Fulmini e saette sulla scuola

Di Barbara Mapelli

 

Le faticose conquiste educative di tutti questi anni in cui abbiamo lavorato con l’obiettivo di rendere, in particolare chi è più giovane, consapevole del significato e dei vincoli legati alle proprie appartenenze sessuali, hanno generato più che un civile dissenso, una serie di paure e timori che si sono espressi con linguaggi forti, metafore manipolatorie, facendo leva su un messaggio confuso e destituito di senso trasformandolo, in una parola d’ordine facile e accessibile a chiunque, anche se falsa, esentando dalla fatica di esercitarvi troppo pensiero.

 

 

Una crociata è stata dichiarata e la si combatte tra i banchi di scuola, in pubblici dibattiti, in incontri con genitori e docenti, talvolta sulle piazze e nei luoghi della politica e delle istituzioni, dove vi siano maggioranze disposte e favorevoli a combatterla. E’ una crociata dichiarata contro un nemico che non sa di esserlo o meglio che sta apprendendo ora, forse con colpevole ritardo, di essere l’oggetto di tanta virulenta ostilità. E il nemico siamo noi che attuiamo nelle scuole progetti di educazione od orientamento di genere e i ‘crociati’ sono alcuni gruppi e associazioni cattoliche, più o meno appoggiati dalla Conferenza episcopale, che hanno scatenato una lotta senza precedenti contro la cosiddetta ‘ideologia del gender’, locuzione che in sé non significa assolutamente nulla.

E allora, poiché quanto sta avvenendo deriva da un non innocente ma mal-intenzionato malinteso sulla parola (e viene usato l’inglese, gender, forse per renderla ancora più spaventevole?), penso sia necessario proporre – per l’ennesima volta – una definizione di cosa sia genere e in particolare cosa significhi nel lavoro educativo.

Genere è una categoria interpretativa della realtà che ci circonda e della nostra storia, che assume l’ottica di ‘vedere’ e vivere il mondo come abitato da donne e uomini, con differenti storie, destini, formazioni, culture; ciò che significa ora,  nella contemporaneità, essere donne e uomini, e come si siano stratificate nel nostro dire, percepire e percepirci come appartenenti a un sesso o all’altro, storie millenarie in cui i percorsi dei due sessi si sono sviluppati in separatezza e col dominio dell’uno sull’altro. Insomma le storie di culture, ruoli, differenze che si sono sedimentate nel tempo sulla originaria differenza sessuale.

Le azioni educative e formative che si rifanno a questa visione interpretativa della realtà hanno prevalentemente lo scopo di individuare e destrutturare gli stereotipi che si sono formati a proposito delle identità femminili e maschili e condizionano profondamente le scelte e i vissuti di ogni soggetto, vere e proprie gabbie che limitano le libertà degli individui, imponendo le norme di chi è o cosa deve fare una donna o un uomo.

Le nostre riflessioni sulle differenze di genere avvengono naturalmente nel rispetto delle differenze tra individui, che devono essere difese e preservate, ma conoscere ciò che leggi invisibili ma perentorie propongono come immagini di femminile e maschile è l’avvio di un percorso alla conoscenza di sé, alla comprensione che ciascuno e ciascuna dovrebbe intraprendere sulla propria biografia di quanto siano vincolanti le norme sessuali e i modelli che impongono. E gli interventi educativi per condurre a queste consapevolezze e condividerle non riguardano, non dovrebbero riguardare solo bambine e bambini, ragazzi e ragazze, ma gli adulti e adulte che vivono con loro, e che a diverso titolo educano, docenti e genitori. Essere donne o uomini, diventarlo nel tempo, è un’esperienza biografica differente che si intreccia e dà forma alla diversità singola di ogni soggetto – e tutto questo, base di un’educazione all’identità sessuata, occorre sia condiviso tra scuola e famiglia, compreso e, nei limiti delle diverse situazioni, far parte di un lavoro comune.

Tutto quanto ho brevemente accennato per spiegare una proposta educativa che naturalmente è più complessa sembra aver ben poco o nulla in comune con quanto i ‘crociati’ vanno dichiarando nei più diversi contesti e allora le domande che ci poniamo sono molte. Innanzitutto da dove vengono, chi sono queste persone? Un’origine comune ai diversi gruppi che si muovono nel nostro Paese – e ormai tutte le regioni ne sono invase – è l’organizzazione integralista francese manif pour tous (manifesto per tutti), ad essa si rifanno esplicitamente ad esempio le sentinelle in piedi, forse il gruppo italiano più noto, anche per la scelta di presentarsi in pubblico in modo potrei dire folklorico. Li abbiamo visti anche a Milano nel dicembre dello scorso anno: in piedi, silenziosi, con un libro in mano, distanti tra loro, immobili. Questa rigidità, estraneità, distanza non comprendo appieno cosa voglia significare, certamente impaurisce, inquieta, che sia questo lo scopo? A Milano in quell’occasione vi fu una risposta efficace dall’altra parte: autodefinitisi sentinelli seduti cittadini e cittadine si sono accampati intorno alle figure impietrite e inquietanti, seduti e intenti a varie attività, ridendo, parlando, c’era chi stirava, chi cuciva, chi cucinava, chi giocava: uno spettacolo gioioso in contrapposizione all’altro contesto raggelante.

Mi sono soffermata su questa descrizione perché mi sembra che, anche col suo semplice impatto visivo, proponga un’immagine eloquente di come siano questi gruppi. Naturalmente tra loro c’è anche chi parla, fin troppo, interviene anche nei momenti formativi nelle scuole e con un fiume di parole e discorsi, solo apparentemente documentati, impedisce lo svolgersi dell’incontro. Ne sono stata vittima direttamente, in una scuola della provincia di Monza, dove da anni attuavamo progetti educativi per le scuole di ogni ordine e grado. L’intervento violento di un gruppo di genitori (ma lo erano veramente?) ha impaurito le docenti e la stessa amministrazione comunale che ha sospeso il progetto.

Ma, seconda domanda, che accuse fanno a queste proposte educative i crociati che le denigrano? Che scopi si prefiggono?

I loro sono tentativi di far sparire i progetti pedagogici che, secondo i loro accusatori, mettono in pericolo la solidità dell’istituto famigliare – quello ‘vero e naturale’ padre, madre, figli – e la solidità dei ruoli sessuali tradizionali. I passi difficili, le faticose conquiste educative di tutti questi anni in cui abbiamo lavorato con l’obiettivo di rendere, in particolare chi è più giovane, consapevole del significato e dei vincoli legati alle proprie appartenenze sessuali, hanno dunque generato tra chi vi è contrario, più che un civile dissenso, una serie di paure e timori che si sono espressi secondo una scala di interventi che, prevalentemente, ha toccato molti tasti salvo quelli della civiltà e della ragionevolezza, ha usato linguaggi forti, metafore manipolatorie, ha fatto leva su un messaggio confuso e destituito di senso trasformandolo, abbastanza abilmente, in una parola d’ordine facile e accessibile a chiunque, anche se falsa, esentando dalla fatica di esercitarvi troppo pensiero.

I/le combattenti di questa battaglia contro il gender si presentano in ogni occasione, come già accennavo, pubblica o formativa, e ne abbiamo avuto un esempio anche all’interno della Casa delle Donne di Milano nel corso di un incontro per presentare un numero della rivista Leggendaria che trattava, nella parte monografica, appunto di questo attacco alla scuola e all’educazione di genere. Proprio in quell’occasione è però risultato chiaro come non tutto il mondo cattolico si schieri su questo fronte, è infatti intervenuta una teologa che ha facilmente destrutturato i pregiudizi manipolatori che chiudono colpevolmente, a suo giudizio, la Chiesa alle trasformazioni del contemporaneo.

Nonostante l’irrealtà e la rozzezza del messaggio che questi personaggi – assai bene organizzati e probabilmente finanziati – portano nelle occasioni di incontro nelle scuole o in luoghi pubblici, e hanno una capacità di presenza e diffusività notevoli, proprio la semplicità del messaggio, la sua valenza manipolatoria e insinuante, risultano efficaci in particolare se rivolti a quei genitori, preoccupati per l’educazione di figli e figlie, che non possiedono gli strumenti per decifrare la falsità e la vacuità di quanto viene loro proposto. E allora adottando a mia volta io stessa un linguaggio semplice vorrei rivolgere soprattutto una domanda ai presunti crociati proprio a proposito delle paure su cui fanno leva, le paure rispetto alla ‘famiglia vera’. Ma perché questa famiglia, rispettabile e ben strutturata, madre, padre e figli, è così fragile da temere e vivere le nostre proposte educative come un terribile pericolo? Bisognerebbe chiedersi innanzitutto perché è così fragile e riflettere sul fatto che quanto noi facciamo nel e col nostro lavoro può piuttosto sostenere questa fragilità, anziché creare pericolo. Semplificando, ritengo che questa fragilità derivi dai cambiamenti di ruoli, identità soprattutto delle donne, innegabili, ma che molti uomini stentano a riconoscere e a cui reagiscono talvolta, troppo spesso, con la violenza. Discutere di questi cambiamenti, comprenderli nelle loro valenze di maggiore libertà per ambedue i sessi rende più forti i soggetti rispetto a ciò che cambia, può renderli protagonisti del mutare e della propria vita e ciò può rendere migliori le convivenze tra donne e uomini, più motivati i desideri di stare insieme, fare famiglia e fare figli.

E questa vale per ogni forma di famiglia, perché altrettanto innegabile è il fatto che ormai non ha più senso parlare al singolare: le famiglie hanno preso ormai varie forme, e forse è proprio questo dato che ha consentito all’istituto famigliare di sopravvivere. Quindi parlare di normalità a proposito della famiglia tradizionale credo sia ormai fuori luogo, ma anche fuori dalla realtà e le statistiche a questo proposito parlano chiaro. Come parlano chiaro anche i disastri e le violenze che avvengono all’interno delle coppie, a causa dell’ignoranza, dell’impreparazione, soprattutto maschile – e già vi accennavo – a vivere le trasformazioni della contemporaneità.

La lotta che ingaggiano questi ‘crociati’ non per questo è meno dannosa, nel momento in cui intralciano la possibilità di dialogo e formazione su temi che riguardano tutti e tutte, e in particolare le nuove generazioni e nel momento in cui trovano persone e luoghi della politica (ma anche della Chiesa) disposti ad appoggiarli e sostenerli.

Vorrei poter rivolgermi direttamente a coloro che si sentono paladini del buono e giusto e continuare a porre loro le mie domande, ma finora non mi è stato possibile. Quando li ho incontrati ho capito che non sono disponibili al dialogo e allo scambio, rifiutano ogni interlocuzione. Questa mi appare come una scelta integralista e non democratica, così come lo sono le parole che ho udito da loro e le campagne che hanno avviato. Allora noi, le/i nemici, dovremo d’ora in poi muoverci con maggiore determinazione, pur senza venir meno alla scelta del confronto, qualora si renda possibile.