Le risorse segrete dell’infanzia per superare le difficoltà della vita

Di Silvana Borutti*

 

Una bambina senza stella[1] dissotterra schegge, lampi, frammenti, sedimenti, ombre di sé, ombre che sono veri e propri riflessi di sé, tracce di sé rispecchiate negli altri.

 

L’ultimo libro di Silvia Vegetti Finzi è un libro bello e coraggioso. Bello per la scrittura felice e sorvegliatissima. Coraggioso, perché l’autrice fa un vero corpo a corpo con la scrittura dell’autobiografia di sé bambina, dei suoi primi 7 anni di vita. Scrive in una premessa intitolata significativamente “Ricordati di essere stato un bambino”: difficilissimo recuperare la nostra parte bambina, quasi impossibile quando ci siamo scontrati con il silenzio degli adulti su molti eventi terribili legati alle leggi razziali, e quando non c’è più nessuno che possa aiutarci a colmare le lacune e offrire i tasselli essenziali di una storia.

Cosa fa allora l’autrice? Dissotterra schegge, lampi, frammenti, sedimenti, ombre di sé, ombre che sono veri e propri riflessi di sé, tracce di sé rispecchiate negli altri. Lo fa ricorrendo in modo originale a piani diversi di scrittura. Ad ogni frammento recuperato è dedicata una ventina, o poco più, di righe in corsivo. A cui segue una pagina di commento che è un contrappunto riflessivo, un contrappunto che è sì riflessione competente, nutrita da un sapere psicologico, psicoanalitico e filosofico, ma che non è riflessione astratta e distaccata, è anzi scavo empatico nelle sofferenze e nelle conquiste di un io in formazione. Così, restituendo il senso di un frammento dell’esperienza della bambina che è stata, l’autrice restituisce nello stesso tempo chiavi di comprensione di quelle che ci insegna a riconoscere come le grandissime risorse dell’infanzia. Questo è uno dei significati fondamentali del libro: far capire la grande ricchezza e vitalità di quella “forma di vita” che è l’infanzia.

Scrive Silvia Vegetti nella premessa: «A uno sfondo epocale tragico – la Seconda guerra mondiale – e a una situazione familiare tormentata, contrassegnata dalla lontananza, dall’indifferenza e dal disamore fa riscontro la vitalità della mente infantile, dove la solitudine e il dolore si rifiutano di cedere alla rabbia e alla disperazione» (p. 10)

La bambina è figlia di un padre ebreo costretto dalle leggi razziali a rifugiarsi in Etiopia assieme alla moglie e al figlio maggiore. Nel 1938, la madre affida la bimba a una balia a Villimpenta, nella Bassa mantovana, dove viene poi accolta dagli zii paterni. La famiglia si ricongiungerà dopo 5 anni.

Il libro è un’autobiografia, ma è scritto in terza persona: l’autrice non dice mai “io”. Una scelta che probabilmente le si è imposta: forse un “io” avrebbe proiettato nel racconto una continuità e un’identità sostanziale (quello che Paul Ricoeur, in Sé come un altro, chiama identità idem), mentre la sua caccia di rari sedimenti della memoria mira a cogliere il divenire intermittente e frammentario di un io che si sta costruendo (identità ipse). L’autrice cerca non la continuità di un sé come “la stessa cosa”, ma un “sé stesso” che sta percorrendo la strada dell’identificazione.

Nel titolo c’è una “bambina senza stella”. La bambina è senza stella, non è marchiata dalla stella giudaica; ma “senza stella” non ha solo il terribile valore simbolico che conosciamo, ha anche un valore affettivo: vuol dire “bambina senza”, bambina che nasce al mondo segnata dalla mancanza e dalla separazione. Perciò il libro comincia con un frammento intitolato “Il ricordo di nulla”: un non- ricordo di una neonata, che ricorda il viaggio che la consegnerà alla balia e ai parenti: «Corre la grande Lancia nera lungo la strada che taglia la superficie ghiacciata dei laghi di Mantova» (p. 15); un ricordo che perciò non può essere tale, probabilmente una proiezione, un ricordo fantastico costruito dopo su frammenti di racconti (quello che in psicoanalisi si chiama “ricordo di copertura”), un non ricordo che però significa: ha come significato il vuoto e il gelo dell’abbandono. Dal commento: «A ottobre i laghi non possono essere ghiacciati, non lo sono stati mai […] Resta comunque un barbaglio di verità: non è il freddo ma la freddezza che gela il cuore» (p. 16).

Di fatto, le autobiografie di infanzia sono viaggi di riconoscimento, mossi da un desiderio di sé, desiderio di senso e di simbolizzazione; le grandi autobiografie (pensiamo alle Confessioni di Rousseau, al ciclo dei libri autobiografici di Thomas Bernhard, o a Parla, ricordo di Vladimir Nabokov) sono costruzioni in cui la riflessione si mescola con la narrazione. Il libro tiene invece separati frammenti e commento. Si alternano micro episodi, per la maggior parte a prima vista banali e insignificanti, e un commento che arriva a farci riflettere e capire, spesso anche spiazzandoci. I frammenti raccontano piccoli, irrilevanti episodi che sono come pennellate di una psiche diffusa in frammenti di mondo: una mente che, dapprima informe, a poco a poco diventa capace di dire “io”, di provare sentimenti, di desiderare, di dare forma e voce al proprio mondo interno, e di aprirsi al rapporto con gli altri. Il mondo in cui vive è un universo rurale, statico, dominato dalla ciclicità delle stagioni, abitato dalla ripetizione dei gesti e dalla scarsità di parole e di espressioni emotive, ma ricco di cose, colori, profumi, rumori, animali, vegetazione.

La bimba è originariamente come un’entità indistinta dall’ambiente in cui vive: indistinta dalla cagna Lila, dal frastuono della mietitrebbia, dai piedini rossi per aver pigiato l’uva, dalle rane nelle risaie, e dai fili d’erba; ma dall’informe delle sensazioni primarie emergono vissuti emotivi e immagini di segno alternato, che da una parte l’inibiscono e la ricacciano nel suo mondo interiore, come l’esperienza del primo «no che ti sporchi» della vecchia zia, o come un’innocente presa in giro degli adulti che la invitano a guardare qualcosa che di fatto non c’è; ma dall’altra parte le consentono di cominciare a pensarsi come un io. Nell’episodio intitolato “L’Io è un altro”, durante uno spettacolo teatrale improvvisato su Faccetta nera in cui le Piccole italiane accolgono la schiava liberata; la bambina, eccitata da musica e applausi salta sulla sedia e grida «Faccetta nera sono io!». La bambina sperimenta il proprio io unitario identificandosi con la Faccetta nera della messa in scena. L’io è un altro, è nella relazione.

Ma come all’origine c’era stata la separazione, ora nella crescita interviene la rottura: quando due sconosciuti, mamma e fratello, vengono a prenderla, la bimba vede improvvisamente cambiare il suo mondo – un mondo semplice, tra adulti anziani parchi di affettività e di parole, un mondo in cui è poco sollecitata, ma anche lasciata libera nella faticosa costruzione di sé. L’unica vita che conosce è ora interrotta: la bambina vive ora “un salto nel futuro”. Con la sua indole mansueta e accondiscendente, accanto a una madre estranea (una non mamma, che lei vede in simbiosi affettiva col fratello) e impegnata nella sopravvivenza, ammutolisce, non chiede nulla a nessuno, ma qualcosa in lei parla attraverso il sintomo psicosomatico, e attraverso la vita immaginaria, vera risorsa inesauribile.

La sequenza delle schegge dissotterrate non ha la continuità e il filo narrativo di una storia, ma riceve continuità e coerenza dal commento. Nel controcanto del commento, le vicende sussultorie e intermittenti della bimba assumono un ritmo e un significato universale: ci insegnano come i bimbi diventano grandi, a quali tesori segreti di coraggio e a quali potenzialità ricorrono per crescere, quante trappole della mente riescono a disinnescare, con quante fantasie compensano solitudine, perdite, scacchi, delusioni. La vicenda, nutrita anche dell’ascolto e della cura dei bambini che costituisce la vita professionale dell’autrice, offrono un sapere che è per tutti. Il corpo e la mente di una bimba attraversata e segnata da abbandono e separazione cooperano a rielaborare simbolicamente il negativo, la mancanza, e a trasformarlo in gioco, desiderio, fantasia, crescita. Il libro dà un messaggio aggiuntivo: dice che i bambini in certe epoche (come in tempo di guerra, quando gli adulti sono disattenti e tesi ad altro, e ai bambini non si parla, né i bambini sono ascoltati), proprio perché costretti ad avere più libertà, sono anche più liberi di esplorare e divenire:  in questo modo insegna ai genitori a “lasciar fare da soli” i bambini. L’autrice mostra la grande forza della mente e del corpo bambino: anche una “bambini senza”, una mente ineducata, legami affettivi senza intensità, un corpo gracile, può riuscire a sprigionare una forza straordinaria e a trasformare il sentimento della perdita e dell’abbandono in uno sguardo che è riflessione su di sé e apertura alla realtà.

Nella seconda parte del libro viene in primo piano la storia che era prima sullo sfondo. Con il trasferimento a Brescia, un vero e proprio “salto nel futuro”, e poi a Manerbio, dove la mamma maestra è mal tollerata per il suo aspetto moderno e il comportamento sicuro, per il suo rossetto e il suo sguardo diritto, dove mamma, fratello e lei sono percepiti come forestieri, e dove cominciano a far esperienza delle conseguenze delle leggi razziali, la bambina impara a non aspettare più gli zii e il ritorno a Villimpenta, ad adattarsi alle nuove relazioni, ad arredare il proprio mondo interiore con le fantasie, le immaginazioni, i giochi. È servizievole e accondiscendente, e così protegge quello che vive come il suo vero mondo, il mondo immaginario che è la sua compensazione.

Molti episodi raccontano le vie della compensazione che la bimba mette in scena nel suo mondo interiore. La domanda fondamentale che si è posta da quando mamma e fratello sono andati a prenderla è: chi è quella che tutti considerano sua madre, che in paese suscita ostilità per ragioni che lei ignora? Per la bambina è una non mamma, mamma solo del fratello; ma la bimba compensa questa privazione con un figlio immaginario di cui è la mamma buona. La continua rielaborazione fantastica e la drammaturgia con cui la bimba arreda il mondo interno, giocando giorno e notte alla mamma con la bambola, non la sottrae alle relazioni intersoggettive, anzi, la prepara a trovare il proprio posto nel mondo. «Poiché il padre, mai conosciuto, è rimasto in Africa, l’Olimpo familiare della bambina è senza dei. Priva di figure ideali, non le resta che orientarsi da sola, laicamente, utilizzando i messaggi che le giungono dall’ambiente circostante e dalla lettura. […] Nel mondo alternativo della fantasia, lei è la mamma buona che ama il suo bambino da sola […] Quel figlio immaginario, il suo “bambino della notte”, le basta perché in lui si riflette, e si compensa» (p. 116). Particolarmente toccante l’episodio che descrive il piacere di essere accudita dalla nonna, che le mette un guanto per impedirle di succhiare la maglietta e sfregarla tra pollice e indice: scena che, facendole riconoscere il bisogno di accudimento, la prepara alla cura di sé e all’arte dell’esistenza

E intanto il fratello diventa la figura più importante della struttura edipica, perché è mediatore di una grande conquista, la conquista del desiderio. Per la festa di Santa Lucia la contagia con il suo desiderio di un proiettore cinematografico, e mette in scena per lei quello che si potrà realizzare con il dono. Il dono non arriverà: «Ma la piccola sognatrice non mira al possesso, non dice “mio”, scorge piuttosto nell’atteggiamento desiderante una potenzialità che vanifica il ricorso alla fantasia onnipotente con cui ha imbavagliato ogni suo desiderio» (p. 155).

Finita la guerra, tornato il padre, un nuovo appartamento a Brescia, una maestra che le restituisce la consapevolezza del proprio valore: inizia una nuova stagione. «La bambina si accinge, grazie al buon uso dell’oblio, ad approntare nuove stanze all’immaginario che si sta aggiornando. Al passo con i tempi, sogna di sposare un impiegato, di possedere una cucina di formica azzurra e, pochi anni dopo, di viaggiare in Vespa a tuta velocità, con gli occhiali da sole e il foulard che vibra nel vento. Ma non avrà nulla di tutto ciò perché la vita, imprevedibile come il volo di un calabrone, non si lascia catturare dalle maglie della fantasia» (p. 221).

 

*Dipartimento di Studi umanistici, Università di Pavia

[1]    Silvia Vegetti Finzi, Una bambina senza stella. Le risorse segrete dell’infanzia per superare le difficoltà della vita, Rizzoli, Milano 2015.

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