Scelti per voi

Olav Hergel

L’immigrato

Iperborea, Milano 2012, pp. 456, € 17,50

 

Un episodio di discriminazione come ne succedono tutti i giorni, da cui prende inizio una catena inarrestabile di violenze, alimentata dal fuoco che covava in precedenza, ma anche da una serie di responsabilità di chi diffonde le notizie, così davanti al giudice Zaki cerca di ristabilire le regole del gioco.

“Credi che non ti facesse entrare perché sei immigrato?” chiese il giudice.

“Io sono danese. Ho la maturità danese, ho la tessera sanitaria danese, la patente danese, il passaporto danese.”

“Scusa, hai ragione, volevo dire, credi che lo facesse perché sei originario di un altro paese?”

“Secondo lei?”

Ma non c’è solo questo, nella violenza dilagante le paure prendono corpo, non si mostrano solo come prodotti della fantasia e del pregiudizio, ma svelano una quotidianità insidiata dalla piccola violenza, una violenza minuta e diffusa, senza una ragione, e per questo più pericolosa.

Tu non le conosci le tue radici, Zaki. Credi di poter diventare danese, ma non lo diventerai mai. Sei forte e bello, hai dei bei voti e dei bei vestiti per andare in discoteca, e quando sei lì e credi che ci sia qualche bel bocconcino che vuole ballare con te, aaah, sei al settimo cielo e pensi che magari riuscirai a rimorchiarla, e così sarai un vero danese. Ma sai qual è la verità? La verità è che lei ride di te. Che non entrerai mai. Non sei entrato in discoteca perché c’era un razzista a sbarrarti la strada e ci sarà sempre. Non hai nessuna possibilità, musonero. (p.132)

Christoffer sentì in bocca il sapore metallico dell’angoscia e si maledisse per non essere stato più attento quando a scuola insegnavano il primo soccorso. […] Nello stesso istante sentì un calcio sulla schiena e cadde a terra accanto allo sconosciuto, che saltò in piedi con la rapidità con cui lui era caduto. Si trovò sull’asfalto a guardare in faccia una decina di ragazzi della sua età nelle loro uniformi da immigrati, i cappellini girati all’indietro e le felpe col cappuccioCinque o sei paia di mani lo afferrarono, lo trascinarono dietro uno dei grossi alberi e lo spinsero contro la palizzata che dava sulla ferrovia. Avrebbe dovuto avere paura, ma fu preso da una rabbia violenta per essere stato ingannato in modo così vigliacco. (p.47)

Zaki è nero, immigrato dal Marocco al seguito della famiglia, cittadino danese. Christoffer è bianco nato in Danimarca, cittadino danese.

Il romanzo è uscito anni fa da Iperborea, quando l’ondata immigratoria a seguito delle guerre che devastano l’Africa e il medio oriente non era ancora arrivata sulle coste mediterranee o alle frontiere dell’est, con tutti i problemi e le contraddizioni che si è trascinata dietro. Perché leggerlo ora questo romanzo, che a prima vista può sembrare superato, poiché i problemi che tocca si pongono oggi in modo differente, in una situazione decisamente mutata, dove la contrapposizione non è più solo interna ma riguarda i confini, i perimetri che divengono barriere e davanti ai quali si resta come annichiliti nella consapevolezza che la posta è tra una prova di civiltà e una pratica impossibilità. Civiltà perché la chiusura delle barriere consegna ad un mondo di violenza, impossibilità perché lì apertura indiscriminata trascina problemi non solo di convivenza ma anche di sostentamento economico non indifferenti.

Credo che qui le buone parole svelino un’insufficienza che non riesce a tenere conto della paura di perdere ciò che con fatica è stato conquistato. Le accuse a volte gratuite di razzismo rivolte a coloro che indicano l’esistenza del problema mettono a forza il silenzio alla possibilità di parlarne. Pensiamo che questa forzatura nel discorso possa solo giocare a favore di chi soffia sul fuoco, di chi le paure cerca di alimentarle. Non si tratta di lasciarsi andare in balia delle paure, ma riconoscere che queste paure indicano difficoltà e problemi concreti, indicano questioni calate nella quotidianità, questo è più che mai necessario. Il discorso di chi in una quotidianità inalterata pontifica sulla futilità delle paure nasconde in fondo un atteggiamento di noncuranza, che assegna irrilevanza alle difficoltà altrui. Riuscire a capire che queste difficoltà esistono senza farsene paralizzare, cercando di cogliere gli elementi di difficoltà presenti di fronte a questa ondata immigratoria, riteniamo sia un atteggiamento che riconosce  a tutti i soggetti una dignità che non venga annullata dai pregiudizi.

Il testo, sia pur percorso dall’ottimismo, non cela le difficoltà e gli intrighi che percorrono sotterraneamente ogni comunità (basta pensare all’ambiguità del misterioso capo della comunità immigrata, a metà tra il guru e il capocosca mafiosa), non cade nelle posizioni preconcette e di maniera del volersi bene. E’ però un invito ad individuare le possibilità di convivenza in gesti minimi, senza proclami roboanti che appellandosi a principi che riguardano sempre gli altri e come devono essere lasciano in realtà immutate le contraddizioni. In fondo anche il gesto che Zaki chiede al primo ministro è un gesto minimo, eppure forse i gesti minimi, quotidiani, sono gli indici più probanti di un desiderio di conoscere che è un primo passo nella convivenza.

Il merito di questo testo, per certi versi datato, consiste proprio nell’invito a cercare di capire. La storia è molto semplice, parte da un evento contingente che svela un problema strutturale, quello del significato della cittadinanza.

Accanto a questo tema centrale si snoda quello dell’appartenenza al paese d’origine e al paese in cui si è immigrati, quello del ruolo della stampa nell’enfatizzare o censurare notizie, quello dei politici e della loro ricerca di consenso ad ogni costo, quello della paura dei barbari e della conoscenza della barbarie, quello della possibilità di incontro e conoscenza, la crisi economica e l’assenza di lavoro.

Abbiamo iniziato la recensione con due episodi di violenza che caratterizzano e indicano le difficoltà della convivenza. Vogliamo chiudere e fare nostra la preghiera finale del padre di Zaki sulla tomba della moglie

Ti dissi che non dovevi portare il velo in Danimarca, ma tu non sopportavi che qualcuno ti dicesse che cosa dovevi o non dovevi fare. Ti dissi di non immischiarti quando nostro figlio fu messo in carcere, ma tu ti sei immischiata e l’hai fatto uscire, e hai fatto venire a galla la verità. Ti ho detto così tante cose e tu hai fatto come volevi. Non so se potrò vivere senza di te, ma so che devo dirti e voglio dirti qualcosa. Quando incontrerai Allah in cielo, digli che abbiamo bisogno di lui. Digli che abbiamo bisogno di lui più che mai. E se incontri il dio cristiano, salutalo e digli la stessa cosa. Digli che abbiamo bisogno di lui.

Ambrogio Cozzi

 

 

Tom Breakwater

Canto di Natale 2020

Fuori|onda Rêverie, 2013, pp. 122, €9,90

 

Canto di Natale 2020 di Tom Breakwater costituisce una variazione sul romanzo originale di Charles Dickens.

La storia de “il valido Jack” si snoda lungo le 122 pagine del volume.

La figura brillante, affascinante, seducente e superba di Jack sin dall’inizio della narrazione mostra qualche incrinatura: si scopre a parlare da ubriaco con il suo amico Tom, che aveva lasciato questo mondo appunto nel bel mezzo di una ubriacatura e comincia ad avvertire una voce che lo perseguita con tono di rimprovero e che lui scaccia, continuamente, incolpando l’alcool e ripromettendosi ogni volta di porre fine a questo suo brutto vizio.

I pensieri si rincorrono, Jack comincia a rimuginare sul suo passato, ripensa a quanto ha costruito con il suo amico, da cui ha ereditato la sua lucrosissima attività, e che sebbene Tom fosse l’unico amico che avesse, egli non aveva fatto altro che maltrattarlo sia in pubblico che in privato.

Il ricordo di una vecchia amante comincia a prendere il sopravvento nella mente di Jack: comincia a realizzare quanto questa lo abbia messo di fronte al proprio narcisismo, da cui lei, inutilmente, aveva provato a salvarlo, ma che le aveva provocato soltanto sofferenza.

Jack tenta di scacciare questi pensieri, ma senza successo: la sua crisi è acuita dalla solitudine in cui si trova la sera della vigilia di Natale, che si contrappone alla gioia e al calore che incontra per le vie della città, sebbene queste in passato fossero cose a cui non badava. È in un contesto del genere che realizza anche quanto sia stato  crudele con i clienti della propria azienda e che la sua ricchezza, che prima credeva  che derivasse dalla propria fermezza, in realtà sia frutto della sua totale insensibilità ai bisogni altrui.

Un barista, nella solitudine di un locale, in una conversazione nata casualmente, introduce il tema della seconda possibilità: tutti gli uomini possono riscattarsi e nessuna strada intrapresa è senza via di uscita.

La sua seconda possibilità Jack andrà a chiederla ai suoi clienti che ha ridotto a limite della povertà; ma la possibilità più importante sarà quella che Jack darà a sé stesso…

“Canto di Natale 2020” è un testo profondo, che analizza la psicologia del suo protagonista e in particolare le sue debolezze. Si tratta di un testo adatto a tutti, ma lo è particolarmente per i giovani, che dalla storia del valido Jack possono apprendere a non fermarsi dietro le apparenze, a non dare sempre per scontate le altre persone, a scavare in profondità e a non aver paura di affrontare i lati più oscuri che si celano nell’animo di ognuno.

Eugenia Gentili

 

 

Simona Argentieri, Nicoletta Gosio

Stress e altri equivoci

Einaudi, Torino, 2015, pp. 128, € 12,00

 

Ci sono parole che perdono il loro significato originario e diventano vaghe allusioni a temi indistinti e generici. Una di queste parole è stress. Come spiegano con chiarezza Simona Argentieri e Nicoletta Gosio, questo termine è ora una sorta di ombrello che finisce per confondere le declinazioni del proprio sentirsi e sentire: stanchezza, delusione, collera, frustrazione, paura, noia e quant’altro spariscono nell’indistinto “stress” che “si mangia ogni sfumatura del variopinto lessico dell’emotività”. Giustamente, le autrici sottolineano come ciò comporti la perdita del contatto con sè e l’attribuzione di cause e rimedi soltanto al mondo esterno. Il risultato che ne deriva è improntato alla confusione, laddove, come ad esempio nelle cosiddette professioni di aiuto, fattori economici e sociali perdono il loro spessore così come lo perde la consapevolezza delle proprie sensibilità specifiche: che cosa dipenda da me, che cosa dipenda dal mondo intorno a me è una distinzione fondamentale che invece si volatilizza nel vago concetto di stress. Con un ulteriore e appassionante disamina, Argentieri e Gosio si avventurano nel territorio delle patologie psicosomatiche, finite anch’esse nel calderone dello stress (come se non fossimo tutti inevitabilmente psicosomatici dal momento che siamo tutti un’unità somatopsichica) nonchè delle pseudoterapie che promettono il benessere, più che mai generico e indistinto, come dovessero curare la vita stessa e quella certa quota ineliminabile di paura e angoscia che ne fa parte e che, entro limiti ragionevoli, ci fa crescere, maturare e prendere fiducia nelle nostre forze di fronte alle difficoltà. Più oltre, le autrici dipanano il filo doloroso del trauma, ben lungi da quel vago e onnipresente “disturbo post-traumatico da stress”, applicato ora a qualsiasi evento della vita e privato del suo significato originario. Il pregio del libro, oltre a quello della chiarezza illuminante che conduce fuori dal linguaggio stereotipato, è altresì quello di mantenere un perfetto equilibrio tra le varie voci che si riconducono allo stress: si riconosce cioè l’esistenza di fattori realmente ansiogeni e pressanti, così come si riconosce la fondamentale importanza della maggiore o minore permeabilità dell’Io agli stimoli esterni; si riconosce che se, da una parte, si proiettano all’esterno tutte le cause e i rimedi, dall’altra si colpevolizza sottilmente il soggetto sofferente di manifestazioni psicosomatiche, alle soglie di un’accusa di incapacità o di invenzioni da malato immaginario. In questa disamina attenta e rispettosa della complessità della vita e delle nostre risposte ad essa, le autrici ci restituiscono uno sguardo critico, ci risvegliano dall’ipnotica assunzione di genericità del linguaggio: ci richiamano non solo a riflettere sul concetto di stress e sull’uso che ne facciamo, ma altresì ci invitano alla consapevolezza che le parole hanno un peso specifico ed educano la mente, nel bene e nel male.

Gabriella Mariotti

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