Educare alla laicità

La laicità è uno stile politico che attua, con opportune garanzie costituzionali, un principio irrinunciabile della democrazia pluralista. Gli attori istituzionali sono tenuti a non imporre a colpi di maggioranza normative monopolistiche in materie controverse sul piano etico e religioso.

 

Valerio Crugnola*

 

 

Nessuna riflessione sullo stato delle religioni è oggi possibile senza prima esaminare natura, compiti, limiti e contraddizioni del valore universale della laicità.

La laicità si è affermata come separazione tra società civile e società religiosa: lo Stato non esercita poteri religiosi, le chiese non esercitano poteri politici. Il concetto corrente, più ampio, investe i rapporti interni alla società civile. La laicità è sì un terreno neutro, una sorta di «terra di nessuno», ma è anche un appartenere solo a se stessi e alle proprie facoltà razionali, anche se si ha «fede». È un modo di essere, uno stile di pensiero e di vita, un criterio relazionale. I giudizi e gli orientamenti che siamo chiamati ad esprimere prescindono dalla cultura d’origine, dall’educazione ricevuta, dalle relazioni di parentela, dalla legislazione vigente, dalle autorità civili o religiose.

La laicità è un principio regolativo delle relazioni interumane entro società che riconoscono e valorizzano l’individualità e il valore della differenza. Laico è chi non si subordina a credenze dogmatiche per agire in piena libertà di pensiero e autonomia di giudizio. Ciascun soggetto, singolare o collettivo, deve relazionarsi con ogni altro a partire dal comune riconoscimento del diritto insindacabile degli individui di autodeterminare i propri valori morali su ogni questione controversa che per unanime riconoscimento non leda i diritti di terzi. Potremmo configurarla come un imperativo di ascendenza kantiana, che prescrive non di volere per conto di altri, ma di volere in modo che ogni altro possa esercitare la sua autonomia morale, e dal quale discende una massima: “Ovunque vi siano questioni etiche non risolvibili con princìpi e norme universali, non è lecito pretendere di imporre i convincimenti propri o del gruppo culturale e religioso cui si sente di appartenere, ad altri che non la pensino nel medesimo modo o che non condividano quelle appartenenze, e meno ancora di imporle con forza di legge mediante l’autorità conferita allo Stato”.

La laicità non vuole fideles ergo cives, ma cives etsi fideles. Non oppone credenti a non credenti, chi si subordina ciecamente alla fede a chi manca di valori etici forti. I due poli non permettono di distinguere i non credenti dichiarati, gli aderenti nominali, i praticanti irregolari, gli atei devoti, i credenti inosservanti, gli osservanti, i liberali, i conservatori, gli integralisti e i fondamentalisti. Il vero discrimine sta nel riconoscere ad altri un diritto di cui non si intende usufruire per se stessi. I poli sono così almeno quattro: credenti e non credenti che non sono pluralisti, e altri che lo sono. Siamo ben oltre il semplice rispetto delle altrui convinzioni, il principio di separazione e l’attiva tutela legislativa della neutralità dello spazio pubblico, inclusi i sistemi educativi e scolastici. La laicità è uno stile politico che attua, con opportune garanzie costituzionali, un principio irrinunciabile della democrazia pluralista, enunciato da Mill e Berlin. Gli attori istituzionali sono tenuti a non imporre a colpi di maggioranza normative monopolistiche in materie controverse sul piano etico e religioso. Un liberalismo maturo riconosce alle minoranze il diritto di scegliere cosa volere in base agli orientamenti di ciascuno, purché nei limiti della Costituzione.

Questi diritti vanno riconosciuti anche alle religioni minoritarie in via di radicamento per effetto dei processi migratòri. Il riconoscimento del principio di uguaglianza di tutte le religioni deve tradursi in atti concreti, senza veti tanto stupidi quanto ottusi. Il valore della laicità come non-appartenenza è apprezzabile solo se le condizioni di uguaglianza non restano mere disposizioni di legge, ma in quanto siano esperite e vissute nella dimensione quotidiana.

Il relativismo antimonopolistico è una ricchezza: non un depotenziamento della verità assoluta, ma la migliore condizione per mettere in valore le proprie convinzioni. La laicità fonda l’accordo di convivenza sociale su cui si sostiene, nella tarda modernità, una società democratica e pluralista nella quale valori e convincimenti diversi possano coesistere tra loro senza interdizioni, anche quando minoritari. Perché ciò sia possibile, va abbandonata come inservibile e potenzialmente nociva ogni visione che faccia leva su sintesi forti, peggio se fatte discendere da presunte omogeneità culturali e sociali ereditate e immobili. La laicità rinuncia a impiegare termini troppo impegnativi, troppo esclusivi, forti e metafisici. Per Bobbio le sue virtù sono la moderazione, la non aggressività, la pacatezza, la solidità: atteggiamenti che devono caratterizzare anche le posizioni e gli approcci di chi, almeno in senso stretto, laico non è. Ogni convincimento va assunto con spirito non dogmatico, mai come principio non negoziabile, e in nome della reciproca convivenza e della riduzione del rischio il negoziato va preferito all’esasperarsi dei conflitti. Ogni forma di fondamentalismo minaccia la convivenza e moltiplica i rischi. Ma come interdire i fondamentalismi senza violare il diritto alla libertà di pensiero, parte integrante della nostra «religione civile»? Neppure la laicità, come la democrazia di cui è parte, può venire imposta dall’alto, per via giuridica, politica o militare. Per vivere e operare deve essere condivisa a livello individuale più ancora che dai gruppi associati. Non si ha laicità senza processi autonomi e localizzati di laicizzazione, senza convincimenti conquistati o riconfermati consapevolmente, senza la sua messa in atto nella sfera quotidiana. Di qui l’intima contraddizione tra il valore universale della laicità e la sua efficacia effettuale in uno spazio e in un tempo dato. La via per risolverla sembra risiedere nel binomio tra fermezza di principio e duttilità nell’agire. Non può sussistere un fondamentalismo laico, come testimoniano le polemiche sollevate dalla satira irriverente di Charlie Hebdo a ridosso dei criminali attentati islamisti del gennaio scorso. Il pluralismo si rende apprezzabile solo se è accogliente, se è composizione di diversità, inclusione e pratica dialogica prima ancora che integrazione e interazione.

Come la tolleranza, la laicità è un piatto nutriente ma insapore. Non soddisfa appieno, somiglia a uno svuotamento, sembra celare una perdita non del tutto compensata dai frutti di una compiuta convivenza liberaldemocratica. Le religioni immettono sul mercato il piatto forte delle certezze. La certezza nasce da un bisogno psichico che precede gli atti conoscitivi e le pratiche riflessive proprie del moderno. Esso non s’indirizza più alle sole religioni tradizionali; la sua plasticità e frammentarietà suscitano infinite variazioni e ricomposizioni nelle «offerte» di convinzioni rassicuranti e relative ritualità. Ma le religioni sono anche altro: un’esperienza spirituale, un lavoro interiore, una pratica di vita, una speranza, una condivisione. Negare queste loro caratteristiche, riducendole ad apparati dogmatici, è una semplificazione che mette i “laici” nella condizione di non capire.

Le religioni non sono più un collante sociale, un elemento orizzontale di coesione, né possono tornare ad esserlo. Divenute minoritarie e periferiche nella vita quotidiana, almeno in Europa, esse affrontano più concorrenti sul loro stesso terreno che non le sfide provenienti dallo spirito laico: religioni spurie, sostitutive, le cui fortune di massa si alternano, nascono e si consumano. Anche le grandi religioni laiche sono state indotte a secolarizzarsi: quali surrogati civili delle religioni, i culti della ragione, della nazione, del progresso, della scienzae della società giusta sono tutti falliti, generando mostri persino peggiori di quelli che intendevano combattere. I processi metamorfici delle religioni si orientano oggi su credenze minimaliste. I culti più tenaci a morire – la tecnica, la ricchezza, il successo – non sono strutturati e mancano di officianti e di riti collettivi. I culti sostitutivi che si sono avvicendati negli ultimi due secoli ci hanno arricchiti solo di illusioni; ma in termini spirituali è possibile che si sia perso più di quel che si è guadagnato.

L’idea di un guadagno spirituale in cambio di una perdita di potere temporale è invece un tema tipico della “teologia della secolarizzazione”. Il cristianesimo è tutt’altro che danneggiato dal disincanto del mondo suscitato dalla razionalizzazione degli ordinamenti sociali, dei metodi di conoscenza e delle procedure tecnologiche. Secondo i protagonisti di questo indirizzo teologico la fede cristiana non deve sottrarsi al confronto con la modernità né opporsi ad essa perché areligiosa, razionalista e pluralistica, ma semmai compiervi un’immersione, se vuole farsi adulta, pienamente autentica e libera dalle incrostazioni devozionali e temporali derivate da un’idea di Dio, definitivamente morta, come ente soprannaturale che con la sua rivelazione avrebbe dettato all’uomo il «da credersi» e il «da farsi», verità esteriori, indiscutibili e immodificabili, in una parola metastoriche. Quella che si annuncia è una religione interiore, intima, privata ma intensae pronta a spendersi per la liberazione dell’umanità dalle catene che la affliggono. Essa vede in Cristo non il redentore giunto ad annunciarci la verità e reso da allora manifesto mediante la Chiesa, ma un modello di esperienza che ci sollecita con la sua esemplarità umana, ad incamminarci verso l’assunzione adulta e autonoma di responsabilità verso il mondo. Questo indirizzo teologico si è inabissato nei primi anni ’70, ma può ancora aiutarci a cogliere il senso di quell’apparente ossimoro che è l’idea di un cristianesimo finalmente laico nei suoi risvolti di religio nella sfera pubblica.

Questa visione entra in linea di collisione con la presenza di nuove forme di integralismo estranee al cristianesimo. Se si fa eccezione per la rivoluzione iraniana, che ebbe impulso dai vertici religiosi fino all’instaurarsi di un feroce regime teocratico, negli ultimi decenni l’integralismo islamico si è manifestato direttamente in ambito politico, anche quando è stato incentivato e attizzato dalla predicazione di membri fanatizzati del clero. Più che da istituzioni religiose, la laicità è minacciata dall’integralismo di nuclei combattenti pronti a divenire formazioni terroristiche operanti senza direzione né coordinamento.

Il problema non riguarda le dovute politiche repressive e preventive, ma come sia possibile prosciugare le subculture che consentono la nascita e il reclutamento di potenziali nemici di ogni civiltà. Onida invita a guardare questi fenomeni minacciosi con fermezza e duttilità: “I fondamentalismi sono dotati di grande forza d’attrazione perché propongono «valori» e lo fanno con la facile potenza degli assiomi, senza richiedere sforzi valutativi alla ragione. La risposta a questa sfida non può essere cercata nella contrapposizione di un corrispondente fondamentalismo cattolico: sarebbe una posizione contraria alla Costituzione repubblicana e persino a momenti della stessa storia cristiana della civiltà occidentale. Come tutte le sfide alla libertà, anche questa deve essere combattuta con fiducia nelle nude armi e nella coerenza della libertà stessa. È compito della maggioranza saper scegliere di volta in volta l’opzione più giusta e convincente tale da non rischiare il sovvertimento delle stesse regole di libertà e di democrazia. Il che significa anche continuare a garantire e tutelare il pluralismo, non comprimendo, ma anzi rispettando pienamente le stesse peculiarità di quella comunità che con il suo integralismo sfida i fondamenti laici della nostra libertà”.

Di per sé, l’invito alla laicità trova sorde quote di popolazione che non hanno conosciuto gli effetti sulla vita quotidiana della cultura illuministica e della democrazia, che non hanno abbandonato il patriarcale dominio di generee i legami tradizionali di consanguineità, che adottano la razionalità tecnologica prescindendo dalla razionalitàdel pensiero scientifico, filosofico e politico. Questa estraneità etico-culturale rende impermeabile alla laicità anche quote significative, benché non maggioritarie, dei migranti giunti in Europa dai paesi islamici.

Le minacce cui siamo esposti nel mondo globale confermano che la laicità è vitale in società multiculturali come le nostre. Non abbiamo scelta: siamo costretti a perseguire la convivenza ottimale delle diversità e insieme a favorire, mediante opportune politiche di integrazione economica, sociale e formativa, un senso di radicamento – sotto forma di lealismo costituzionale – delle minoranze etniche e/o religiose. Prive di questo strumento, le “nostre” società non possono affrontare nel modo migliore il relativismo di alcuni valori e la varietà dei comportamenti e degli stili di vita. Qui si situa il ruolo delle istituzioni formative. Per caratterizzare la loro azione pedagogica, il termine più efficace, benché abusato, è “accoglienza”: accoglienza non di ospiti temporanei, ma di inquilini a pari titolo nel medesimo condominio. Tutti devono potersi sentire piccoli individui nella moltitudine e fratelli dei loro simili. Solo buone pratiche faranno delle istituzioni formative pubbliche lo spazio più idoneo per stemperare i conflitti oggi per disinnescarli domani.

Le teorie pedagogiche e le pratiche educative devono confrontarsi con questioni delicate e inedite. Come configurare il diritto di scegliere da adulti i propri punti di riferimento senza sottostare a una sorta di “totalitarismo familiare”, o quello di abbandonare i valori dell’educazione originaria entro  nuovi contesti religiosi e culturali, o la contraddittorietà tra l’irrinunciabile formazione di tutti all’esercizio dei diritti universali e la resistenza di alcuni gruppi a fare propri questi diritti nella dimensione di ogni giorno? Il comunitarismo, l’interculturalismo e la presunta equivalenza di tutte le culture manifestano la loro povertà e pochezza concettuale e la loro inefficacia pratica, a prescindere dalle buone intenzioni che le motivano. La laicità è mite ma non indulgente. Guai a riconoscere dei malintesi diritti a specifiche comunità nel nome dell’assoluto rispetto delle loro radici, delle loro subculture, delle credenze religiose. Potremmo ignorare i dislivelli culturali sui diritti delle donne tra chi è cresciuto nei paesi occidentali più evoluti e chi risponde a pratiche ataviche in uso nei paesi d’origine, dove tali diritti non sono riconosciuti o addirittura vengono costantemente conculcati? Su queste temi il ruolo della laicità, più che le politiche, investe le pratiche quotidiane d’integrazione e il grado di duttilità tollerabile in situazioni di conflitto.

La scuola può poco in materia di educazione alla laicità. Non è la stessa cosa dell’educazione stradale, e il rischio che si riduca a vacuo chiacchiericcio come altre “educazioni” è enorme. Le “educazioni” nascono dall’esemplarità di buone pratiche di convivenza nella scuola e nell’ambiente che la circonda, non dall’enunciazione di buoni princìpi. Il valore dell’uguaglianza di genere tradotto in esperienza quotidiana forse solleciterà ugualmente conflitti interiori in una ragazza nata in un contesto dove la subordinazione della donna è prassi ordinaria. Ma se potrà beneficiarne dei frutti potrà apprezzare quell’esperienza come costitutiva della sua identità di donna. Decisiva sarà la capacità delle istituzioni di trovare il giusto equilibrio tra due necessità: non fare della diversità un elemento di discriminazione; non lasciare le persone in balìa della loro cultura d’origine e dei sistemi di controllo interni alle comunità con il loro potere di pressione conformistica occulta.

Urgono due cambiamenti negli insegnamenti disciplinari. Corsi confessionali facoltativi di religione cattolica, senza più oneri per lo stato e altri privilegi concordatari che violano il principio di eguaglianza, possono sussistere solo in condizioni di parità giuridica riconosciuta ad altri insegnamenti confessionali presenti in una scuola o in un distretto scolastico. Gli insegnamenti confessionali facoltativi, istituiti sulla richiesta di avvalersene anziché il contrario come oggi, e in ogni caso non più a partire dall’infanzia, possono affiancarsi all’insegnamento della storia delle religioni, affidato a docenti qualificati selezionati per concorso. Ciò nel triennio finale; tra le medie e il biennio l’insegnamento di storia, se ben condotto, è più che sufficiente per un’informazione adeguata all’età.

 

*Negli ultimi anni si occupa di filosofia degli stili di vita