Un villaggio per educare

Gentile Redazione,

Amarsi e rimanere insieme tutta la vita. Un tempo, qualche generazione fa, non solo era possibile, ma era la norma, una norma che consentiva, almeno sulla carta o almeno nella forma, ai bambini di avere sotto lo stesso tetto, un papà e una mamma. Magari non proprio felici e appagati. Magari un po’ musoni e stanchi, però (ed è quello che forse di più conta per i bambini soprattutto nella prima fase della loro vita) insieme.

Oggi, invece, stare insieme è diventato una rarità, una scelta invidiabile o folle, a seconda dei punti di vista. Il sociologo Zygmunt Bauman, che recentemente ci ha lasciati, è tornato più volte sull’argomento, con considerazioni sul modo di vivere le relazioni: oggi siamo esposti a mille tentazioni e rimanere fedeli certo non è più scontato, ma diventa una maniera per sottrarre almeno i sentimenti al dissipamento rapido del consumo. Consumo o non consumo è molto difficile, se non praticamente impossibile, generalizzare ciò che sta alla base della scelta dei genitori di separarsi. Quel che traspare, però, è che talvolta la scelta del singolo, il suo perseguimento della felicità, di una realizzazione che non sembra mai concludersi e avere pace sia a discapito, se non addirittura contraria, all’idea di famiglia. La famiglia è infatti un ricettacolo sempre più complesso in cui cambiare insieme, accorgersi dei cambiamenti dell’altro e dare voce e spazio a tutti i moti centripeti che dai singoli componenti della famiglia partono sembra un compito se non impossibile, almeno molto arduo. 

Cosa ci sta sotto? La difficoltà ad amare? E i bambini?

Il perseguimento della felicità dell’adulto non sembra andare proprio d’accordo con il perseguimento della felicità del bambino che, siamo d’accordo, avrà sempre e comunque due genitori e che, siamo ancora d’accordo, troverà, se la separazione è ben gestita e non vissuta in maniera troppo traumatica, le risorse per superarla, stare bene, festeggiare due volte il compleanno e vedere il mondo sia in bianco e nero che a colori. Non era quello che voleva però. Non aveva proprio messo in conto che “l’amore può cambiare” se non addirittura finire. E, a dirla tutta, non gli interessa nemmeno. Quel che forse si chiede è perché la felicità del suo papà o della sua mamma conti più della sua. Già, perché?

Francesca T.

Risponde Silvia Puricelli, psicologa

Cara Francesca,

il tema che porti è interessante, ma al contempo complesso e articolato. Si intrecciano nella tua domanda questioni su più livelli, relative al singolo, alla coppia coniugale e genitoriale, alla famiglia fino ad arrivare al più ampio tessuto sociale. Ritengo che negli ultimi decenni la scelta che una coppia si trova a fare ad un certo punto della vita di avere o meno un figlio, abbia molto a che fare con un soddisfacimento di un bisogno narcisistico più che con il desiderio di generare una nuova vita indipendente e autonoma. Il figlio oggi rappresenta spesso un prolungamento del Sé, un’estensione del singolo genitore e pertanto un ricettacolo di bisogni e desideri frustrati o non soddisfatti dell’adulto. Già la scelta procreativa è quindi troppo centrata su quella che tu definisci il perseguimento della felicità dell’adulto e poco focalizzata sui bisogni di quel piccolo individuo che possono anche essere differenti e a volte in contrasto con quelli del genitore. Dante Ghezzi cita, all’interno della sua introduzione al manuale La tutela del minore (Ghezzi, Vadilonga 1996), il poeta Kahil Gibran (Gibran, 1923), il quale, nel capitolo del libro Il Profeta dedicato ai figli, afferma: “I vostri figli non sono i vostri figli… Essi non vengono da voi ma attraverso di voi. E non vi appartengono benchè viviate insieme”.

Ecco quindi che separarsi o restare insieme è una scelta della coppia poco determinata o influenzata dalla presenza o meno dei figli nella famiglia. Il figlio non rappresenta una motivazione in più per trovare soluzioni al conflitto o alle incomprensioni, proprio perché investito di queste differenti aspettative. Il sociologo Bauman da te citato ha scritto innumerevoli considerazioni circa il legame amoroso e le difficoltà legate al suo mantenimento (ad esempio in Alone Again – Ethics After Certainty, 1996), partendo dalla propria esperienza personale con la moglie e affermando che lui stesso si è trovato a dover gestire in alcuni fasi della vita coniugale alcune fisiologiche crisi del rapporto. All’interno di una sua interessante intervista pubblicata da La Repubblica nel 2012, a seguito della domanda del giornalista in cui gli veniva chiesto se lui e la moglie avessero mai attraverso momenti di crisi, Bauman affermava: “Come potrebbe essere diversamente? Ma fin dall’inizio abbiamo deciso che lo stare insieme, anche se difficile, è incomparabilmente meglio della sua alternativa. Una volta presa questa decisione, si guarda anche alla più terribile crisi coniugale come a una sfida da affrontare. L’esatto contrario della dichiarazione meno rischiosa: “Viviamo insieme e vediamo come va…”. In questo caso, anche un’incomprensione prende la dimensione di una catastrofe seguita dalla tentazione di porre termine alla storia, abbandonare l’oggetto difettoso, cercare soddisfazione da un’altra parte.

Decidere di stare insieme fin dall’inizio… oggi è davvero così? Quando ci si sposa o si avvia una convivenza lo si fa perché si è davvero consapevoli di voler stare tutta la vita con quella persona o perché si ha la necessità di soddisfare un bisogno altro (bisogno di uniformarsi ad esempio o di rivestire un ruolo o una posizione sociale da sempre desiderata)? Il concetto del per sempre oggi spaventa, terrorizza, si teme che nel pronunciare quelle parole ci si ingabbi in un tunnel senza uscita, manca l’aria. Nell’epoca del marcato individualismo, l’idea di poter dipendere da qualcuno fa venire l’ansia. È in questo che, a mio avviso, risiede la fragilità dei legami di oggi: la paura di dipendere. Dobbiamo pensare che qualsiasi legame significativo tra due o più individui, qualunque relazione per noi importante è caratterizzata da una sana e reciproca dipendenza. Spesso oggi, in un’epoca in cui l’individuo ha bisogno di sentirsi onnipotente, nel momento in cui avverte che il suo benessere dipende dalla presenza di un altro significativo nella sua vita, sperimenta una sensazione di pericolo, di attacco al sistema di sicurezza (Gislon, 2005). Ciò deriva dal fatto che sempre il singolo, investito di aspettative irrealistiche e di bisogni indotti, non è consapevole delle proprie reali risorse con cui affrontare le difficoltà della vita nonché non consce o non vuole entrare in contatto con i propri limiti. Il limite viene visto come qualcosa di negativo, qualcosa da valicare continuamente anziché come un elemento che contiene e definisce realisticamente un confine. Ed ecco allora che ci si trova a sperimentare la dipendenza dall’altro come qualcosa di limitate e angosciante, anziché rassicurante e soddisfacente. A quel punto arriva la rottura, il desiderio di scappare, di cercare altro che dia l’alibi nel poter pensare di essere ancora liberi, caratteristica associata alla possibilità di scegliere qualcosa di diverso, anche se non sappiamo bene cosa. E per separarsi, da qualsiasi persona significativa, bisogna usare la rabbia. Il figlio assiste a queste esplosioni dirompenti di emotività incontrollata. Oggi la violenza assistita è diventata il più diffuso elemento di pregiudizio per i minori. Secondo la definizione elaborata dal Cismai (2000, 2005), “per violenza assistita si intende l’esperire da parte del bambino/a qualsiasi forma di maltrattamento compiuto attraverso atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica su figure di riferimento o su altre figure affettivamente significative, adulte o minori…”. Nella mia partica clinica sperimento che, purtroppo, spesso le separazioni non vengono bene gestite, il conflitto raggiunge livelli inaccettabili, soprattutto per i figli che si ritrovano ad esserne spettatori indifesi. Accade poi che il figlio divenga nuovamente oggetto e non soggetto, ossia uno strumento di rivendicazione e rivincita del singolo genitore. Perché arrivare a questo punto e non fermarsi prima a pensare come si è giunti a non guardarsi più con rispetto? Credo che alla base di queste grandi difficoltà che oggi minano i legami famigliari ci sia propria la paura. Paura di perdere la propria potenza (o onnipotenza!), paura di perdere l’indipendenza o la libertà (ma di fare cosa?), paura nell’avere fiducia.

Ritengo quindi che, al fine di poter dare più chance di sopravvivenza a un legame di coppia, occorra che i singoli possano comprendere e credere che dipendere dall’oggetto di bisogno, ossia dalla persona a cui si vuole bene, non significa annullare il Sé. Ci si può fidare. Ed è questo il segreto.

Testi di riferimento

Gibran, K. (1923) Il Profeta, Tr. It. Guanda, Parma 1967

Ghezzi, D., Vadilonga, F., La tutela del minore. Francesco Cortina Editore, Milano 1996

Bauman, Z., Alone Again – Ethics After Certainty, 1996

Gislon, M.C., Manuale di Psicoterapia Psicanalitica Breve, Dialogos Edizioni, Bergamo 2005

AA.VV., Crescere senza Violenza, Animazione sociale, supplemento bis al n°1/2010