Pluralismo religioso: una sfida per la didattica

A fronte delle difficoltà di ordine legislativo, vi sono dei laboratori nei quali si stanno sperimentando strade nuove e originali di espressione del pluralismo religioso in Italia: la scuola, le stesse comunità di fede, alcune amministrazioni locali.

 

Paolo Naso*

 

La pratica di culture e religioni diverse è garantita dalla Carta dei diritti fondamentali e deve essere salvaguardata, a meno che non sia in conflitto con altri diritti europei inviolabili o con le legislazioni nazionali[1]. Recita così uno dei “Principi comuni di base per l’integrazione” adottati dall’Unione europea nel 2004. Si tratta di una affermazione importante proprio perché espressa all’interno di un testo centrato sul tema dell’integrazione degli immigrati: implicitamente, infatti, essa ribadisce che la “pratica di culture e religioni”, anche se diverse da quella maggioritaria in un dato paese, può costituire un fattore di integrazione. Una tesi che, oltre a garantire un diritto fondamentale della persona, riconosce la particolare rilevanza della dimensione religiosa all’interno della società multiculturale e la sua specifica valenza all’interno dei processi di integrazione.

Nella stessa linea nel 2007 l’Osce ha prodotto un importante documento per l’insegnamento delle religioni e dei credi nelle scuole pubbliche[2] nel quale si afferma: “Recenti eventi mondiali processi  migratori e persistenti  pregiudizi riguardanti le religioni e le culture hanno sottolineato l’importanza delle questioni relative alla tolleranza, alla non discriminazione e alla libertà di religione e di credo… Nell’area OSCE e in altre parti del mondo, diventa sempre più chiaro che è necessaria una migliore comprensione delle religioni e dei credi. Fraintendimenti, stereotipi negativi e immagini provocatorie usate per descrivere gli altri stanno aumentando l’antagonismo e talvolta persino la violenza[3].

Richiamiamo infine il Trattato costituzionale europeo, entrato in vigore il 1 dicembre del 2009, nel quale all’articolo 52 si afferma che “L’Unione, rispettando lo status di cui le chiese e le associazioni o comunità religiose godono negli Stati membri in virtù del diritto nazionale e  riconoscendone l’identità e il contributo specifico…mantiene un dialogo aperto, trasparente e regolare con tali chiese e organizzazioni”.

Possiamo insomma affermare che una serie di norme, linee guida e politiche elaborate in sede europea e internazionale riconoscono alle comunità religiose una funzione importante nel contesto di società sempre più marcatamente pluraliste sotto il profilo, culturale, etnico e confessionale.

 

Pluralismo e postsecolarizzazione

In questo riconoscimento si esprime la coscienza di una nuova fase del ruolo delle religioni nello spazio pubblico europeo, successiva a quella lungamente analizzata e considerata “della secolarizzazione”. É un fatto che in Europa si discuta delle religioni e del loro ruolo sociale molto più che in passato, soprattutto in rapporto ai flussi migratori e al “nuovo pluralismo religioso” che essi hanno determinato. Ovviamente su una materia così specifica e delicata ogni stato dell’Unione europea ha la sua direzione e la sua velocità di marcia, tuttavia anche paesi con una solida tradizione di pluralismo religioso (Regno Unito, Olanda, Germania…) hanno dovuto elaborare nuove linee politiche e culturali idonee ad affrontare la sfida di una nuova complessità determinata da nuove e numericamente rilevanti presenze confessionali.

La presenza nell’Unione Europea di circa 15 milioni di musulmani[4], di almeno un milione e mezzo di buddhisti, di una quota analoga di induisti, di un milione di sikh dà la misura di una nuova pluralizzazione della scena religiosa nella prospettiva di una globalizzazione delle appartenenze e delle identità religiose.

É questa dinamica a sovvertire il classico paradigma della secolarizzazione con cui è stata lungamente raffigurata l’Europa ed a suggerire una nuova chiave di lettura dell’atteggiamento degli europei nei confronti delle fede e, più in generale, della spiritualità. Si tratta di un processo che, considerando “il nuovo ruolo della religione nella formazione politica dell’opinione e della volontà”, Jürgen Habermas[5] e José Casanova[6] definiscono “postsecolare” e Charles Taylor della “secolarizzazione fallita”[7]. In questa prospettiva l’anima della società postsecolare non sembra essere il ritorno al buon tempo antico delle società confessionali o della religiosità tradizionale vissuta all’interno della grandi famiglie religiose consolidatesi in Europa; piuttosto essa coincide con il pluralismo delle fedi e delle modalità di esprimerle. Pluralismo delle fedi e pluralismo nelle fedi, quindi. Non a caso, almeno sul piano statistico, sono le chiese pentecostali e quelle di area evangelical in generale, a esprimere la maggiore vitalità[8] della tradizione cristiana nel contesto del Vecchio continente. Così come è sempre più evidente che le forme religiose si fanno più fluide e incerte, sia nella nota formula del “credere senza appartenere”[9] che, ad esempio nel caso italiano, del passaggio dalla fede cattolica a un’identità “genericamente cristiana”, come documenta una recente ricerca pubblicata dalla rivista cattolica “Il Regno”[10].

 

Il caso islamico

In questo quadro, i cambiamenti sociali sembrano marciare più spediti dei processi politici: la società europea nel suo complesso fatica ad adattarsi al paradigma del “pluralismo postsecolare” e quindi a gestire il nuovo protagonismo delle religioni o di alcune di esse nello spazio pubblico.

Paradossalmente questa difficoltà accomuna paesi che hanno strutturato il loro rapporto con le comunità di fede in termini contrapposti come la Francia e l’Italia.

Come noto Parigi vanta il primato di una laicità “assoluta” che postula l’indipendenza del potere politico dalle differenti opzioni spirituali o religiose e intende proporre un suo orizzonte valoriale che coincide con i principi repubblicani. In questo quadro le diverse opzioni religiose “non hanno nessuna influenza sullo Stato e quest’ultimo non ne ha su di esse”, si legge ad esempio nel cosiddetto rapporto Stasi[11] del 2003 che ha avuto tra i suoi effetti pratici la legge del marzo del 2004 che vieta ad insegnanti ed allievi di indossare od esporre simboli religiosi all’interno della scuola.

É un modello che in altra sede abbiamo definito “per sottrazione”[12], tale cioè da riconoscere che lo Stato è tanto più laico quanto più sottrae spazi alla visibilità ed all’azione delle comunità di fede sulla scena pubblica. Nella linea della laïcité de combat francese il primo obiettivo dello Stato resta quello di contenere l’intraprendenza pubblica delle comunità religiose, anche a scapito del diritto soggettivo a rispettare norme e comportamenti della propria tradizione religiosa.

Molto diverso il modello italiano che prevede invece specifici strumenti giuridici che regolamentano il rapporto tra lo Stato e la Chiesa cattolica (art. 7 della Costituzione) e le confessioni “diverse dalla cattolica” (art. 8). Come noto, ad oggi le intese che lo Stato ha stipulato con le confessioni religiose sono 11 e comprendono 4 grandi aree confessionali: quella ebraica, quella evangelica con ben sei dispositivi nei confronti di altrettante denominazioni (valdesi e metodisti, avventisti pentecostali delle Assemblee di Dio, battisti, luterani, apostolici), quella ortodossa (Sacra Diocesi collegata con il patriarcato di Costantinopoli, di grande peso canonico ma numericamente assai più piccola della diaspora rumena collegata al Patriarcato di Bucarest), quella delle religioni orientali (induisti e buddhisti) e quella delle confessioni di matrice giudaico cristiana ma con caratteri propri e distintivi come la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli ultimi giorni (mormoni).

 

Prospettive interculturali

Ma vorrei tornare alla sua dimensione sociale e quindi della sfida educativa del “nuovo pluralismo”. A fronte delle difficoltà di ordine legislativo su cui ci siamo brevemente soffermati, vi sono dei laboratori nei quali si stanno sperimentando strade nuove e originali di espressione del pluralismo religioso in Italia. Vorrei citarne tre: la scuola, le stesse comunità di fede, alcune amministrazioni locali.

É di tre anni fa soltanto un importante documento del MIUR che delineando la “via italiana” all’integrazione adottava “la prospettiva interculturale – ovvero la promozione del dialogo e del confronto tra le culture… Scegliere l’ottica interculturale significa, quindi assumere la diversità come paradigma dell’identità stessa della scuola nel pluralismo, come occasione per aprire l’intero sistema a tutte le differenze[13]. Nella cornice di quel testo mai rinnegato ma evidentemente  superato da provvedimenti successivi che vanno nella direzione opposta, può trovare spazio una riflessione sullo spazio delle religioni nel contesto della scuola multiculturale. In Italia il dibattito sul tema sembra appuntarsi sulla questione dell’Insegnamento Religioso Confessionale (IRC) impartito sulla base del Concordato, trascurando il fatto che si tratta di un insegnamento esplicitamente confessionale e quindi necessariamente opzionale, e per questa sola ragione inadatto a fornire agli studenti essenziali conoscenze sulle religioni, le tradizioni, la storia, la cultura e i modelli sociali che ad esse si rifanno. La strada che sembra delinearsi in riferimento al crescente numero di studenti appartenenti a comunità di fede diverse da quella maggioritaria in Italia[14], è quella di un insegnamento curriculare delle religioni in una prospettiva non confessionale e pluralista, tale da offrire i “fondamentali” ermeneutici utili a comprendere l’origine, la valenza simbolica e il senso spirituale di tradizioni e comportamenti che, se non compresi o male interpretati, potrebbero fondare o rafforzare pregiudizi e tensioni sociali. In questo senso, un insegnamento curriculare delle religioni produce il prezioso valore aggiunto di sostegno alla cultura civica del pluralismo necessariamente a fondamento della società multiculturale. É un fatto che su questa materia non si riesca a procedere sul piano dell’aggiornamento normativo né a realizzare almeno significative sperimentazioni. Intanto, come rilevato da una recente ricerca diretta da Alberto Melloni[15], cresce l’analfabetismo religioso che produce crescenti “costi sociali”[16].

Un secondo spazio interculturale legato alle comunità di fede è quello che esse stesse sapranno aprirsi nell’ambito delle società nelle quali sono radicate. A partire dal Concilio vaticano II e quindi negli anni del pontificato di Giovanni Paolo II, ad esempio, abbiamo registrato un significativo impegno della Chiesa cattolica a favore del cosiddetto “dialogo interreligioso”. Gli eventi di Assisi del 1986 e del 2002 ben testimoniano questa intenzione, ancor più rilevante nel contesto di insorgenti fondamentalismi religiosi o di pericolose teorizzazioni sullo scontro delle civiltà. Ma al di là dei grandi eventi internazionali e delle intenzioni teologiche e spirituali di chi li ha promossi, in taluni contesti essi hanno acquistato una valenza laica e civica, tesa al rafforzamento della coesione sociale ed all’impegno comune per il bene della comunità locale. Il paese europeo che ha maggiormente investito in questa direzione è probabilmente il Regno Unito dove sono sorte diverse associazioni più o meno sostenute dalle istituzioni locali e nazionali che operano in questa direzione: tra di esse l’Inter Faith Network[17] che, tra i suoi scopi, ha quello di garantire uno spazio neutrale, di reciproca fiducia, non confessionale nel quale “persone di fedi diverse possano discutere temi di interesse comune”. Il Network garantisce anche pubblicazioni utili al suo allargamento come una guida al dialogo interreligioso o la directory delle principali comunità di fede. L’Inter Faith Network è partner del Governo britannico nella promozione della “settimana interreligiosa” celebrata a novembre[18]. Con più coerenza di altri paesi europei, il Regno Unito è quello che ha sperimentato il dialogo interreligioso nella sua valenza civile, tesa quindi a rafforzare legami e programmi di coesione sociale. É evidente che è stata una delle strategie con la quale il governo di sua Maestà ha cercato di arginare le spinte del fondamentalismo religioso che si sono espresse nella società britannica degli ultimi anni. Esperienze di questo genere si sviluppano numerose anche in Italia ma al di fuori di un piano organico e sistemico che la valorizza e consenta di raccoglierne tutti i benefici[19].

Il terzo spazio che si potrebbe aprire alle religioni nella società pluralista postsecolarizzata è quello della partecipazione attiva alla vita della comunità locale. Lo strumento tipico, adottato anche in alcune città o regioni italiane, è quello delle Consulte: luoghi istituzionali nei quali rappresentanti di diverse comunità di fede collaborano alla programmazione e alla gestione di programmi interculturali, di sensibilizzazione e di servizio alla comunità locale offrendo al tempo stesso stimoli e consulenze agli amministratori locali per l’adozione di politiche in grado di riconoscere e valorizzare il patrimonio spirituale derivante dalla presenza attiva sul territorio di diverse comunità di fede. É il caso della Consulta per il dialogo interreligioso istituita dalla Regione Toscana nel 2005 e varata nel 2006, delle Consulta delle religioni nate a Roma (2002, poi dissolta nel 2008 all’esordio della Giunta Alemanno), La Spezia (2006), Genova (2006). Lo specifico di queste strutture, generalmente nate sulla base di un protocollo d’intesa tra l’ente locale e le rappresentanze delle diverse realtà religiose, è il profilo “istituzionale”: non si tratta, cioè, di una volontaristica associazione di diverse comunità ma di un “soggetto” riconosciuto dall’Ente locale. Non è ovviamente un dettaglio formale: al contrario è l’espressione dell’intenzione politica e culturale di un soggetto istituzionale di riconoscere e valorizzare le rappresentanze del pluralismo religioso della realtà locale. Purtroppo alcune di queste esperienze pilota hanno subito le alternanze politiche e in seguito al cambiamento dell’amministrazione cittadina non sono state rinnovate. E’ solo uno dei tanti segnali di arretratezza della cultura politica italiana in materia di riconoscimento del pluralismo religioso e delle sue grandi potenzialità anche culturali e civili. Lo afferma bene un altro testo fondamentale delle politiche d’integrazione europee, il “Manuale” del 2007: “La religione può influire positivamente sul processo di integrazione nella società e fornire molte occasioni di interazione positiva. Come la cultura, la religione costituisce un elemento di integrazione oltre a fornire un importante contesto per lo sviluppo della cittadinanza attiva[20]. La realizzazione di un progetto promosso dal Ministero dell’Interno denominato “Promozione del dialogo interreligioso”[21], almeno in Italia, rappresenta una significativa novità perché, assumendo l’idea guida che le comunità di fede possano essere vettori sociali in grado di avviare e consolidare significativi processi d’integrazione, di inclusione sociale e di cittadinanza attiva, ha consentito di verificare questa policy in alcuni territori (Torino, Bergamo, Reggio Emilia, Perugia, Caserta e Catania). Possiamo quindi concludere con l’idea che il pluralismo religioso costituisce un patrimonio sociale che meriterebbe di essere valorizzato. Occorrono strumenti, politiche, determinazione e visione. Per decenni, su questa delicata materia al confine tra diritto alla libertà religiosa e politiche di integrazione, l’Italia è andata faticosamente a ruota delle linee guida europee. In un’Europa oggi politicamente influenzata da partiti xenofobi ed al fondo antieuropeisti, sta al nostro paese procedere con passo spedito su una strada che sembra avere finalmente individuato.

* Docente di Scienza politica presso l’Università La Sapienza di Roma dove coordina il Master in Religioni e mediazione culturale

[1]              Manuale sull’integrazione per i responsabili delle politiche di integrazione e gli operatori del settore, 2007,

http://ec.europa.eu/justice_home/doc_centre/immigration/integration/doc_immigration_integration_en.htm

[2]              http://www.osce.org/publications/odihr/2007/11/28314_993_en.pdf

[3]              Introduzione, p. 1

[4]              Jonathan Laurence, Integrating Islam: a New Chapter in “Church State Relations”, Migration Policy Institute, 2007, http://www.migrationpolicy.org/

[5]              Jürgen Habermas, Perché siamo post-secolari, in Reset,  n 108, settembre 2008

[6]              José Casanova, Società postsecolare. Le religioni alla riconquista della sfera pubblica, Il Mulino 2000

[7]              Charles Taylor, La secolarizzazione fallita e la riscoperta dello spirito, Vita e Pensiero, 6/2008, p. 26

[8]              Secondo Philip Jenkins, esse ormai contano oltre trenta milioni di aderenti secondo un “ritmo di crescita che continuerà nel prevedibile futuro”, Godless Europe, International Bullettin for Missionary Research, vol. 31, n. 3, p. 117; cfr. Paolo Naso, La sfida pentecostale, in Quaderni speciali di Limes, n. 1 2005

[9]              Grace Davie, Religion in Britain Since 1945. Believing without belonging, Blackwell 1994

[10]             L’Italia religiosa. Da paese cattolico a genericamente cristiano, Il Regno attualità 15 maggio 2010

[11]             Commissione Stasi. Rapporto sulla laicità. Scheiwiller, Paris 2004: il rapporto era stato commissionato dal presidente Chirac a una commissione composta da 20 membri, presieduta da Bernard Stasi

[12]             Paolo Naso, Tra laicità e pluralismo, in Elena Bein Ricco (a cura di), La sfida di babele. Incontri e scontri nelle società multiculturali, Claudiana, Torino, 2001, p. 173; Idem, Laicità, EMI, 2005

[13]            La via italiana per la scuola interculturale e all’integrazione degli alunni stranieri, a cura dell’Osservatorio nazionale per l’integrazione degli alunni stranieri e per l’educazione interculturale, 2007,

http://archivio.pubblica.istruzione.it/news/2007/allegati/pubblicazione_intercultura.pdf

[14]            La bibliografia sull’argomento è ormai ampia: ci limitiamo a citare Ermanno Genre e Flavio Pajer, L’Unione europea e la sfida delle religioni, Claudiana 2005; Brunetto Salavarani, Educare al pluralismo religioso. Bradford chiama Italia, EMI, 2006; Laura Mantasti, Cristina Ottaviano, Cento Cieli in classe. Pratiche, segni e simboli religiosi nella scuola multiculturale, Milano 2008.

[15]             Alberto Melloni (a cura di), Rapporto sull’analfabetismo religioso, Il Mulino 2014

[16]             Paolo Naso, I costi sociali dell’analfabetismo religioso, Ivi, p. 43

[17]             http://www.interfaith.org.uk

[18]             http://www.interfaithweek.org

[19]             P. Naso e B. Salvarani (a cura di), Un cantiere senza progetto. L’Italia delle Religioni Rapporto 2012, Emi 2012

[20]             http://ec.europa.eu/justice_home/doc_centre/immigration/integration/doc/handbook_1sted_it.pdf

[21]             Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione – Direzione centrale per gli affari dei culti del Ministero dell’Interno, Religioni dialogo, integrazione, a cura di IDOS e COM NUOVI TEMPI, Roma 2013