Narcisismo, vita religiosa e gerarchie ecclesiastiche

Nella nostra società basata ormai sui consumi e la continua ricerca dell’approvazionein tutte le realtà sociali, non escluso l’ambito religioso, prende piede abbastanza facilmente una deriva narcisistica in cui un Io non ancora disgiunto da quello materno, continua a rispecchiarvi paure e desideri.

 

Alfonso Giorgio*

 

Conferme in ambito biblico-teologico

Per quanto possano essere graziosi, sappiamo tutti che i bambini molto piccoli hanno anche un altro aspetto, meno piacevole: la tendenza tipica a concentrarsi su ciò che interessa loro piuttosto che su ciò che deve essere fatto. Prima di tutto io! Un forte egocentrismo che, nei primi anni di vita, è pressoché normale ma diventa patologico quando è perpetuato in seguito. Le cause senza dubbio possono essere ricondotte a bisogni emotivi e psicologici che son stati tacitati durante la crescita, però c’è un altro elemento con cui la comunità scientifica si trova spesso a disagio: la questione del peccato originale. L’egoismo dei piccoli è troppo dilagante e istintivo per essere attribuito solo all’ambiente e all’educazione. Lo psichiatra Karl Menninger[1] sostiene che l’uomo è peccatore per natura cioè, nel carattere dell’individuo c’è qualcosa di intrinseco che lo predispone a fare il male[2]. A riguardo la teologia giudaico-cristiana spiega che ogni naturale istinto individuale a fare il male può essere ricondotto alla decisione dei nostri progenitori genesiaci Adamo ed Eva di sfidare Dio mangiando dell’albero proibito, per ambire alla Suprema conoscenza delle cose che è tipica di Dio solo. Una lettura teologico-psicologica confermata da Clive Staples Lewis[3], che nell’affrontare il problema del peccato originale, afferma che non c’è momento storico in cui non si sia verificato che l’individuo sceglie di comportarsi in modo contrario alla legge morale che è insita in ogni uomo: la capacità di distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Pertanto la tendenza a farsi dio è insita in ogni persona non appena gli è permesso di fare scelte consapevoli.

In riferimento al narcisista “religioso”, possiamo dire che i bisogni emotivi e psicologici rimasti insoddisfatti che hanno contribuito a plasmarlo come tale sono riconducibili alla sfera dell’intimità, dell’autostima, dei privilegi del potere, del controllo e dell’integrità morale ma anche a fattori innati. Del resto, oltre alla consueta suddivisione dell’uomo in corpo e anima, la Chiesa, oggi più che mai, parla dell’uomo in termini di una visione pluridimensionale, all’interno della quale gli aspetti spirituale, psichico e corporale[4] sono dimensioni distinte ma non separabili in modo netto l’una dall’altra[5], in forte relazione tra loro e con una quarta dimensione che è quella sociale. Una visione tetradimenzionale che intende la persona nella sua integralità per cui ogni stato e gesto spirituale ha degli effetti sulla vita psichica della persona.

 

Le dinamiche narcisistiche all’interno delle relazioni con le gerarchie ecclesiastiche

L’uomo creato da Dio “a Sua immagine e somiglianza” (Gn. 1,27) è essenzialmente partner di Dio e vive la relazione con Lui e la Chiesa, immagine di Dio Trinità (cf. Atti 4,32), vive e cresce secondo questo stile relazionale ma, paradossalmente, può accadere che, proprio nelle comunità ecclesiali venga sottovalutato proprio il dato stesso della relazione. Il narcisista, in questo tipo di contesto, trova quindi una sua agevole collocazione perché all’origine del narcisismo c’è proprio la non relazione, il sospetto verso l’altro, l’ingratitudine, la mancanza di abbandono, la diffidenza nei confronti dell’altro, dell’“amante”. Il credente, così strutturato, crede che Dio sia l’amante ma non si fida e non si abbandona mai con un vero e proprio atto di Fede, si tratta di un io che prende in concreto, il posto di Dio[6].

I superiori di una comunità, in generale, vengono recepiti dai narcisisti non come partner cui relazionarsi in modo onesto e franco, né come persone preposte alla guida della comunità per un volere di Dio, ma come figure istituzionali cui adattarvisi a seconda delle circostanze. Un narcisista, ad esempio, non avrebbe alcuna difficoltà ad andare dal superiore e dire tutto ciò che occorre per apparire una persona profondamente spirituale e religiosa e, subito dopo attuare condotte immorali sul piano affettivo-sentimentale. Questo accade perché i narcisisti hanno bisogno di sentirsi a proprio agio sempre e comunque.

 

Obbedienza nella relazione e dialogo con i superiori ecclesiastici

Circa l’obbedienza il narcisista, se da piccolo è stato abituato a ritenersi dispensato dai normali compiti, come fare lavori domestici, o qualcosa che riguardi il suo proprio interesse, da adulto si sentirà esonerato dal collaborare con gli altri per il bene comune ritenendosi al di sopra di qualunque autorità[7]. D’altro canto, però, i superiori ecclesiastici non possono non tenere conto delle capacità, della personalità, delle inclinazioni delle persone loro affidate. Come guide, educatori dovrebbero sforzarsi di entrare nella vita dell’altro, considerando l’aspetto emozionale, affettivo, in costanti rapporti di dedizione e fraternità. In generale, un buon superiore, dovrebbe tener conto almeno di quelli che sono gli aspetti principali che caratterizzano la personalità di un individuo e cioè i due orientamenti di fondo: introversione ed estroversione[8]. Gli introversi amano la tranquillità, cercando di bloccare le distrazioni provenienti dalla realtà esterna e si dedicano volentieri a se stessi, non per questo non sono generosi. Verso di loro occorrerebbe avere una maggiore sensibilità e attenzione per metterli a proprio agio. Gli estroversi, invece amano varietà e azione, a loro piace avere persone attorno. A loro piace agire in fretta e preferiscono comunicare faccia a faccia. I narcisisti, in genere tendono ad essere più estroversi che introversi ma il loro fine è raggiungere il proprio obiettivo. Per questo per costringere gli altri a essere d’accordo con loro – come superiori o come membri della comunità – ricorrono a tattiche aggressive, facendo leva sul senso del dovere con formule del tipo: sarebbe meglio, occorre, sei tenuto a, dovresti, o articolazioni di questo genere: tu sei libero di fare come credi, però, secondo me… ecc. Il problema con i narcisisti è dovuto al fatto che rifiutano di riconoscere che anche agli altri può e deve essere permesso di decidere della propria vita. Il risultato di questo modo di relazionarsi è l’esercizio di una costante pressione sugli altri – specialmente da parte dei superiori – per imporre la propria volontà. A riguardo Milgram sostiene: “Non è sufficiente essere di fronte a un’autorità: deve trattarsi anche di un’autorità pertinente[9], ma se la relazione con il superiore è fonte di ansia e di paura la persona tenderà a reprimere le emozioni alimentando dentro di sé dei sentimenti di sfiducia e di incomprensione nei confronti dell’ambiente relazionale, ritenuto stressante, insignificante, troppo asfissiante e clericale. Recentemente, Papa Francesco, in occasione della catechesi al popolo sul ministero dei vescovi nella Chiesa, ha affermato: “è triste quando si vede un uomo che cerca questo ufficio [episcopato] e che fa tante cose per arrivare là e quando arriva là non serve, si pavoneggia, vive soltanto per la sua vanità”. Il ministero episcopale, in questo modo, è vissuto come occasione per mettere in mostra se stessi, il proprio ego. Il Pontefice sembra non avere alcuna remora quando afferma con una chiarezza incontrastabile che “l’episcopato è un servizio, non un’onorificenza per vantarsi”. E motiva teologicamente il senso delle sue affermazioni, tanto forti,  quanto inusuali nel magistero di un Papa: “essere vescovi vuol dire tenere sempre davanti agli occhi l’esempio di Gesù che, come Buon Pastore, è venuto non per essere servito, ma per servire (cfr Mt 20,28; Mc 10,45) e per dare la sua vita per le sue pecore (cfr Gv 10,11)[10].

In situazioni relazionali di questo tipo le strutture pastorali, le persone coinvolte nella vita ecclesiale, i ministri ordinati, etc., tutti vengono coinvolti nella misura in cui contribuiscono a confermare il “pavoneggiamento”. Le conseguenze, in un approccio di questo tipo sono riconducibili essenzialmente a difetti nella struttura stessa delle relazioni: la relazione si converte in possesso dell’altro; una tendenza all’omologazione della persona piuttosto che all’accoglienza dell’altro così com’è; un dialogo che gradualmente si trasforma in un monologo. A volte la loro tendenza a manipolare e sfruttare gli altri si traveste di falsa benevolenza, altre volte ricorrono ad altri stratagemmi come ad esempio far di tutto affinché l’altro si senta in colpa. Ricorrono a volte al silenzio, imbronciandosi, o all’intimidazione. In ogni caso quali che siano i mezzi, il comportamento dei narcisisti non pone in nessuna considerazione la comunicazione onesta e diretta, poiché la sola cosa che vogliono è perseguire il loro fine. La forte brama di controllo dei narcisisti scaturisce tipicamente da una visione disturbata delle dinamiche di potere. In molti casi i genitori di questi narcisisti attuavano dinamiche prepotenti nei confronti di chi osava dissentire sulle loro decisioni.  Di conseguenza i figli di genitori di questo tipo non sanno cooperare e tendono solo ad obbligare l’altro in un dinamismo di cooperazione falso e condizionato.

 

Il superamento: la capacità di empatia nelle relazioni all’interno del mondo ecclesiale

Mi rendo conto che le espressioni usate fin qui appaiono, in genere, poco lusinghiere, eppure le caratteristiche, delineate per sommi capi appaiono, altamente prevedibili nei narcisisti. Il narcisismo, in concreto, è una forma di autodifesa, poiché dice la paura dell’abbandono e dell’innamoramento e rappresenta l’illusione di proteggersi dall’alterità e conservare un autonomia, così salvando la propria vita. A questo riguardo Gesù aveva già sottolineato che “chi ama la sua anima la perde” (Gv. 12, 25). Il narcisista vive male di fatto, perché pensa in modo più o meno conscio, di dover conquistare e meritare tutto da se stesso con un totale ripiegamento su stesso. Al narcisista sfugge il dato teologico più importante: la vita è dono. Il passo decisivo che permette al narcisista di uscire da se stesso e di abbandonare le strategie di dominio e prevaricazione dell’altro, per l’affermazione di sé, è il passaggio dall’omologazione o dal rifiuto dell’altro, alla scoperta e al rispetto dell’alterità considerata, oltremodo, arricchente e necessaria. Per amare, però, bisogna mettere da parte l’orgoglio e aprirsi all’altro nell’umiltà più che con l’arroganza sforzandosi di accettare che la vita, a volte, è dolorosa, che non sempre è giusta ma, comunque può essere gestita.

Nel mondo ecclesiale non si può fare a meno di considerare l’obbedienza nel rapporto con la gerarchia ma quello che va sottolineato per un superamento dello schema narcisistico è l’originale connessione tra ubbidienza e amore. Amare e ubbidire, attorno a queste due scelte si snoda la relazione tra un padre e un figlio, ma amare e ubbidire rimandano anche ad un altro verbo relazionale: ascoltare, umilmente, le istanze dei figli e la volontà del Padre. Il superiore, oltre a governare attua almeno due tipi di rapporti asimmetrici: educare e prendersi cura dell’altro. Nella società narcisistica nella quale l’unicità del soggetto ha guadagnato un primato assoluto a scapito dell’interesse per l’appartenenza, l’individuo vede come un tradimento di sé il fatto di accettare acriticamente i significati prodotti dal capo e dal gruppo. Di fronte a questo dato, il superiore gerarchico, non può attuare schemi di governo tradizionali, è ineludibilmente chiamato a fare i conti con la realtà di un mondo in cui tutti vengono ascoltati e legittimati. Un modo di governare “per” ma soprattutto “con” l’altro, con la fraternità e per la comunione, in modo empatico, permetterebbe al superiore di animare la vita fraterna prendendosi cura del singolo oltre che della comunità.

 

*Sacerdote (arcidiocesi di Bari-Bitonto), docente di Sacramenti e inculturazione presso la Pontificia Università Urbaniana, e Pedagogia e Psicologia dell’apprendimento

presso la Facoltà Teologica di Bari

 

 

Bibliografia

  1. Freud (1914), Introduzione al Narcisismo, Bollati Boringhieri Torino 2006.

Lowen A., Il narcisismo, Feltrinelli, Roma 1985, 12.

  1. Menninger, Whatever Became of Sin?, Bantam Books, Inc. New York 1973.

C.S. Lewis, The problem of Pain,  Kindle Edition, 1983.

  1. Giordani, II problema della coscienza artificiale, in A. Fabris (ed.), Etica del virtuale, Milano, Vita e Pensiero, 2007, 129-151.
  2. Damasio, L’errore di Cartesio. Emozioni, ragione e cervello umano [1994], Adelphi, Milano, 1995; Id., Emozione e coscienza, Adelphi, Milano, 2000.

Giovanni Paolo II,  Lettera enciclica Veritatis Splendor, 6 agosto 1993, n. 1-3 in EV  8, 1998, 1174 – 1234

M.G. Contini, Per una pedagogia delle emozioni, La Nuova Italia, Milano 2001;

  1. Goleman, Intelligenza emotiva, Bur Saggi, Milano 2002.
  2. Di Marzio, Nuove religioni e sette. La psicologia di fronte alle nuove forme di culto, Edizioni Magi, Roma 2010.

Benedetto XVI, Indirizzo del Santo Padre agli alunni,  Campo sportivo del St Mary’s University College, (Viaggio apostolico al Regno Unito) 18 settembre 2010, in www.vatican.vat.

CEI,  Testimoni di Gesù Risorto speranza del mondo, Traccia di riflessione in preparazione al IV Convegno Ecclesiale Nazionale,  in ECEI 7/2243-2333.

  1. Cantelmi- F. Orlando, Narciso siamo noi, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 2005, 111-112.
  2. Carter, Difendersi dai narcisisti, TEA, Milano 2010.

Francesco d’Assisi, Lettera a tutto l’Ordine [LCap], in Id., Scritti, Edizioni Francescane, Bergamo 2002403:Fonti Francescane 214ss.

Id., Lettera ai fedeli (A) [1Lf], in Id. Scritti, 483: Fonti Francescane 179ss.

  1. Milgram, Obbedienza all’autorità. Uno sguardo sperimentale, G. Einaudi Editore, Torino 2003, 130.
  2. M. Valli, Quel narcisismo clericale in “Europa”, 11 giugno 2010.

Crea (Ed.), Le malattie della fede. Patologia religiosa e strutture pastorali, EDB, Bologna 2014.

Papa Francesco, La Santa Madre Chiesa gerarchica, Udienza generale del 5 novembre 2014, in  www.vatican.vat.

[1]                    [1] Cf. K. Menninger, Whatever Became of Sin?, Bantam Books, Inc. New York 1973. Karl Menninger scrive: “Nessuno è più colpevole di nulla? […].La parola “peccato”, che pare essere scomparsa, era davvero una parola dura. Una volta era forte, grave e sinistra. Rappresentava il fulcro nello stile di vita e nei piani di ogni essere umano civile. Ma la parola non c’è più; è quasi scomparsa del tutto, con la nozione che rappresentava. Perché? Forse nessuno pecca più? Nessuno più crede nel peccato?”: K. Menninger, Whatever Became of Sin?, Bantam Books, Inc. New York 1973, 15-16.

[2]                    [2]Cf. Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Veritatis Splendor, 6 agosto 1993, n. 1-3 in EV  8, 1998, 1174.

[3]                    [3] C.S. Lewis, The problem of Pain, Kindle Edition, 1983.

[4]                    [4] Giovanni Paolo II, Discorso a un gruppo di ministri della Sanità dei paesi del Centro America e Panama, 27 novembre 1984.

[5]                    [5] Benedetto XVI, Discorso agli ammalati – Giornata mondiale del malato, 11 febbraio 2006.

[6]                    [6] Cf. T. Cantelmi-F. Orlando, Narciso siamo noi, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 2005, 111-112.

[7]                    [7] Cf. L. Carter, Difendersi dai narcisisti, TEA, Milano 2010.

[8]                    [8] Cf.  G. Crea (Ed.), Le malattie della fede. Patologia religiosa e strutture pastorali, EDB, Bologna 2014, 115.

[9]                    [9] S. Milgram, Obbedienza all’autorità. Uno sguardo sperimentale,  G. Einaudi Editore, Torino 2003, 130.

[10]            [10] Papa Francesco, La Santa Madre Chiesa gerarchica, Udienza generale del 5 novembre 2014, in  www.vatican.vat.