La Morte di Dio

Il sacro non trova spazio nei nostri discorsi pubblici, al massimo è relegato nell’intimo privatistico, dove ognuno “la pensa come vuole”: la sfera pubblica è dominata dai discorsi della scienza e in quella privata l’inclinazione di ciascuno coltiva ciò che ritiene più gradevole o significativo per lui.

 

Marco Dallatommasina*

 

 

Dicono invece oggi i nostri saggi

che dove un tempo, in maestà silente,

Elio guidava il suo carro dorato,

ruota una morta palla di fuoco[1].

 

L’intento di questo articolo è quello di avviare una riflessione sulla “Morte di Dio”, non come  critica alla religione, in quanto per quella esiste una sterminata letteratura[2], ma come analisi dell’insignificanza dell’esperienza religiosa per l’umanità contemporanea occidentale. La domanda è la seguente: come si passa da un abitare il mondo che “vede” il divino in ogni ambito, ad un altro che lo espunge da sé e lo relega nel campo dell’insignificante?

Nel percorso avremo occasione di riflettere su noi stessi e su ciò che governa il nostro modo di pensare e vedere le cose. Giungeremo così all’orlo estremo del nostro percorso e lì guadagneremo, forse, una consapevolezza: a noi, umanità della scienza e della tecnica, è assegnata una modalità di “stare al mondo” che esclude l’esperienza religiosa. L’ateismo non è tanto una scelta, quanto una categoria dello spirito che ci accompagna. Ciò che possiamo fare allora è riflettere su noi stessi e i nostri pregiudizi e domandare sulla scienza e, di conseguenza, sulla verità. O, per dirla in termini fenomenologici, dovremmo chiederci: perché ciò che ci appare ci appare così come ci appare? Tale domanda ci introdurrà in un ulteriore campo di ricerca, a cui rinvieremo, obbligandoci a testare la solidità di alcune nostre evidenze e convinzioni.

Partiamo allora da un dato statistico sintomatico: la percentuale degli alunni/e che nelle scuole secondarie superiori italiane si avvale dell’Insegnamento della Religione Cattolica è in calo costante. A Milano arriviamo addirittura a percentuali intorno al 50%![3].

Eppure la religione, in qualunque modo la vogliamo declinare, ha a che fare con la questione del senso della vita, come si spiega questo disinteresse per qualcosa che invece dovrebbe generare passione ed entusiasmo?

Potremmo individuare molteplici fattori che lo spiegano: l’aumento di alunni/e stranieri/e con sensibilità religiose diverse, la qualità dell’insegnamento, la particolare situazione giuridica della disciplina, che permette agli alunni di non sceglierla senza alcuna conseguenza, e la lista potrebbe continuare. Queste spiegazioni, però, non sono risolutive e ci lasciano con la domanda tra le mani. Ma c’è di più, tale disinteresse non riguarda solo le giovani generazioni, esso caratterizza l’intero occidente secolarizzato: Dio e le divinità, il sacro in generale, non trovano spazio nei nostri discorsi pubblici, al massimo sono relegati nell’intimo privatistico, dove ognuno “la pensa come vuole”, in una sorta di “protestantesimo” generalizzato in cui si vive una schizofrenia antropologica strutturale: la sfera pubblica dominata dai discorsi della scienza e quella privata e individuale dove l’inclinazione di ciascuno coltiva ciò che ritiene più gradevole o significativo per lui.

Se, invece, risaliamo soltanto di qualche generazione, possiamo vedere come tutta la vita fosse scandita dalla religione: a partire dal tempo pubblico, calibrato dal metronomo sociale del campanile, fino agli snodi temporali significativi dell’esistenza personale: battesimo, prima comunione, cresima, matrimonio, estrema unzione.

Ancor più diversamente andavano le cose per le umanità passate: il faraone prima di decidere se dare battaglia ai nemici, consultava i suoi sacerdoti e questi scrutavano il cielo per cogliere eventuali segni premonitori del favore degli dei. Oggi non è immaginabile che Barack Obama[4] si consulti col sacerdote di riferimento prima di decidere se ritirare le proprie truppe dal medio oriente!

Ma procediamo con le nostre osservazioni: immaginiamo di incontrare qualcuno che professi un credo religioso identico in ogni dettaglio a quello degli antichi egizi. Attenzione, nel nostro  esempio, costui non si limiterebbe “a dire” che crede in Amon-Ra, nel dio Horus e nell’esistenza del Tribunale di Osiride. Egli “vivrebbe” in ogni ambito esistenziale i contenuti della sua fede: culto quotidiano del sole, sacrifici alle diverse divinità, compresa imbalsamazione, tumulo in sarcofago e relativo culto dei morti.

Certamente, con tale interessante soggetto saremmo “tolleranti”, ma in fondo penseremmo di avere di fronte uno con le “rotelle” fuori posto. E probabilmente la nostra tolleranza di facciata svanirebbe come neve al sole se il nostro malcapitato neo-egizio pretendesse di estrarre gli organi vitali dai cadaveri, collocarli in appositi vasi, imbalsamare ciò che resta del corpo e metterlo in un sarcofago. In fondo, questa modalità di espressione del sentimento religioso, noi la giudichiamo insensata, non adeguata ai tempi. Certamente avrebbe potuto essere accettabile diversi millenni fa, ai tempi dei regni egizi, ma oggi? Oggi tali espressioni della religiosità sarebbero giudicate “superstizioni”, eccentricità. Perché, per noi, è ovvio che il sole non è una divinità, ed è ovvio che i cadaveri non si rianimano. Con la morte il corpo si decompone, si trasforma in altro, ed è destinato a ritornare a far parte della materia di cui è composto l’universo. Qualora fossimo più scientificamente addestrati potremmo aggiungere considerazioni su elettroni, energia, quanti  e altre fantomatiche particelle impegnate in danze cosmiche.

A questo punto fermiamoci un attimo e operiamo uno sguardo laterale su noi stessi. Tentiamo di osservare noi stessi mentre pensiamo e diciamo queste cose.

Noi, di fronte al neo-egizio, senza nemmeno rendercene conto, mettiamo in atto un duplice meccanismo di pensiero. Da un lato poniamo noi stessi sul piano della verità, cioè di quelli che “sanno come stanno le cose”. Noi sappiamo che il sole è una stella e che al suo interno avviene il processo chiamato “fusione nucleare” da cui si libera energia, ecc. Così “stanno le cose” e non c’è altra storia da aggiungere! Tutto il resto, dischi solari raffigurati in forma di falco o come globi incandescenti che varcano il cielo su una barca, è fantasia, irrazionalità, mito, fiaba, ecc. Qualunque cosa ma non la “Verità”! Dall’altro lato, contemporaneamente, noi collochiamo in nostro neo-egizio  in una dimensione altra rispetto a quella della “verità”: la dimensione del “mito”, del simbolico, della fiaba o del racconto fantastico. Comunque sia, il neo egizio non dice “come stanno le cose”.

Ma in questo modo il neo-egizio è posto in una dimensione che per noi non può avere senso. Noi dovremmo far violenza a noi stessi per vedere nel sole una divinità. Possiamo essere aperti, comprensivi, tolleranti e politicamente corretti quanto si voglia, ma di fronte a chiunque ci dicesse che il Sole è un Dio, noi opporremmo la nostra conoscenza rigorosamente supportata da dati, calcoli, immagini telescopiche e quant’altro, e sosterremmo che il sole è una stella, dista dalla terra in media 149.597.870,691 km (oppure 8,33 minuti luce), ecc. Noi non possiamo più vivere come gli antichi egizi, avere il loro sguardo sul mondo, frequentare il loro sentire la vita, l’amore, la morte. Non si tratta di buona o cattiva volontà. Il nostro sguardo è un altro, siamo stati educati da Isaac Newton, Galileo Galilei, Albert Einstein.

Ma procediamo oltre e aggiungiamo un’ulteriore riflessione, questa un pochino più provocatoria. Infatti, le considerazioni che abbiamo poc’anzi sviluppato, noi non abbiamo problemi ad applicarle alla religione egizia, ma saremmo più cauti ad applicarla alle religioni contemporanee. Questo perché quella egizia se ne sta là, collocata lontano nel tempo, nei polverosi musei e nei libri di storia. In questo modo il nostro modo di pensare storico compie un’altra mirabile operazione e dice, o meglio “pensa” senza dirlo: l’umanità nel corso del tempo si è evoluta, ha acquisito nuove conoscenze e competenze. Certo “una volta” l’umanità pensava molte cose che si sono rivelate essere errori, ingenuità, superstizioni. Dopo gli egizi, però, si è aperto un cammino che ci ha condotti alla scienza, ovvero al sapere veritativo.

Ed è qui che casca l’asino! La nostra strategia di pensiero compie due operazioni complementari: la prima “estranea” la religione egizia, cioè la relega in un ambito che non è quello della verità, e quindi la colloca nella dimensione dell’insensato; la seconda la “allontana” nel tempo, ovvero la colloca indietro e la dispone su una scala evolutiva in cui gli egizi rappresentano uno stadio dello sviluppo dell’umanità, che ha un suo senso, però finché se ne sta là, nel passato.

Qui sta il punto fondamentale: tale duplice operazione, estraneamento nell’insensato e allontanamento nel passato, noi non possiamo non applicarla alla religione in generale! La religione, per noi, non può che essere insensata e insignificante, non congrua con la vita concreta di oggi. Al massimo è relegabile nel passato o agli aspetti folkloristici dell’esistenza. Infatti cosa possiamo dire noi di tali espressioni desunte, ad esempio, dal lessico cattolico:

– Dio è un essere uno e trino. È una persona, ma contemporaneamente tre. Tre distinte, in maniera “reale”;

– Dio che se ne sta da qualche parte, in un “Altro Mondo”, si “incarna” e prende forma in un’umanità maschile, in un certo punto del tempo e dello spazio cosmico. Ma colei che lo genera è vergine (Ante Partum, In Partum e Post Partum!)[5]. E non in senso simbolico, ma “reale”!;

– Questo maschio vissuto circa 2000 anni fa è ancora vivo! Anzi, per essere precisi, è morto, ma poi, dopo tre giorni, è risorto! Non in modo simbolico, ma “reale”!

– Ma c’è di più! Egli vive e opera in mezzo a noi sotto forma di “Spirito” e attraverso l’Eucarestia;

– L’Eucarestia è il Corpo e Sangue, anima e divinità di Gesù Cristo Figlio di Dio e nostro Signore presente veramente, realmente, sostanzialmente sotto gli accidenti del pane e del vino.[6]

Dal punto di vista epistemologico, gnoseologico, “veritativo”, non c’è alcuna differenza tra le convinzioni della religione cattolica e quelle della religione egizia[7]. Analizzandole secondo i nostri comuni criteri veritativi, quelli che ci definiscono come persone occidentali, razionalmente e scientificamente educate, tali convinzioni sono irrazionali, non vere: non dicono come stanno le cose. Anzi sono falsificabili, così come sono falsificabili le convinzioni della religione egizia. Anche in questo caso, come per la religione egizia, noi per “vedere”, per esempio, in un pezzo di pane “il corpo e il sangue di Cristo” realmente presenti, dobbiamo fare violenza a noi stessi. È come se dovessimo spogliarci della nostra stessa natura e “costringerci”, contro ogni evidenza, a pensare che lì, proprio lì dentro, sia presente Gesù Cristo! Possiamo farlo nel nostro intimo, in “privato”, ma non sul piano del sapere pubblico condiviso.

Non è un caso se la predicazione cristiana insegna che occorre avere “gli occhi della fede” per comprendere e accettare certe cose. Ma noi quegli occhi non li abbiamo più! E non si tratta di buona o cattiva volontà. Noi non possiamo più “vedere” in un pezzo di pane il corpo di Cristo, non possiamo pensare che una donna concepisca e partorisca un figlio e rimanga vergine, e così via. Certamente possiamo “dirlo”, con la volontà, ma non pensarlo! Lo possiamo dire per “fede” appunto, ma qui “fede” sta a significare “salto nel buio”, assunzione di una posizione che “letteralmente” va contro tutte le nostre evidenze.

La cultura in cui siamo cresciuti, automaticamente e di default, colloca tutta la dimensione del sacro e della religione in un luogo diverso rispetto a quello della verità. Propriamente li colloca in due ambiti: nel non senso, cioè in ciò che non vale e non significa, e nel passato, ovvero quale espressione di un’umanità ormai sorpassata dagli eventi e dalle circostanze. Certamente la religione può stare dappertutto, nei libri di storia, di filosofia e teologia, nelle immagini delle cattedrali e delle chiese di campagna, comunque sempre più vuote, nei curricula scolastici, sempre meno frequentati, ma non può stare al centro delle attenzioni e delle aspirazioni profonde dell’umanità contemporanea occidentale.

Perché ciò accade, forse, lo possiamo scorgere in un termine che più volte abbiamo incontrato:“Verità”, o il suo equivalente per noi: “dire come stanno le cose”. Ritorniamo allora all’incipit iniziale: perché agli antichi egizi il sole appariva “veramente” come una divinità e a noi, invece, appare “veramente” come una stella, una “morta palla”? Perché noi, per vedere una divinità nel sole o il corpo e il sangue di Cristo in un pezzo di pane, dobbiamo necessariamente operare su  di noi una sorta di violenza e di sdoppiamento? Il tutto come se fosse necessaria una seconda visione per vedere ciò che normalmente non si vede. Come se esistesse una realtà altra rispetto alla nostra, un’altra dimensione, un altro mondo, un “mondo dietro il mondo” come direbbe Nietzsche.

E perché la nostra visione, la nostra scienza, dovrebbe essere più vera di quella degli egizi?

Per essere più diretti: concepire, interpretare la verità come “dire come stanno le cose” è corretto? Oppure questa lettura della verità è solo “una” interpretazione della verità? Una interpretazione che avrà certamente i suoi aspetti positivi, ma che, come ogni interpretazione, aprendo un orizzonte,  inevitabilmente ne chiude altri. E uno di questi altri orizzonti chiusi non potrebbe essere proprio quello del sacro?

Se verità è “dire come stanno le cose”, la prima e ulteriore domanda da porre è: ma le cose, quelle che compongono la cosiddetta realtà, stanno? E dove? E come?

Ma è certo che stanno, risponde il nostro senso comune! Lì di fronte a te, eccole: la sedia, il tavolo, il muro, io stesso, il sole là in alto, tra le due nuvole che stanno nel cielo… è evidente!

Sì, va bene caro senso comune del ventunesimo secolo, ma il punto è proprio qui: perché ciò che tu chiami “sole” ti appare come una stella morente costituita da due gas ecc. e all’antico egizio appariva come una divinità? Anche per lui ciò che tu chiami “sole” stava nel cielo, eppure per lui, anche se usiamo lo stesso termine “sole”, era un’altra cosa, era un dio. E non puoi, caro senso comune, ridimensionare questo fatto dicendo semplicemente che il nostro antico egizio era ingenuo e incolto. Ben altre sono le domande che si dovrebbero fare: che cos’è la realtà? E la verità? E l’esperienza? E il tempo?

Sicuramente l’investigazione intorno a tali temi risulterebbe un po’ destabilizzante per molte nostre sicurezze, ma ciò ci permetterebbe di comprendere se la dimensione del sacro in generale sia qualcosa di “impossibile” per l’umanità contemporanea occidentale o se esistano altri percorsi per un suo eventuale recupero.

 

*Dirigente area  servizi alla persona presso il comune di Rho, già docente di religione cattolica nelle scuole secondarie della Diocesi di Milano

[1]              Friedrich Schiller, “Gli dei della Grecia” in Poesie filosofiche, a cura di G. Moretti, SE, Milano 1990, pp. 12-19.

[2]              Per chi volesse cimentarsi in un lungo percorso filosofico circa la critica all’esistenza di Dio e alla Religione in generale, rimane ancora attuale il monumentale libro di Hans Küng, “Dio Esiste?”, Fazi Editore, 2012, IX-1096 p.

[3]              Per un’analisi dei dati in forma più dettagliata rinviamo al sito della curia di Milano: http://www.chiesadimilano.it

[4]              Ovviamente il riferimento al presidente degli USA è puramente strumentale, serve a rilevare come le due massime autorità politiche del mondo di allora e di oggi stiano in due contesti radicalmente differenti: nel primo la religione è l’orizzonte esistenziale onnicomprensivo di ogni cosa, nel secondo è uno degli aspetti all’interno di un altro orizzonte.

[5]              Il dogma della verginità perenne di Maria fu formalmente definito dalla Chiesa Cattolica nel secondo Concilio di Costantinopoli del 553. Secondo tale dogma Maria, la madre di Gesù, è rimasta vergine prima, durante e dopo la nascita dello stesso.

[6]              Questo è il dogma cattolico della transustanziazione nella formulazione del credo definito nel concilio di Trento (1545-1563).

[7]              Per chi volesse approfondire questi aspetti di tipo epistemologico è utile rileggere l’importante testo di David Hume, “Dialoghi sulla religione naturale”, BUR, 2013, 430 p.

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