Rileggere la religione

É evidente che il ripensamento sulla funzione della religione, qui, in occidente, deve partire dal cristianesimo. Non per presunte egemonie culturali o chiusure dogmatiche, ma perché la riflessione sul presente disagio della nostra civiltà guadagna in chiarezza diagnostica analizzando quella forma di religione che non è esente da responsabilità per la disgregazione che patiamo.

 

Angelo Reginato*

 

 

Sulla scena pubblica è tornata con forza la questione religiosa. A dispetto delle previsioni che ne decretavano la sua definitiva insignificanza nella società secolarizzata, riservandole tutt’al più una funzione residuale nei territori dell’anima non ancora colonizzati dalla ragione strumentale, assistiamo ora alla “rivincita del sacro”[1], al ritorno di quegli dèi precedentemente relegati nel crepuscolo. Sullo scacchiere geo-politico, il divino torna ad essere protagonista degli eventi più significativi. Ma questa percezione che appare evidente a livello mondiale convive con una crescente secolarizzazione dell’occidente europeo. La disaffezione delle giovani generazioni[2], il generalizzato analfabetismo religioso[3], il progressivo venir meno della fiducia in una società depressiva sono solo alcuni degli indicatori della crisi che le appartenenze religiose patiscono nel continente culla del cristianesimo. Le chiese sembravano trarre vantaggio dalla fine delle ideologie, potendo proporsi come le ultime agenzie etiche. In realtà, esse stesse arrancano nella temperie postmoderna, dove ogni legame forte appare sospetto. Del resto, come si poteva pensare che la fine dei grandi racconti non avrebbe coinvolto la narrazione religiosa? La constatazione di questo doppio regime cui è sottoposta la questione religiosa nel presente – in crescita a livello mondiale e sempre più marginale tra i cittadini europei – deve essere accompagnata da ulteriori aspetti che rendono meno generica e più complessa l’analisi. Come il fenomeno del pluralismo religioso e quello della presenza nel bel paese cattolico di altri cristianesimi, a causa dei flussi migratori, che si sottraggono alle tradizionali categorie di giudizio fin qui operanti ed impongono di considerare sotto altra veste la questione religiosa. Lascio, però, ai sociologi il compito di analizzare più a fondo la complessa scena attuale[4]. Da parte mia, provo a muovermi in questo quadro, avanzando alcune considerazioni sulla religione nel presente, sulle sue risorse pedagogiche e sui limiti di cui è portatrice.

Faccio leva sulla duplice proposta etimologica del lemma “religione” in grado, a mio giudizio, di evidenziare due nodi su cui vale la pena riflettere.

Una prima linea interpretativa indica la religione come l’atto di re-ligare[5], ovvero come il legame originario, capace di tenere insieme ed unificare la realtà, offrendo al singolo un senso armonico del tutto e proponendosi alle società come collante sociale. É questo il ruolo svolto dalle diverse religioni e particolarmente evidente per il cristianesimo occidentale nella sua storia bimillenaria. Ma è proprio questa funzione a divenire problematica ora. Mi esimo dal ricordare quel passato, prossimo e remoto, che ha dato origine allo scenario attuale, al lungo processo della modernità con la sua contestazione del principio di autorità. Limitiamoci al presente che si pone all’insegna del venir meno dei legami. Da quaranta anni il Censis continua a rilevare il medesimo problema, pur nominandolo diversamente (ma il vezzo di coniare neologismi e slogan ad effetto prova solo a nascondere l’impietoso scenario sempre uguale!): soffriamo di frantumazione sociale. Siamo ormai incapaci di tessere legami, di dare forma alle relazioni. E come può stare in piedi una società di individui? Non è destinata ad implodere, in mancanza di un progetto condiviso? Certo, l’esito della frantumazione e della deriva individualista nasce anche dalla reazione ad una società teocratica, mortifera delle libertà dei singoli e, di fatto, incapace di gestire la cosa pubblica in quanto fattore di conflitto (il riferimento è alle guerre di religione che hanno afflitto il continente, causando più morti delle due guerre mondiali; e che ora vediamo all’opera su altre latitudini). Ma l’attuale crisi di legami non chiama in causa nuovamente quelle religioni, precedentemente espulse dalle vicende pubbliche e relegate nella sfera privata? Quella forma di cristianesimo confessionale e polemico, incapace di muoversi su uno scenario pluralista, è l’unica ermeneutica storica possibile a partire dalla fede biblica? Perché è evidente che il ripensamento sulla funzione della religione, qui, in occidente, deve partire dal cristianesimo. Non per presunte egemonie culturali o chiusure dogmatiche, ma perché la riflessione sul presente disagio della nostra civiltà guadagna in chiarezza diagnostica analizzando quella forma di religione che non è esente da responsabilità per la disgregazione che patiamo. La temperie ecumenica, che ha incominciato a scrivere una pagina finora inedita dell’esperienza credente, facendola passare dall’anatema al dialogo, ha favorito la riscoperta di quella pluralità che è inscritta nel dna stesso del cristianesimo. Nel testo biblico, come sulla scena storica, la fede si esprime in modi differenti, persino opposti. Le Scritture cristiane e le tradizioni interpretative delle chiese possono essere lette come un laboratorio di comunione nella differenza, la cui ricaduta pedagogica e sociale sul tema dei legami appare promettente. La riflessione teologica, fuoriuscita dalle apologetiche uniformanti, scava sul senso di un’alleanza col divino e tra gli umani che, a differenza della deriva idolatrica ad uso del potente di turno, promuove un processo di partecipazione capace di riaccendere passioni (non tristi!), di riattivare fiducia invece che depressione, nella dialettica mai superabile della diversità[1]. L’esegesi biblica si interroga sul senso dei quattro vangeli, racconti fondatori al plurale, irriducibili l’uno all’altro, espressione di chiese differenti, eppure capaci di legami fraterni. In casa cattolica, il pontificato di Francesco ha rimesso in gioco quel ripensamento conciliare sul senso di una comunità credente, in dialogo con tutti, capace di proporre una sapienza dei legami, a fronte di un secolare insegnamento del disprezzo e dell’inimicizia. Anche le minoranze non cattoliche, in particolare le chiese protestanti, che da secoli sono portatrici di un’altra forma di cristianesimo, sinodale e non verticistico, si stanno facendo promotrici di un prezioso ripensamento dell’esperienza credente per questo nostro tempo, in grado di promuovere il protagonismo delle donne, aperto alle nuove forme di famiglie, senza discriminazioni di sorta, sanamente inquieto (e non più assertivo) nell’affrontare le questioni etiche all’ordine del giorno[6].

La religione dei legami, vissuti nell’occidente moderno come schiavitù a cui sottrarsi, può tornare a giocare un ruolo importante in questo tempo in cui patiamo l’incapacità di tessere relazioni. A patto di ripensarsi a partire dal proprio patrimonio sapienziale, non accontentandosi di posizioni di rendita.

Una seconda serie di considerazioni è connessa all’altra proposta etimologica di “religione”, ovvero l’interpretazione offerta tra gli altri da Cicerone secondo cui il nostro vocabolo deriverebbe da “re-legere”[7]. Religione sarebbe allora il gesto della rilettura, ovvero del leggere più a fondo un vissuto che, se colto solo in superficie, rischierebbe una pericolosa banalizzazione.

Emerge qui la componente umanistica della religione, in grado di offrire una lettura sapienziale della vicenda umana, sia del singolo che della società. La postura religiosa consisterebbe, dunque, più nel ricercare che nel possedere, più nell’esitare che nell’affermare, come è proprio di ogni sapiente. Come per gli inizi della filosofia, lo scontro solo in apparenza è tra mythos e logos; in realtà, la linea di demarcazione si pone tra lo scavo socratico dell’esperienza e la lettura interessata e superficiale offerta dai sofisti. Ma anche qui appare evidente il problema. La frammentazione sopra denunciata come patologia sociale si ripropone nel microcosmo delle singole esistenze. Come denunciava Paolini, è avvenuta una mutazione antropologica all’insegna della frammentazione identitaria, dove la ricerca di una propria coerenza è stata sostituita da un opportunismo camaleontico[8]. In un contesto affascinato dalla tecnica e abbagliato dalla ragione strumentale, dove l’accelerazione non permette di tornare in termini critici sul proprio vissuto, unicamente da esibire e meno da capire, può sopravvivere uno sguardo sapienziale sulla vita? Permane ancora oggi il desiderio di “leggere” la realtà e l’interrogazione critica su cosa questo significhi? Ne sentiamo almeno la nostalgia? E la religione non potrebbe essere un fattore di curiosità sul fenomeno umano, un anticorpo per le nostre vite di corsa? Di nuovo, il bilancio non può essere che a partita doppia. Dal momento che la religione ha giocato anche un ruolo di semplificazione dogmatica, di inibitrice della ricerca. Ma, per dirla con le parole del grande Inquisitore, questa è la versione “emendata” per tenere buona un’umanità spaventata dall’avventura della libertà. Perché la religione, di per sé, si propone come atto di lettura, come sguardo sapiente, come affinamento dei sensi. E in un tempo di “perdita dei sensi”[9], dove la questione fondamentale sta nel riattivare l’ascolto, nel proporre seconde letture, abbiamo tutti bisogno di una religione che ritrovi la sua anima originaria, che giochi nell’agorà plurale il proprio contributo sapienziale, senza pretese di assolutezza e di unicità. Non si tratta di offrire contenuti religiosi, cose di chiesa. Piuttosto, la sapienza biblica si propone come stile. Infatti, la Bibbia è il “Libro delle seconde volte”, che accende uno sguardo sulla vita che non si limita a prendere atto della realtà ma attiva il desiderio di riprendere il cammino, battendo altre strade, trasformando l’esistente. Le prime volte non funzionano mai: la prima creazione finisce col diluvio e ricomincia con Noè; l’Eden chiuso per lutto, si riapre con gli amanti del Cantico dei cantici; la terra promessa, conquistata e successivamente persa, viene abitata dopo l’esilio. Dalla Genesi all’Apocalisse, la trama biblica è tessuta col filo delle continue riprese. Ci narra di una generatività che riapre incessantemente quel futuro che appare impossibile per un’umanità sterile. Le generazioni non si susseguono in automatico, sulla base di un progresso inarrestabile, come voleva il mito moderno. La Bibbia mette in scena la sterilità di uomini e donne che sperimentano di non riuscire a partorire futuro. La storia appare perlopiù come sentiero interrotto. Ma essa viene continuamente riaperta grazie al Dio che apre vie anche sulle acque e per l’astuzia di donne e uomini che non si arrendono di fronte ai fallimenti. E non è proprio di questo che abbiamo bisogno oggi, in un tempo di crisi progettuale, di paura del futuro e di arroccamento nel presente? Le letture di superficie saranno sempre catastrofiste e depressive, incapaci di vedere in prospettiva. L’arte del ri-leggere scommette sulle possibilità inedite, che devono ancora germogliare. Le chiese, che hanno proposto letture di comodo e ideologiche della storia, possono ora diventare laboratori per acuire lo sguardo, per ridare sensibilità a persone anestetizzate dal mercato. Di fatto, alle chiacchiere da bar, amplificate sui social network, perlopiù semplificanti e giudicanti, fanno da anticorpo solo le letture meditate, che guardano a fondo i fenomeni e suscitano empatia, come quelle promosse anche dai soggetti religiosi. Letture meno preoccupate di suggerire risposte, quanto di suscitare interrogativi. Pedagogicamente, non è poco, ai tempi di Google, dove abbiamo a portata di click tutte le risposte, ma non siamo più in grado di farci le domande essenziali! La religione che sa ripensarsi come sollecitatrice di domande – consapevole che “le risposte sono la maledizione delle domande” (Maurice Blanchot) – gioca un ruolo decisivo anche all’interno di una società sazia e secolarizzata, proponendo cammini di umanizzazione che battono la “via lunga” del desiderio[10], oltre la soddisfazione immediata dei bisogni. Un tale cammino, attualmente, viene promosso soprattutto dalla spiritualità monastica, sia cattolica che ortodossa, come anche nei gruppi di lettura e di studio biblico del mondo riformato. Laboratori di lettura della vita e delle Scritture, finalizzati a suscitare quel coraggio di esistere che è sempre più merce rara. E alla scuola delle Scritture ebraico-cristiane non si apprende solo un’abilità di lettura per forza di cose credente. La Bibbia, con la sua plurisecolare “storia degli effetti”, è diventato il “grande codice” dell’occidente, indispensabile per gustare quanto prodotto dal cantiere umanistico dell’arte, della letteratura ed anche delle scuole pedagogiche. Poter ri-attingere a quel patrimonio appare strategico per osare letture diverse della nostra umanità, sottraendosi al pensiero unico del mercato.

Quale religione, dunque? Quella che, smarcata definitivamente dall’era costantiniana, preoccupata di mantenere l’alleanza tra trono ed altare, sceglie di battere un sentiero sapienziale abbandonando la tentazione del potere. Così che, come si augura la Kristeva, “le aperture e le complicità necessarie contro la barbarie che si addensa attorno a noi possano essere tessute non solo, e forse non tanto, tra il cristianesimo e le altre religioni oggi tentate dall’integralismo, quanto piuttosto tra il cristianesimo e quella visione della complessità umana, che è scaturita dal cristianesimo e che ha l’ambizione di percorrere le vie rischiose della libertà[11].

Nello scenario postmoderno che mette in scacco le identità granitiche ed impermeabili, le religioni possono finalmente cogliere l’opportunità del “dono dell’incertezza”[12], che spinge a ripensare tutto, a tentare nuove strade, in compagnia di soggetti diversi, portatori di letture e visioni differenti. Una sfida che inizia a prendere forma, nonostante i nostri occhi siano tragicamente calamitati dal riproporsi di integralismi intolleranti e violenti. Ai credenti, il compito di decostruire queste pericolose forme del religioso; a tutti, quello di raccogliere la sfida di una possibile alleanza educativa che, al di là del lamento per un triste presente, riprenda a giocare la partita del rimanere umani, facendo fronte alla barbarie.

 

*Teologo e Pastore battista?

[1]              Gilles Kepel, La rivincita di Dio. Cristiani, ebrei, musulmani alla riconquista del mondo, Rizzoli, Milano 1991.

[2]              Armando Matteo, La prima generazione incredula. Il difficile rapporto tra i  giovani e la fede, Rubettino, Soveria Mannelli (CZ) 2010.

[3]              Alberto Melloni (a cura di), Rapporto sull’analfabetismo religioso in Italia, Il Mulino, Bologna 2015.

[4]           Per un quadro della situazione religiosa in Italia, si veda: Paolo Naso, Brunetto Salvarani (a cura di), Il muro di vetro. L’Italia delle religioni. Rapporto 2009, Emi Bologna 2009 e, a cura degli stessi autori, il più recente  Un cantiere senza progetto. L’Italia delle religioni. Rapporto 2012, Emi, Bologna 2012.

[5]              Lattanzio, Divinae institutiones IV, 28.

[6]              Si veda, ad esempio: Giorgio Tourn, Italiani e protestantesimo. Un incontro impossibile?, Claudiana, Torino 1997.

[7]           Cicerone, De natura deorum II, 28.

[8]              Nando Pagnoncelli, Come siamo cambiati. Gli italiani ieri e oggi: metamorfosi antropologiche, Gabrielli, S. Pietro in Cariano (VR) 2015.

[9]              Ivan Illich, La perdita dei sensi, LEF, Firenze 2009.

[10]          Oltre all’ampia produzione di Massimo Recalcati, si veda: Ugo Volli, Figure del desiderio. Corpo, testo, mancanza, Cortina, Milano 2002.

[11]             Julia Kristeva, Bisogno di credere. Un punto di vista laico, Donzelli, Roma 2006.

[12]             John C. Sivalon, Il dono dell’incertezza. Perché il postmoderno fa bene al Vangelo, Emi, Bologna 2014.