Attualità di una via radicale

Non ho mai nascosto di essere un prete, ma so di esserlo in un tempo in cui conta più la mia faccia di una divisa. Contano l’esserci, gli occhi, l’ascolto, la voce, il non voltarsi. Comporta un’identità da spendere e, però, da mantenere in via di definizione, permeabile a ciò che ogni incontro vorrà scrivere in essa di nuovo.

Sergio Massironi*

 

Lo spartiacque del 2001 contrassegna la mia biografia. L’11 settembre di quell’anno la storia ridefiniva violentemente gli orizzonti dell’umana convivenza. Pochi giorni dopo il Cardinale Martini mi ordinava diacono. Ventiquattro anni appena compiuti, sarei diventato prete presto, nel giugno 2002. Stagione per molti versi apocalittica: presentimenti di guerra planetaria, fobia collettiva per gli spazi pubblici con l’incubo di attentati, intervento militare in Afghanistan, due tragedie aeree in città, a Milano Linate e al grattacielo Pirelli, tensioni crescenti verso la presenza islamica. Milioni di persone in quei giorni accesero un cero, deposero un fiore, entrarono in una chiesa: seppur di fronte ad elementi che evocavano uno scontro di civiltà e denunciavano il rapporto tra religioni e violenza, il bisogno di speranza e di solidarietà intensificava la ricerca di segni e di oasi dello spirito. Una profonda necessità di stringersi gli uni agli altri, di sostenersi nel disorientamento. Non si può dire, nonostante tutto, che le nostre abitudini subirono un mutamento radicale, nel senso che, prima del 2001, le società occidentali erano attraversate già da tendenze globali alla trasformazione. L’impatto con gli avvenimenti in corso modificò tuttavia, nel brevissimo spazio di qualche settimana, la coscienza collettiva di interi popoli, proiettando la quotidianità in una nuova epoca, in cui la tranquillità privata non si sarebbe più potuta immaginare sganciata da problemi planetari, incerti e incontrollabili.

Ciò che allora venne in primo piano definisce gli scenari attuali, semmai intrecciandosi agli effetti drammatici della crisi del sistema finanziario ed economico, esplosa nel 2008. Come educatore, devo dunque osservare che chi oggi inizia la prima classe nelle scuole superiori nella sua vita ha conosciuto soltanto un’atmosfera culturale contrassegnata da adulti cui erano tolte certezze fondamentali, travolti nella naturale capacità di decifrare il mondo e di introdurvi i loro piccoli con sicurezza e positività. La disponibilità, altrettanto recente, di strumenti per cui ai bambini l’accesso alla rete globale è consentito senza filtri ci pone di fronte ad una generazione permanentemente esposta alle tensioni e agli interrogativi più gravi. Questa condizione appare emotivamente, e forse antropologicamente, senza precedenti, specie se sommata alle fatiche in sé dell’adolescenza.

Sono diventato grande in Brianza, a Merate, in una piccola e serena comunità di provincia. Una terra bella e ricca, cambiata in fretta, ma senza perdere le sue radici. Ho respirato fin da piccolo un’aria buona, ho goduto della tradizione come di un patrimonio cui attingere, non ho conosciuto lacerazioni e tensioni tra persone, idee, classi sociali. La parrocchia era il principale centro della socialità: per la generazione dei miei genitori era stata anche incentivo allo studio, al viaggiare, a compiere un salto di qualità rispetto alla vita rurale. Gli anni del liceo hanno portato con sé l’esigenza di interiorizzare e di rendere più motivato il bene sperimentato: un laboratorio vivace di confronto, anche e soprattutto con le voci – minoranza intelligente e convinta – di una laicità poco radicata nella civiltà parrocchiale lombarda, ma ben rappresentata da tenaci professori, che ci educavano a pensare. Fin dai dodici, tredici anni, ricordo che gli adulti riconoscevano a noi ragazzi fiducia ed era naturale ricevere compiti e responsabilità. Avevo, come molti attorno a me, una venerazione per il vescovo Carlo Maria Martini: il suo magistero riempiva e sollecitava la mente, rendeva interessanti i linguaggi altrui, educava ad un corpo a corpo col testo biblico e così con ogni diversità. Significava avvertire la sorpresa di Dio sprigionarsi dalle Scritture, imparare l’arte lenta del discernimento, cogliere che anche i più lontani tra amici e compagni di strada potevano essere meno estranei al Regno di Dio di quanto sostenuto a parole. Avvertii che il Vangelo chiedeva tutto e meritava tutto: mi parve innaturale qualsiasi alternativa ad una dedizione alla Parola di Dio per tutta la vita. Percepii che la Chiesa, non priva di rigidità e vecchiezze, era stata da sempre la mia vera casa. La amavo e le dovevo un’identità che gli anni del seminario e la scuola teologica avrebbero arricchito.

La mia giovinezza, prima del 2001, significa oggi ricordi di questa formazione solida e liberante, ma anche di tirocini pastorali in situazioni di periferia metropolitana, che mi proiettarono in scenari complessi e frammentati, fino ad allora mai abitati in prima persona: conobbi quella postmodernità che si studia nelle università, la scoprii nei suoi effetti feriali. Capii che lentamente venivano meno, dentro di me, tanti pregiudizi provinciali e che diminuiva la paura: cuore, mente e azioni si purificavano da qualsiasi sogno di potenza e sicurezza, modificando la percezione del confine netto tra buono e cattivo, tra bello e brutto, tra vero e falso. Più che un presentimento, diventò una certezza l’aver da vivere un mondo diverso da quello in cui ero stato bambino: e vennero il 2001, il 2008 e ora il 2015. Ogni generazione ha le proprie sfide, ci mancherebbe. Eppure, se considero lo scenario in cui crescono i nostri ragazzi, a me pare di essere ora adulto, di aver ricevuto delle responsabilità, di giocare la mia vocazione in un contesto estremamente libero e recettivo. È come se l’enormità dei cambiamenti ci avesse reso tutti meno sicuri e più disposti a considerare e a ponderare l’esperienza altrui. So bene non si tratti di una constatazione di immediata evidenza, specie in un Paese dove i toni dello scontro sono aspri e violenti e pare non ci si ascolti mai, ma vorrei testimoniare che essenzialmente di conversazione e di un paragonarsi reciproco incontro la sete. Se, nelle terre devastate dal fondamentalismo, migliaia di cristiani mostrano oggi, fino al sangue, lo scarto tra una fede autentica e la cecità dell’ideologia, in Occidente le questioni proprie del credere si pongono, diversamente che nella modernità, con un rilievo per cui ci si può essere interlocutori, senza disagio, tra persone e istituzioni diversissime.

Certo, si è rotto nelle nostre città l’immaginario tradizionale di comunità; crescono conflittualità, precarietà e sfiducia, ma ciò comporta che a tutti i livelli occorra ridirsi per quali ragioni e in nome di che cosa stare insieme, come organizzare risposte plausibili a problemi nuovi e antichi. E per far questo sono preziosissime le grandi narrazioni, le mondovisioni di ciascuno. Va riconosciuto che, in genere, la predisposizione europea non è ad aspettarsi dalle istituzioni tradizionali qualcosa di buono: nel sentire comune, accentuato da molti scandali, esse sembrano piuttosto parte di ciò che non va, corresponsabili del disorientamento e delle contrapposizioni diffuse, internamente corrotte ed esternamente incantatrici. Gli stessi fedeli, e particolarmente i più giovani, hanno maturato una distanza prudente dalla Chiesa istituzione: attingono all’esperienza religiosa quanto ritengono necessario, mantenendo come una riserva circa l’intero. Quanto, però, non si ritiene di poter trovare in una sigla o in un’appartenenza, non è meno presente nel cuore: semplicemente, si cerca altrimenti e in condizioni estranee a rubriche e protocolli.

Non ho mai nascosto di essere un prete, ma so di esserlo in un tempo in cui conta più la mia faccia di una divisa. Contano l’esserci, gli occhi, l’ascolto, la voce, il non voltarsi. Essendo la vita fatta di ore e di contatti, di incontri e di ambienti, giocarsi non è difficile, ma va desiderato e scelto. È incompatibile con lo starsene ad aspettare, ma anche con un anonimo confondersi: comporta un’identità da spendere e, però, da mantenere in via di definizione, permeabile a ciò che ogni appuntamento vorrà scrivere in essa di nuovo. Un prete, se presente e sereno, intercetta oggi questioni religiose elementari, cogliendole vive come non mai. Che cosa ci terrà insieme, così diversi, in modo civile? Esiste un amore affidabile, un’esperienza di sicurezza per cui non trovarsi soli e perduti? Come riprendersi dal male fatto e subito? Che cosa ne sarà della Terra e di noi, nel futuro e oltre la morte? Mi pare siano gli accenti con cui si configura la ricerca di Dio nella prima generazione del terzo millennio: lo dico pensando non solo ai trenta-quarantenni, ma soprattutto a chi attraversa, senza un “prima del 2001”, adolescenza e giovinezza nel travaglio della crisi. Nostalgia di salvezza e di senso, sebbene la disistima per le gerarchie tradizionali induca a coltivare domande e interessi che prevengano il ripresentarsi di interlocutori già dati per conosciuti. Se il cristianesimo ha un problema, in Occidente, è esattamente la comune, pervasiva sensazione di averlo conosciuto a sufficienza, senza in realtà averne fatto esperienza e averne indagato le profondità. L’onnipresenza dei segni cristiani, nell’arte e nei costumi, pare stemperare il ritorno a Cristo come a un Nuovo. Contrappasso di quasi due millenni di cristianità: chi vive intensamente, oggi, l’appartenenza cristiana ha solo, umilmente, da tenerne conto, per documentare coi fatti, e se necessario a parole, la pertinenza e la bontà dell’annuncio evangelico.

Personalmente, la scuola e il cortile dell’oratorio sono i due territori che maggiormente ho potuto abitare. Ambienti in cui il confronto tra generazioni e con le inquietudini presenti è in presa diretta. Mi soffermo solo sull’esperienza di insegnante, perché di parrocchie ho già scritto lo scorso anno. Collego la scuola essenzialmente a due guadagni, in termini di maturità e di consapevolezza. Il primo direi che riguarda la bontà della democrazia. In un consiglio di classe, come in sala professori, ciascuno vale uno, cioè molto. La divisione di ruoli implica, cioè, il riconoscimento dell’altrui competenza e della sensibilità personale con cui il collega la incarna; alle procedure scolastiche, inoltre, corrispondono delle regole in cui l’autorità deve sapere ascoltare e rendere conto. Rispetto al modello gerarchico cattolico, che nel suo ambito avrà pur efficacia e ragion d’essere, la scuola mi ha posto dunque alla pari con altri adulti, in un lavoro quotidiano in cui non sono “don”, né capo, e che domanda competenze, passioni, mediazione, flessibilità. Nella sua multiformità, l’universo degli insegnanti mi richiama, così, sia alla necessità che io offra un contributo dal sapore definito, sia alla possibile convergenza di approcci diversi su verità fondamentali. Uso, qui, “verità” per indicare esigenze molteplici della ragione e della convivenza: fondamenta di carattere educativo, etico, speculativo che una comunità sente di non poter smarrire. L’espressione democrazia, che rimanda a un modo di prender decisioni, seppur da associare allo stallo e al discredito di molte politiche contemporanee, ha in sé un richiamo ideale al contributo di ciascuno, che definisce uno spazio ideale per la ricerca intellettuale e la testimonianza religiosa. La Scuola italiana, sia per ciò che in essa deve essere insegnato, sia per i soggetti che la animano, è nella condizione di realizzare un pluralismo inedito, non relativista, né irreligioso: di non essere cioè né all’anglosassone, né alla francese, percorrendo una via coraggiosa di integrazione tra mondovisioni e di ricerca della verità. Sono gli studenti stessi, ed è un secondo guadagno che lego all’insegnamento, a sfidare le costruzioni già date e i luoghi comuni, a sbadigliare di fronte a un’educazione civica grigia di buonismo e di banalità. Sono loro ad alzare lo sguardo verso il professore, ad accendersi d’interesse, quando l’ora di lezione sfonda le ovvietà, aprendo squarci. Dico con gratitudine, oltre che con un po’ di orgoglio, di avere il novantasei per cento di alunni che scelgono, a diciotto o diciannove anni, di avvalersi dell’ora di religione, in una scuola statale, con uno scarto di oltre venti punti sui dati nazionali. Hinterland milanese, non vallate alpine: terra di mezzo, crocevia di secolarizzazione, immigrazione, crisi economica e d’identità locale. “Con lei, prof., facciamo più cose che con tutti gli altri”: non è vero, ma evidentemente si muove l’interesse, si coglie che attualità, storia, vangelo, conquiste umane, incertezze, dolore, amori sono decifrabili. Chiaramente, quella cristiana è offerta come un’ipotesi, che il professore incarna, stando insieme ai suoi studenti davanti a problemi comuni. In presenza di una generazione libera da ideologie, un’ora di religione ben fatta – di religione cattolica, non di un ibrido – ha i numeri per costituire quel termine di paragone che mobilita la dialettica e la curiosità, chiamando ad ascoltare, a posizionarsi, ad approfondire, a coinvolgersi. Si tratta di un’educazione dal basso, di un risveglio della coscienza, che sta agli antipodi con l’educazione di Stato, con il ruolo attribuito alla Scuola in qualsiasi sistema totalitario, religioso o secolarizzato. Si collega spesso alla figura di Socrate questo procedere seminando interrogativi, ma è proprio del dogma cristiano, oltre che delle narrazioni evangeliche, non potersi risolvere in una dottrina.

Il cristianesimo può reggere e abitare la nostra, come ogni epoca. La via intermedia tra un anonimo adagiarsi sulle mode culturali e un intransigente esercizio di controcultura – questo mi pare di aver compreso – non costituisce un approccio moderato, ma radicale. Implica l’assunzione permanente del metodo dell’incarnazione e del paradosso trinitario, fuochi dell’ortodossia. Incarnazione significa che non contro il mondo, ma assumendone l’opacità, Dio si rivela: la provocazione cristiana non può dunque che mantenere il duplice profilo di critica e di benedizione. Trinità è il modo di essere Uno e insieme Plurale che in Dio sfida il principio di non contraddizione, mostrando come la logica, il ricondurre tutto a uno, sia insufficiente alla nostra convivenza e a un’autentica comprensione della realtà.

*Sacerdote, responsabile della pastorale giovanile nelle sette parrocchie di Cesano Maderno (MB) e docente presso l’Istituto Versari di Cesano Maderno.