Sillabario pedagogiko

 

Fretta

Nel capitalismo globalizzato si assiste a una forte compressione del tempo e dello spazio. Il soggetto e il suo corpo vengono percepiti, rappresentati e immaginati come un sito caotico e iperflessibile, percorso da contraddizioni.

Curiosamente, e non è un aspetto secondario, il soggetto viene ad assumere caratteristiche che solitamente vengono attribuite al tempo, testimonianza del fatto che anche, o proprio, in un contesto socioculturale ipercomplesso in cui il tempo viene quasi ad annullarsi, ad azzerarsi sempre di più non si dà differenza fra soggetto e tempo. Questo aspetto potrebbe riservare, e il condizionale non è d’obbligo, risvolti inquietanti se uno studioso come Ariès o Morin provasse a reinterrogarsi sul significato storico che la morte, come figura e metafora del rapporto con il tempo, sta assumendo in questi ultimi decenni.

La nozione di “forma” che Simmel proponeva come concetto guida della sua particolare idea pedagogica, si presta in modo eccellente alla rappresentazione del tempo. Non si tratta solo di dare forma alla vita, il tempo non è più solo una forma a priori: la forma riguarda la funzione che il tempo assume rispetto ai tempi sociali e individuali di gestazione dell’identità e del suo sviluppo verso quel “più che vita” di cui parlava Antonio Banfi, molti anni fa, quando rifletteva proprio su Simmel e la sua pedagogia.

Il tempo è una forma particolare e privilegiata che designa, distingue, valorizza aggrega, ritma e organizza le attività del soggetto. Il tempo rappresenta una “messa in forma” di queste differenti competenze e attività preponderanti, anche per questo motivo la relazione con il tempo diventa spesso, basti pensare alle ricerche psicoanalitiche e psichiatriche in questo senso, un indicatore ideale per l’analisi delle contraddizioni e dei sintomi che attraversano il soggetto. Così come la forma di un tempo socialmente dominante traduce e testimonia, aggrega e rinforza l’unità di una società, lo stesso, possiamo supporre, avviene per l’unità/identità personale che si addensa intorno e attraverso un tempo personale dominante.

Come ha scritto Roger Sue, “il rispetto del tempo è l’atto educativo per eccellenza”: crediamo che questo rispetto si debba assumere come un compito importante e che possa derivare solo da una maggior consapevolezza sulla latenza temporale interna ai nostri meccanismi di formazione e di educazione.

Ma quali sono le direzioni intenzionali, le traccianti da seguire per non tradire questo compito?

Ci sono tre caratteri essenziali che oppongono la rappresentazione postmoderna del tempo a quella precedente che forgiava la sua figura specchiandosi nel carattere dominante del tempo di lavoro: il tempo è diventato qualitativo, flessibile e soprattutto fortemente orientato verso il presente. Questi elementi nella loro genericità devono essere tenuti presenti se si vuole non mancare il significato che l’esperienza assume nelle relazioni formative che oggi dobbiamo progettare e attuare.

Ci stiamo muovendo, da anni ormai, tutti, indistintamente, in uno spazio sociale e culturale che è definito dall’economia dell’esperienza: una società in cui la vita stessa di ciascun individuo diventa effettivamente un luogo di mercato: come aveva già predetto Michel Foucault, la vera posta in gioco è la biopolitica. Nello stesso tempo il valore della vita e la sua qualità, come la qualità dell’esperienza, hanno una moneta di scambio comune che è poi la loro sostanza originaria: il tempo.

Il tempo qualitativo, quello in cui si producono i principali valori collettivi, non è più il tempo di lavoro. Al contrario il “tempo liberato” s’impone come il nuovo crogiolo in cui si producono i valori preponderanti. Così, dal punto di vista dei valori, del tempo qualitativo, il tempo liberato è diventato a tutti gli effetti il tempo dominante, come peraltro avevano già ampiamente spiegato settanta anni fa Horkheimer e Adorno nei corollari della loro dialettica dell’illuminismo a proposito dell’industria culturale e dell’amusement.

Il valore oggi accordato al tempo ne fa un valore in sé, il valore del valore. Questo sortisce un doppio effetto: da una parte conferma ancora una volta l’esattezza dell’interpretazione strutturale di Marx che, anche nei Manoscritti e prima dell’analisi del Capitale, aveva già insistito sulla doppia relazione fra tempo, lavoro e valore; dall’altra, quasi involontariamente, riconoscere nel tempo umano la base d’equivalenza della misura di ogni valore non rappresenta solo una posizione filosofica, ma un obiettivo importante per una democrazia non solo nominale.

Oggi, l’usurata espressione di Benjamin Franklin: “il tempo è denaro” viene ribaltata dalla pratica quotidiana. Quest’effetto di ribaltamento non è nuovo, ma ha avuto tempi di gestazione carsici. Già Horkheimer riflettendo negli anni Trenta sulla vita dei suoi contemporanei in Germania scriveva: “Il tempo è denaroma quanto vale il tempo di vita della maggioranza degli uomini? […] Non è il tempo che è denaro, ma viceversa è il denaro che è tempo, così come salute, felicità, amore, intelligenza, onore, quiete. Giacché non è affatto vero che chi ha tempo ha anche denaro; disponendo solo di tempo non ci si procura denaro, ma viceversa.”

L’affermazione assume un sapore e uno spessore ancor più notevole se diamo ascolto a quello che nel suo romanzo Don De Lillo, acuto osservatore delle contraddizioni dei nostri tempi, fa dire a due personaggi di Cosmopolis di fronte agli schermi che proiettano i valori azionari del cybercapitale, quasi a continuare in prosa il pensiero iniziato dallo studioso tedesco settant’anni prima:

  • L’idea è tempo. Vivere nel futuro. Guarda come scorrono quei numeri. I soldi creano il tempo. Una volta era il contrario. Gli orologi hanno accelerato l’ascesa del capitalismo. La gente ha smesso di pensare all’eternità. Ha cominciato a concentrarsi sulle ore, ore misurabili, ore lavorative, e a usare il lavoro in modo più efficiente.

  • Perché oggi il tempo è un bene aziendale. Appartiene al sistema del libero mercato. Il presente è più difficile da trovare. Lo stanno risucchiando fuori dal mondo per far posto a un futuro di mercati incontrollati ed enormi potenziali di investimento. Il futuro diventa insistente.

  • Non ha importanza se la velocità rende difficile seguire quello che ci passa davanti agli occhi. Il punto è proprio la velocità. Non ha importanza questo pressante e continuo rifornimento, il modo con cui i dati si dissolvono a un’estremità della fila nel momento in cui prendono forma all’altra estremità. Questo è il punto, l’impulso, il futuro.

  • I computer eliminano il dubbio. I dubbi derivano dalle esperienze passate. Ma il passato sta scomparendo. Un tempo conoscevamo il passato ma non il futuro. Le cose stanno cambiando, – disse lei. – Ci serve una nuova teoria del tempo.

Ecco il punto, l’impulso, la velocità, il suo rapporto di assenza/presenza rispetto al presente. Ecco una prima traccia da seguire.

Già all’inizio degli anni Settanta del XX secolo, Jean Ferrasse aveva denunciato la tendenza dei sistemi educativi tradizionali a un’eccessiva omogeneizzazione del tempo: “C’è un tempo in cui le categorie di ordine e di durata, che definiscono il cambiamento qualitativo, non sono più l’oggetto della sintesi personale, né del superamento del conflitto. L’ordine delle azioni da compiere, invece di essere il frutto di una gerarchizzazione personale di valori, diviene il risultato di un’astratta pianificazione di origine sociale alla quale l’individuo si sottomette. La durata reale di queste azioni, legata all’intensità di motivazioni, alla qualità e alla particolarità umana di ciascuno si trasforma in un continuum rigido, ben delimitato, riempito di cose quantitativamente misurabili. […] L’educatore tradizionale sarà tentato di omogeneizzare l’avvenire, nel canalizzare nei limiti che gli assegna il gesto, che una volta gli è riuscito, e sistemandolo nella routine. In reazione a questa dinamica d’omogeneizzazione del tempo, il sistema d’educazione risponde con una tendenza a privilegiare la durata concreta e l’ordine spontaneamente costruito nel qui e ora”.

La richiesta sempre più pressante da parte degli educatori, dei formatori e degli insegnanti, non solo da parte di quelli in formazione, di avere precise indicazioni su come svolgere “concretamente il lavoro”, è un effetto di questo fenomeno tutt’oggi ancora molto presente nella struttura della vita diffusa.

Il ritmo serrato della cultura iper-reale del nanosecondo riduce l’orizzonte temporale individuale e collettivo all’immediato. Le tradizioni e le eredità sono di secondario interesse, ciò che conta è un “adesso” che è l’esatto contrario di quello messianico in cui, come ha detto limpidamente Benjamin, può irrompere il “tempo-ora” che rompe il continuo ripetersi della temporalità positiva dei vincitori e instilla nell’adesso la possibilità del cambiamento radicale. Ciò che oggi sembra importante è avere la possibilità di vivere e godere il momento. Ciò confermerebbe l’analisi di Christopher Lasch, che risale a vent’anni fa, sulla preponderanza di una cultura del narcisismo che è talmente concentrata sul presente che perde, letteralmente, le possibilità reali che vengono dalla tradizione e dal “senso storico” degli eventi.

Tutto questo sul piano formativo corrisponde a una tendenza a non dare tempo alla formazione. La sottrazione di un tempo dilatato che funzioni da reagente rispetto alla sempre maggiore velocità della vita diffusa, depotenzia il sistema formativo in generale e i processi pedagogici.

Le pratiche formative spesso imitano spasmodicamente i tempi del “fare quotidiano”, con tutte le distorsioni e perversioni psicologiche in corso, non riuscendo a sfruttare quel potenziale di discontinuità che da sempre è un aspetto fondamentale della paideia classica e moderna. L’effetto di autocanalizzazione degli interventi formativi portano a una loro incontrollabile dematerializzazione: per questo motivo una pratica formativa che punti alla tematizzazione della temporalità può essere molto efficace sul piano di una rielaborazione della densità e dello spessore che la formazione dovrebbe assumere rispetto all’incontro e all’eventualità pedagogica.

Oggi il transito della conoscenza e dell’esperienza nella sua valenza tecnologica è caratterizzato essenzialmente dalla velocità. “La velocità è il fattore costitutivo del territorio attuale, è l’evoluzione del nomos della terra che Carl Schmitt ipotizzava come costitutivo della dimensione politica”. Per questo motivo la formazione non dovrebbe mai trasformare la velocità in una fretta senza senso.