La donna: dai doveri religiosi a quelli sociali

I doveri, gli spazi, i ruoli assegnati alle donne dalle principali religioni sono, rispetto a quelli maschili, subordinati. Ma non vanno attribuiti a un Dio. La parola considerata divina è passata attraverso filtri maschili. È stata rivisitata, reinterpretata da uomini.

 

Maria Immacolata Macioti*

 

In varie religioni, ancora oggi, le donne non sono viste come soggetti pari agli uomini: si prevedono per loro spazi separati nei luoghi di culto, ruoli diversi da quelli maschili.Il tema ‘donna’ si lega a quello della sessualità, quindi alla materia. Da cui l’impossibilità per le donne di dedicarsi ad attività più alte e spirituali, i tentativi di imporre il celibato al clero, nel cristianesimo. Paolo, nella 1a lettera ai Corinzi, scrive che è preferibile il celibato al matrimonio, che può essere però un rimedio alla concupiscenza. La donna–moglie serve, in genere, nelle religioni, a contenere, a indirizzare le esigenze sessuali dell’uomo; permette e promette discendenza legittima, all’interno di una famiglia riconosciuta. La sessualità si lega all’impurità, vuole purificazione: da cui le strutture patriarcali. Nella Bibbia Adamo dice di Eva: «osso dalle mie ossa,/carne dalla mia carne/La si chiamerà donna,/perché dall’uomo è stata tolta.»

Nell’ebraismo si ha una stretta unione tra struttura familiare e Torà: si vorrebbero una comunità, un popolo esemplari per moralità. Franca Eckert Coen in Nell’ebraismo la casa è un «tempio»[1] scrive che la donna ne è la sacerdotessa, lì fa osservare e osserva una articolata ritualità che prevede norme per  uomini e donne, o per sole donne (niddà). Queste riguardano il ciclo mestruale, la vita sessuale, il parto. Il Levitico 12,1 sancisce differenze a seconda che si partorisca un uomo o una donna: “Il Signore parlò a Mosè e disse:«Parla agli Israeliti dicendo: “Se una donna sarà rimasta incinta e darà alla luce un maschio, sarà impura per sette giorni: sarà impura come nel tempo delle sue mestruazioni. L’ottavo giorno si circonciderà il prepuzio del bambino. Poi ella resterà ancora trentatré giorni a purificarsi dal suo sangue; non toccherà alcuna cosa santa e non entrerà nel santuario […]. Ma se partorisce una femmina […] resterà sessantasei giorni a purificarsi del suo sangue…[2].

Diverso sarà il dono di animali al sacerdote. Eppure è la donna che prepara il cibo, purificato secondo i dettami, lei che prepara il pane del sabato (challà) e cura l’accensione dei lumi dello Shabbat, alle festività. Educatrice dei figli, trasmette loro il pensiero, la tradizione ebraica: da una posizione difficile, la donna ha saputo assumere ruoli significativi, ottenere consenso. Non sappiamo attraverso quali sacrifici, rinunce. Scrive Giacoma Limentani che la Eva che si fa tentare dal serpente e tenta Adamo non risponde pienamente alla visione ebraica né a quella femminista. Se si è fatta tentare, ciò vuol dire che non viveva nell’Eden un’esistenza “beatamente vegetativa” e che “… il gesto di Eva ha portato un apprendimento tale da proiettare lei stessa e il suo compagno nella storia, e con un senso della parità nell’alterità ignoto a troppi figli di Adamo[3]. Né la donna  esaurisce le sue capacità nella maternità[4]. Scrive la Limentani: “… è la consapevolezza di questa parità nell’alterità, dell’assoluta, incontestata dignità dell’essere donna in seno alla coppia, a dare alle donne ebree la forza propulsiva verso il futuro[5]. Eva quindi fa un atto coraggioso, da cui discenderà un’umanità autodeterminata. Vari interventi ricordano il ruolo importante di donne quali Sara, Rebecca, Rachele e Lea. Molte delle autrici di questo piccolo, prezioso testo insistono sulla parità uomo-donna, nonostante tutto. Micaela Procaccia spiega come la donna avesse molti diritti garantiti dalla tradizione: la proprietà della dote, diritti sui figli, in caso di divorzio o vedovanza.[6] Un moderato diritto allo studio. Può opporsi al volere dei genitori, rompere un fidanzamento, un matrimonio. Insomma, le autrici riconoscono alle donne la capacità di porsi come punto di riferimento per la famiglia senza esaurirsi in essa. Di partecipare alla vita pubblica. Le donne  possono e sanno essere protagoniste, portare avanti un proprio ruolo, conquistarsi spazi. Varie  intellettuali ne hanno sottolineato i percorsi, reinterpretando con sapienza le sacre scritture.

Diversa l’interpretazione nel Cristianesimo. Tutto parte da una Eva che coglie il frutto proibito. Dio si rivolge a lei con durezza: “Moltiplicherò i tuoi dolori/E le tue gravidanze,/con dolore partorirai figli./Verso tuo marito sarà il tuo istinto,/ed egli ti dominerà[7]. E in effetti per secoli la donna ha dovuto lottare per far passare l’idea di un parto indolore, della pianificazione familiare.

Gesù aveva 12 apostoli che lasciano le famiglie per seguirlo: non sembra ci fossero donne. Che sono però altrimenti presenti, attive: Maria Maddalena, Giovanna, Susanna sono da lui aiutate e guarite; altre aiutano Gesù e i suoi seguaci: ce lo dicono i Vangeli. La Samaritana, ad esempio, una volta salvata da Gesù converte i familiari: una evangelizzatrice. Maria di Betania ne ascolta la parola: una discepola. Paolo Ricca, in Gesù e le donne negli evangeli, ricorda la donna pagana che fa cambiare parere a Gesù, che ne guarirà la bambina, mentre ne aveva negato la guarigione[8]. Vi è chi sottolinea l’assenza delle donne nell’“ultima cena”. Quel che si sa è che sono le donne ad assistere alla morte di Gesù (i discepoli sono fuggiti); esse, ad essere testimoni della resurrezione, a trasmettere la notizia agli increduli apostoli. La prima a vedere Cristo risorto è Maria Maddalena, la peccatrice. Scrive Ricca che Gesù ha avute accanto a sé le donne in vita, nella morte e nella resurrezione: una grande apertura, dati i tempi e le usanze. Presenti e centrali nei primi tempi del cristianesimo, delle persecuzioni romane, esse aprono le case per riunioni di preghiera, si mettono a rischio. Ma prevarrà un modello maschile.[9] Si parlerà, nel cattolicesimo, di Maria vergine e madre (modello che risponde all’ideale di donna da parte di uomini celibi per definizione). Maria, venerata, amata, pregata, sarà protagonista di dogmi ma le donne concrete perdono rilievo e si nega loro la possibilità di celebrare il culto. Oblio e mitizzazione concorrono a cancellare il reale ruolo delle donne, così come lo si evince dai Vangeli. Esse vengono sospinte nel privato, nella maternità da una chiesa che si espande e istituzionalizza[10]. Laddove Gesù le aveva accolte dando loro visibilità, fiducia, permettendone l’uscita dall’anonimato, incoraggiandole, la chiesa le reinserisce nell’ordine patriarcale. Si era adoperato in questo senso Paolo. Basteranno due esempi, il primo, dalla Lettera agli Efesini: “Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; il marito infatti è a capo della moglie come Cristo è a capo della Chiesa [… ] E come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, […] anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto”. E, ancora, dalla prima lettera a Timoteo: “La donna impari in silenzio, in piena sottomissione. Non permetto alla donna di insegnare né di dominare sull’uomo; rimanga piuttosto in atteggiamento tranquillo. Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non Adamo fu ingannato, ma fu la donna, che si lasciò sedurre”. Un’espressione dei tempi, della cultura dell’epoca? Certamente. Però la donna ha tuttora, nel cattolicesimo, uno spazio ridotto, subordinato. Come i laici. Diversa la situazione nelle chiese riformate, dove le donne svolgono il servizio pastorale.

Il femminismo non ha potuto fare molto in merito: la chiesa non lo accetta, da cui vari esodi negli anni ’70. I rapporti sembrano farsi più difficili per le donne nella chiesa cattolica dopo che la Mulieris dignitatem (1988) ha ribadito il no del sacerdozio alle donne.

E nell’Islam? Il Profeta ha più mogli, ché una moglie vuol dire alleanze, possibilità di pace.  Superata la precedente promiscuità, il matrimonio è l’unica forma legittima di unione tra uomini e donne, un dovere religioso e sociale, che prevede una dote (anche simbolica) che il futuro marito paga alla moglie, nelle cui mani rimarrà. Elemento ulteriore, il consenso delle parti (non per tutte le scuole). Elementi imprescindibili, trasversali a varie religioni, consumazione del matrimonio, coabitazione. Anche qui vi è però una significativa diversità: l’uomo può sposare donne appartenenti ad altre fedi riconosciute: ebree o cristiane. La donna, solo uomini di fede islamica. L’Islam raccomanda la monogamia, ma un uomo può avere fino a quattro mogli, purché applichi un regime paritario con le spose[11]. Non è previsto l’inverso: una donna non può avere più mariti. In vari paesi i genitori decidono del matrimonio della figlia, ché sarebbero più in grado di lei di scegliere un buon partito: costume ancora in uso in Pakistan e altrove. Il ripudio è più maschile che non femminile: un uomo può uscire unilateralmente dal matrimonio proclamandolo tre volte in presenza di testimoni. Esistono dei correttivi, per cui la donna potrebbe farlo, pagando (khul). Ma la procedura è complessa: il giudice lo concede solo in casi di maltrattamenti gravi o di malattia del marito o di una poligamia non approvata dalla moglie. Il costume poi è propenso alla giustificazione dell’uomo, per cui ancora oggi è più diffuso il ripudio maschile[12]. Sono, queste, norme generali. Vanno poi considerati gli usi, i costumi, i diversi contesti storici. Una cosa era l’Islam agli esordi, altra è l’Islam oggi. Una cosa è un paese islamico, altra l’Islam in terre europee. Né i paesi islamici sono tutti uguali: hanno vissuto situazioni, storie ben diverse. Le donne hanno differenti possibilità, consuetudini, spazi in Iran[13], in Afghanistan[14], in Arabia Saudita[15], nel Bangladesh[16] o altrove. Un momento importante è quello della nascita di un figlio, specie se maschio. Verrà sollevato dal padre che mormorerà al suo orecchio l’invito alla preghiera (adhan), dando inizio al suo percorso di fede. Per l’attribuzione del nome, al 7° giorno, si sacrificano in genere due capi di bestiame per un maschio, uno per una femmina; si danno elemosine ai poveri, specie per il primo taglio di capelli del maschio. Parla delle donne la Sura IV, 34: “Gli uomini sono preposti alle donne, a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre e perché spendono (per esse) i loro beni […] Ammonite quelle di cui temete l’insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele. Se poi vi obbediscono, non fate più nulla contro di esse. Allah è altissimo, grande”.

I sunniti sono convinti che gli sciiti non tutelino abbastanza le donne, e viceversa.

In sintesi, i doveri, gli spazi, i ruoli assegnati alle donne dalle principali religioni sono, rispetto a quelli maschili, subordinati. Ma non vanno attribuiti a un Dio. Come potrebbe un Dio amorevole, compassionevole come Gesù o Allah, volere l’asservimento, la vita grama delle donne? Volerle subalterne, senza volontà propria, dipendenti in tutto e per tutto da un uomo, padre o marito o fratello, come troppo spesso è stato ed è? Come potrebbero volere che vengano maltrattate, ferite, picchiate, uccise? La parola considerata divina è passata attraverso filtri maschili. È stata rivisitata, reinterpretata da uomini. Da loro discendono i doveri, gli spazi, i ruoli che le religioni assegnano alle donne. Laddove esse hanno saputo comprenderlo, molte cose sono mutate, altre cambieranno. Sia pure con alti costi. Molto possono fare l’educazione, gli studi.

 

*Docente di Istituzioni di Sociologia e Comunicazione e di Comunicazione e cultura delle religioni, Facoltà di Scienze della Comunicazione, Università la Sapienza.

                 In «Confronti» n.9, settembre 2014, pp.19-20.

                 Di impurità maschili si parla per la gonorrea (Levitico 15) e l’emissione seminale (servirà un lavacro, si resterà impuri fino a sera); la donna è impura anche se ha flussi di sangue: per sette giorni, contagerà chi dovesse toccarla, impuro sarà il suo giaciglio, gli oggetti toccati. Servirà un rito espiatorio… (Levitico 15, 16-19).

  1. Limentani, Da Eva a Jentl e in avanti, in Donne ebree, a cura di P. Garribba, Com Nuovi Tempi, Roma 2001, p. 25.
  2. Isaia LVI, 3-5, cit. dalla Limentani, in cui Dio a chi non ha prole promette «forza e rinomanza superiori a figli e figlie».

                 Ivi, p26.

  1. Procaccia, Nel Ghetto di Roma da protagoniste… in Donne ebree cit., pp. 45-55. Il suo scritto prende l’avvio dall’esame di casi giudiziari riportati nei registri del Tribunale criminale del governatore di Roma.

                 Genesi 3,16: Cito da La sacra Bibbia, CEI.UELCI, Libreria Editrice Vaticana, 2008.

                 Marco 7, 24-30. Cfr. Ricca in La donna nel cristianesimo tra storia e futuro, del Centro Studi A.Schweitzer, a cura di Dea Moscarda, Gabrielli editori, S. Pietro in Cariano (Verona), 2014, pp. 15-22.

                 Diacone donne, presenti nei primi tempi, resteranno in attività nelle chiese orientali. Cfr. di Cloe Taddei Ferretti,  Anche i cagnolini, L’ordinazione delle donne nella Chiesa cattolica, Il Segno dei Gabrielli Editori, 2014.

                 La Maggi ricorda Timoteo 2, 11-15, in cui si dice che la donna deve imparare in silenzio e in perfetta sottomissione: per primo infatti è stato formato Adamo, ed è stata Eva ad essere sedotta e a peccare.

                 Corano II, 3-4 Questo è ancora oggi vero in alcuni paesi islamici mentre in altri non è consentito.

                 Cfr. A. Ventura nel cap. L’isl?m sunnita nel periodo classico (VII-XVI secolo), in Islam, a cura di Giovanni Filoramo, Gius. Laterza e figli, Roma-Bari 1999 (1995), pp.77-202.

                 Cfr. ad es. il mio Lettera da un Iran pre-elettorale, «La critica sociologica» XLIII, n. 172, Inverno 2009, pp.31-60. Le donne  ereditano dal marito solo parte dei beni. Essere divorziate vuol dire divenire delle paria.

                 Noti i romanzi di Khaled Hosseini, Il cacciatore di aquiloni (Piemme 2004) e Mille splendidi soli (Piemme 2007).

                 Ayaan Hirsi Ali in Se la giustizia dell’Islam cancella la compassione (CdS 9.12.2007 )ricorda il caso di una  ventenne di Qatif, rapita, stuprata da un gruppo di uomini. Giudicata colpevole di mescolanza (khilwa), sarà condannata a 6 anni di reclusione e a 200 frustrate.

                 Noto il caso della scrittrice Talisma Nasreen, che ha difeso con coraggio i diritti delle donne musulmane ed è stata costretta all’esilio; su di lei, una taglia di 500 mila rupie.