Le formiche non hanno le ali

Silva Gentilini

Le formiche non hanno le ali

Mondadori Electa,

Milano 2017, pp.

163, Euro 17,90.

 

 

 

Carla Franciosi

“Quando lui mi colpiva sentivo il sapore del sangue[…]. Quanto durava il tempo dei pugni e dei calci? Pochi attimi. Il resto veniva dopo. Un affanno di rabbia muta attraverso il corpo. E la voglia di urlare, di correre via, di cambiare identità […]. Assumere le sembianze di un gatto randagio, di un pesce rosso, di un fiore, di un sasso. Ancora meglio di una formica. Le formiche hanno uno scopo fermo, inossidabile: prendono una mollica, un pezzetto di qualsiasi cosa e lo trasportano. Lo fanno a prescindere. Nessuno le ferma. Puoi schiacciarne una, ma quelle che re- stano non hanno paura, vanno avanti. Si organizzano. Ricominciano. Le formiche non hanno paura. Avrei voluto essere una formica.”

Colpita da questo incipit che in poche efficaci righe ed in modo diretto, crudele, ma anche lieve e delicato, ci introduce subito nel cuore del “dramma”, ho comperato il libro pur non sapendo nulla sull’autrice. Ho scoperto una pro- sa che cattura ed avvince, che prende e commuove accompagnando chi legge dentro le storie di due donne vissute in tempi e luoghi diversi, ma accomunate dalla stessa sorte: costrette ad abbandonare il loro primogenito, avuto in giovane età ed in circostanze drammatiche, passeranno la vita nella faticosa ricerca del proprio riscatto senza mai abbandonare la speranza di ritrovare il figlio perduto.

Ai primi del Novecento Margherita, ragazza sedicenne di umili origini, si innamora del figlio del signorotto del paese e resta incinta. Ignorata dal ricco giovane e dalla sua famiglia, respinta e umiliata dai suoi stessi genitori e da tutta la comunità, dopo aver partorito un bimbo a cui dà nome Amelio, decide di fuggire. Lascia il piccolo alla ruota di un convento, e si imbarca per New York, determinata a tornare e a riprendere il bambino quando potrà dargli una vita dignitosa: “uno non è mica costretto per legge ad accettare lo schifo in cui si è ritrovato per caso”. L’ America offrirà a Margherita l’opportunità di ricostruirsi una vita; avrà vari mariti, altri figli, ed una carriera di imprenditrice che le consentirà di vivere nel benessere, ma non tornerà mai più in Italia dal primo figlio sebbene, dopo molte ricerche, sia riuscita a mettersi in contatto con lui.

In Maremma, nei primi anni sessanta, Emma cresce fra gli abusi e le violenze di un padre bipolare che durante le sue crisi terrorizza e sottomette tutta la famiglia: “Con Lui entrava la paura, una bestia dalle zampe enormi, che all’improvviso occupava la casa, ci stanava, ci schiacciava.” Il gioco del “facciamo finta che tutto stia andando per il meglio” è il solo modo per proteggersi da quella cieca brutalità. Vergogna e senso di colpa diventano gli oscuri custodi del terribile segreto sino quando, all’età di diciassette anni, Emma subisce una violenza sessuale dal padre e, quando si rende conto di essere incinta, è ormai troppo tardi per abortire. Darà alla luce il suo bambino, che le verrà strappato e dato in adozione il- legalmente. Per sopravvivere a quella esperienza terribile Emma mette in atto quel meccanismo a cui era stata abituata sin da piccola: far finta che non sia mai accaduto, e andrà avanti, “perché sempre e solo avanti si può an- dare”, spinta da quel senso di rivalsa che la aiuterà a convivere con l’odio, la rabbia, la paura e il dolore dell’abbandono. Faticosamente riuscirà a trovare un minimo di equilibrio, si sposerà ed avrà una figlia, e quando dopo la morte della madre ed il suicidio del padre, riuscirà a rintracciare la famiglia che ha adottato il suo bambino scoprirà che la sua storia e quella di Margherita sono intrecciate da un legame inaspettato quanto indissolubile che restituisce un senso compiuto alle loro esistenze: “era come se la vita, dopo aver fatto così tanti giri, si fosse chiusa e risolta da sola”.

Due donne alle quali la vita non ha riservato che pochi momenti di felicità ; due donne che hanno subito ingiustizie e decisioni di adulti egoisti e insensibili che le hanno indotte a scelte disperate e irreparabili, eppure alla fine nessuna delle due ci appare come vittima per- ché, come le formiche instancabili e de- terminate, che non si arrendono e cercano di tenere ben saldi i loro obiettivi, Emma e Margherita prendono in mano le redini del proprio destino e cercano la loro strada con tenacia compiendo un percorso di rinascita attraverso una lenta e faticosa riconquista di sé.

La storia di Emma, narrata in prima persona, è in parte autobiografica. Vitti- ma di violenza da parte del padre, Silva Gentilini si mette in gioco dando coraggiosamente voce alla sua sofferenza e alla sua rabbia, trasmettendo sensazioni ed emozioni autentiche e sincere senza mai eccedere in falsi sentimentalismi. Intrecciando la sua storia con quella di Margherita, ispirata alla vita della sua bisnonna, ci offre, inoltre, una narrazione che abbraccia praticamente un secolo e permette di cogliere aspetti importanti della condizione femminile nell’arco di più generazioni.

“Con questa storia fortemente voluta eppure combattuta come uno spettro da lasciare nascosto – dice la stessa autrice in un’intervista – voglio portare un messaggio positivo per tutte le donne che hanno vissuto o vivono una condizione di abuso. Familiare o sentimentale.”

Un romanzo d’esordio che fa ben sperare.

 

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