Editoriale

Restiamo umani

Maria Piacente

Leggendo gli articoli scritti per questo numero sui migranti, mi sono soffermata più volte su alcuni scritti, condivisi pienamente, per prendere spunto e discuterne così nel mio solito breve editoriale.

Qualche contributo ha potuto, seppure a volo d’uccello, dare conto dei recentissimi atti terroristici avvenuti nella notte del 13 novembre. Sappiamo come questo ultimo attentato possa intrecciarsi subdolamente con la questione migranti, appesantendo quest’ultima col terrore che, durante le traversate che i barconi compiono con bambini/e, donne e uomini in fuga da persecuzioni politiche, religiose e dalle guerre, possano essere presenti sanguinari terroristi, pronti a tutto. Noi pensiamo che questo è abbastanza difficile che avvenga; a tutt’oggi, per esempio, uno dei responsabili dell’attentato terroristico di Parigi Salah non è stato ancora trovato. Di sicuro, al di là dell’efficienza degli operatori messi ai confini del Paese, è segno che le organizzazioni terroristiche di quelle specie si muovano con modalità più sofisticate e forse, più infiltrate.

L’esodo del popolo dei migranti, invece, ancor prima di diventare immigrati è costituito da esseri umani che, come tutti noi, desiderano vivere con libertà la loro vita, dando la stessa opportunità (anzi, a volte proprio per dare l’opportunità) ai propri figli. Ma, soprattutto, disperatamente i migranti, i profughi desiderano semplicemente continuare a vivere e non morire sotto persecuzioni e nefandezze di ogni sorta.

Intorno alle parole migranti, immigrati, profughi si sono generate confusioni che sono state cavalcate politicamente da alcuni nostri politici irresponsabili, assolutamente incapaci di mettersi nei panni di quegli esseri umani costretti a lasciare la loro terra, il loro mondo. L’Occidente che ha le sue responsabilità riguardo alle tensioni e alle guerre che si sono sviluppate in quei territori (Siria, Iraq, Afghanistan…) deve impegnarsi in una politica di mediazione e ricostruzione della pace.

Ma accanto a questo grande coinvolgimento etico, politico, economico, occorre pensare anche ad un mutamento antropologico che veda l’altro, qualsiasi Altro, come una risorsa, che veda nelle differenze dell’altro l’opportunità di entrarci per conoscere ed esplorare nuove libertà, nuova umanità, senza la paura di dovere rinnegare alcunché della propria cultura, del proprio credo politico o religioso. Restando semplicemente umani.

È possibile pur affermando le proprie differenze interagire con le differenze degli altri, anzi è proprio relazionandosi col diverso da noi che possiamo riappropriarci, riapprodare alle nostre specifiche differenze e sentirci più liberi nel decidere ancora una volta su come stare al mondo.

In un recente saggio Luce Irigaray, una delle più importanti filosofe contemporanee scrive: “Per costruire una cultura universale abbiamo bisogno di differenze irriducibili, non quantitative. In altre parole, abbiamo bisogno di differenze che aprano il nostro orizzonte a un oltre, a una trascendenza nei confronti del nostro stato e del nostro essere nei quali già siamo, una trascendenza che sia rispettosa del nostro amor di sé e condivisibile con tutta l’umanità, senza alcuna gerarchia, dominazione o soggezione tra esseri umani”.

Abbiamo bisogno di parlare, di discutere di questi concetti di umanizzare il mondo cominciando a parlarne nelle scuole di ogni ordine e grado, dobbiamo lavorare nelle scuole, ascoltare i nostri ragazzi e le nostre ragazze, non dare nulla per scontato. Quando parliamo di migranti o immigrati… la memoria non basta, siamo tutti migranti scrive Giusti, ed è proprio così: io sono emigrata dal sud al nord negli anni ’50, in quel periodo qui a Milano fuori dalle case in affitto, si trovavano di frequente cartelli con scritto “Non si affitta ai meridionali” punto.

E allora??

Allora riprendiamo i nostri ragionamenti, diamo la parola alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi, ai quali abbiamo rivolto delle domande, troveremo qualche contraddizione, ma dentro ci sono buoni germogli.

E affidiamo la fine di questo editoriale ai sentimenti che ci avvolgono leggendo una poesia di una giovane, appunto, in Coordinate (Giovane Holden Edizioni, Viareggio 2015).

 

GAZA

 

Non lontano, non lontano

è la terra che scioglie da sola il sale,

che stilla latte e miele dacché Dio la vide:

in fondo al fosso scorre un’impotenza,

 

è la luna – una promessa muta di pace.

 

Muoiono i vostri padri e ragazzi

come ragni sopraffatti dall’alluvione:

non ci s’aspetta mai che la falce bussi prima di abbattersi

e, all’improvviso, è già tardi.

Come si misura il dolore di un popolo?

 

Ditelo, così che possano farne

mezzo di scambio a Babele, quando il compratore

distratto decide di scommettere sul fallimento

pensando ad un regalo audace per se stesso.

 

Sulla riva del mare c’è poco spazio

ma si respira il vento

se non porta urla e sirene.

 

 

Giulia Colombo