Cinema

Garth Davis

Lion. La strada verso casa

Usa, Australia, Regno Unito, 2016

Produzione: See-Saw Films, Aquarius Films, Screen Australia, Sunstar Entertainment, The Weinstein Company

Distribuzione: Eagle Picture

Durata: 129 minuti

La libertà rubata

A CHI? Agli adolescenti annoiati, agli adulti pessimisti.

PERCHÈ? Per fare un viaggio nella terra degli estremi e farsi investire da quelle passioni forti che ammantano le vite ingiuste.

IL FILM Lo vedete? Lui corre, senza sosta, corre senza perdere il fiato, corre senza perdere la strada. Corre, corre con quel corpo minuto, la pelle resistente al sole, i vestiti macchiati di polvere, i capelli di marrone spesso come il colore dello sguardo che, anzi, è ancora più marrone. A cinque anni lui corre. Per aiutare la madre a trasportare i massi sotto il sole, per aiutare il fratello a rubare le pietre di carbone dal treno; corre per sfuggire agli adulti che lo vogliono comprare, corre per abbracciare chi ha perso, per inseguire le sue radici. Una lunghissima panoramica sulla penisola indiana innesca la presa sul territorio sconosciuto a noi occidentali, inerpicato tra zolle disordinate, lungo pendii raggianti, frastornato da una vegetazione selvatica, in mezzo a rotaie solitarie che, loro malgrado, portano via sul treno in corsa il bambino che corre, addormentato nella notte, unico passeggero. È colpa della povertà se il fratello grande lo lascia di notte sul binario ad aspettare mentre lui va a raccogliere balle fieno, è colpa della povertà se il piccolo rimane solo e si addormenta distrutto dalla stanchezza, nel vagone di un treno che lo porta molto lontano, in unaltra regione dellIndia dove nessuno parla la sua lingua, nessuno lo capisce. Disperato,  ulula al vento il nome del fratello, Guddu, Guddu, che  risuona con note tonde nei timpani, ma nessuno risponde. Neanche Ammi risponde, la madre non può sapere quanto lontano è andato a finire il figlio. Lo salverà un’adozione internazionale, in Australia. Qui cresce immerso in tutti quei diritti che nel suo villaggio neppure si sognava. E quando supera i ventanni, ormai interamente allineato e scolpito nel marmo della cultura occidentale, un indizio, un piccolo dettaglio risveglia il suo senso di appartenenza. Alla ricerca dellidentità le domande lacerano il cervello dei giovane indiano/australiano: chi sono io? Dove sono le mie origini? La memoria della sua storia è stata saggiamente annegata, spinta sotto i fondali della ragione; ma poi sale a galla con tutta la sua conturbante forza. Il dramma viene messo in scena con primissimi piani di sguardi ardenti, sconcertati, in cerca del dimenticato e la colonna sonora restituisce con le note di pianoforte uno scintillio che fa vibrare lo stomaco di noi spettatrici e spettatori. Alla ricerca di Guddu, alla ricerca di Ammi, di parole gonfie di passato nascosto e riemerso. Un film che parla con le immagini del paesaggio direttamente al nostro immaginario che viene, involontariamente, spinto nella bruttura della povertà che ostacola, ferisce e ammazza la libertà. Ma c’è chi, come il bambino che corre, se la va a riprendere la libertà, forte come un leone, anche se lungo la corsa perde tanti pezzi di sé e di chi ama. La dura e sacra legge del coraggio in un immensità di ingiustizia va vista lasciandosi trasportare in questo spettacolo cinematografico che, malgrado alcune retoriche di sceneggiatura scioglilacrime, si merita proprio un bel voto!

Asghar Farhadi

Il cliente

Iran 2016,

Produzione: Arte France Cinéma, Farhadi Film Production, Memento Films Production

Distribuzione: Lucky Red

Durata: 125 minuti

Non vedere per vedere meglio

A CHI? A chi è adulto e crede che tutto sia sempre sotto controllo.

PERCHÈ? Per non avere paura di soffrire davanti all’ingiusta complicazione degli eventi.

IL FILM: Con assonnata titubanza si penetra attraverso le tinte smorzate di una Teheran irriconoscibile, dove una coppia di sfollati da una palazzina in bilico, cerca alloggio. I due coniugi, attori teatrali, recitano sul palco “Morte di un commesso viaggiatore” e fuori dal palco vivono qualcosa di molto simile. La scarna bellezza degli arredi, dei locali, degli indumenti, la assenza parziale di luce solare favorisce un ingresso in stato di dormiveglia dentro al plot narrativo. Poi, dopo avere trovato un posto in un nuovo appartamento, abitato fino ad allora da una donna dai trascorsi incerti e che sembra vivere vendendo sesso in cambio di soldi, il marito e la moglie finalmente si annidano nelle pieghe dell’ordinario procedere dei giorni. A un tratto, nel bel mezzo di una sera spenta, si accende la vista. Cosa è successo? Suona il citofono, la moglie è in attesa del marito, preme il pulsante di apertura del portone del palazzo, poi va a fare la doccia. Nel bagno, mentre la donna è sotto l’acqua, entra qualcuno che il marito non è, lei viene ferita nel corpo e nell’anima fino a sanguinare. Macchie rosse sporcano le scale del palazzo, chi scappa ha lasciato delle tracce. Chi è stato? Perchè? Si accende l’attenzione e ora le fila si intrecciano e trovano un senso, un senso agghiacciante che non viene mai pronunciato, nè mostrato, nè mimato. Uno sconosciuto è entrato in casa della moglie e l’ha violentata? Probabilmente, ma non si vede e non si dice. La moglie porta il velo, come tutte le altre comparse di sesso femminile, è musulmana? Lei si rifiuta di denunciare l’accaduto, vuole strapparsi dalla memoria il ricordo straziante, non vuole far sapere, non vuole. Ma il marito sì, lo vuole. E si mette a cercare. Chi è stato? Colui che ha commesso ciò che non è detto (e non è visto) è molto lontano dalle aspettative, è un uomo dal normale portamento, dalla normale vita di lavoratore con famiglia che, però, non ha una normale concezione delle donne. Ma cosa è poi la normalità? L’uomo è entrato in casa pensando di incontrare la precedente inquilina di cui era un cliente. Un cliente, il cliente che come ogni sera entra in quell’appartamento e si porta a casa un’esperienza sessuale in cambio di denaro. Ma c’è un errore, nella doccia trova un’altra, eppure si compie l’orrore. A questo punto, mentre le riprese si concentrano addosso allo sguardo sudato del cliente, al ghigno bilioso del marito e alla fronte sfregiata della moglie, a questo punto finalmente si vede qualcosa, si vede l’incrociarsi della rabbia vendicativa del marito, della vergogna del cliente, dell’angoscia della moglie. Il dramma della sofferenza di chi ha fatto soffrire e ora a sua volte soffre è messo in scena. Il cliente è una realtà feroce, penosa, disturbante. Dentro all’opaco procedere dei giorni di una coppia come tante si accende un brutto fatto di fronte al quale le donne subiscono gli uomini e come rugiada sull’erba di aprile si posa incessante lo spazio dell’interpretazione teatrale che costeggia, penetra, avvolge gli spazi della vita. Un film che non fa vedere ciò che denuncia, che nasconde l’inquietante fino alla fine, lasciando davanti ai nostri occhi un applauso a metà, sospeso tra il perdono e il disprezzo che neanche la pioggia che imperversa fuori dal cinema riesce a lavare via.