantomeno complicato, proprio perché il blues comporta degli stilemi e dei principi ritmici, armonici e tecnici molto vincolanti: per quanto il blues sia un genere che attrae e colpisce anche il sottoscritto, non posso non ammettere che molte canzoni si somiglino o che sembrino proprio una la copia dell’altra, proprio a causa delle sue tradizioni e delle sue regole.

Si può dire, però, che tutti i singoli rivisitati dagli Stones provengono da autori storici del genere blues: Buddy Johnson (Just Your Fool), Howlin’ Wolf (Commit a Crime), Willie Dixon (Just Like I Treat You e I Can’t Quit You Baby) e Little Walter (I Gotta Go e Hate to See You Go) per fare alcuni esempi.

La scelta dei pezzi, anche quella, prende alla sprovvista: di sicuro, come detto, alcuni dei loro autori hanno scritto pagine importanti del genere blues, ma i brani reinterpretati dagli Stones non sono tra i loro più famosi. Infatti Mick Jagger ha così motivato la composizione della tracklist: “Cercavo di selezionare quelle (canzoni) che non erano troppo inflazionate, anche per il palato dei fan del blues”.

Il cantante ha spiegato pure il modo, un po’ particolare, in cui è nato il progetto che ha dato vita all’album: “Avevamo già registrato dei brani nuovi. Un giorno poi ci siamo stancati di lavorare ad un pezzo – ci capita spesso. Allora ci siamo messi a suonare un blues, poi un altro e un altro ancora. Allora ho detto: ‘Ok, torniamo domani e facciamone altri tre o quattro’. Le cose sono andate così, molto velocemente”.

Degli aggettivi che si possono usare per descrivere quelle vecchie volpi dei Rolling Stones, forse uno calza più degli altri: imprevedibili. Ancora una volta.