La lettera sovversiva. Da don Milani a De Mauro, il potere delle parole

Vanessa Roghi

La lettera sovversiva. Da don Milani a De Mauro, il potere delle parole

Laterza,

Bari-Roma 2017,

pp. 245, € 16,00.

 

 

 

 

Elena De Marchi

Perché, a cinquant’anni dalla sua pubblicazione, la Lettera a una professoressa di don Lorenzo Milani e dei ragazzi di Barbiana merita ancora di essere presa in considerazione quando si parla di scuola in Italia? Per quali motivi questo testo desta ancora oggi tanto interesse, sia positivo che negativo, nel dibattito sulla scuola pubblica? Sono solo alcuni degli inter- rogativi che l’autrice si pone – e pone al lettore –, mentre ripercorre non solo le tappe fondamentali della vita e della storia del parroco di Barbiana ma anche quelle dell’istruzione in Italia a cavallo tra gli anni ’50 e ’60. Perché se è vero che della Lettera si è detto e si è scritto molto dal 1967, anno della sua pubblicazione, fino ai nostri giorni, è altrettanto vero che molto di ciò che è stato detto e scritto è frutto di una scarsa conoscenza dell’opera stessa e delle idee che animavano il sacerdote di Barbiana, definito da taluni e suo malgrado “cattivo maestro del ‘68”. Roghi sottolinea

come, pur essendo le idee di don Milani chiare, nonostante la loro complessità, esse siano state spesso travisate o manipolate: libro “cinese” per gli studenti che si ribellavano all’autorità e alla scuola com’era alla fine degli anni ’60, testo dal messaggio “buonista”, capace di influenzare riforme che hanno contribuito ad abbassare il livello della scuola, eliminando di fatto le bocciature nella scuola dell’obbligo e non valorizzando le eccellenze, secondo alcuni giornalisti e opinionisti odierni.

Ma Don Milani è altro. Don Milani crede nella lotta di classe ma, al con- tempo, è fortemente anticomunista e la lotta di classe, secondo il sacerdote, si fa sui banchi di scuola, attraverso lo studio della lingua: “serve […] un’educazione linguistica come vera e propria lotta di classe per chi gli ostacoli “se li porta dentro”; critica la scuola pubblica, così com’è ai suoi tempi, ma non è contro la scuola pubblica: “se così fosse, la Lettera a una professoressa non sarebbe mai stata scritta, mentre ogni riga del testo di Barbiana nasce dal confronto puntuale e concreto con la scuola, così com’era negli anni Sessanta”; parla del diritto di opporsi all’autorità ma la sua scuola è fortemente ancorata alla figura di un maestro che guida gli studenti e che si pone come modello e autorità.

Il saggio di Vanessa Roghi ha proprio questo primo pregio, quello di analizzare la figura complessa di don Milani, senza banalizzarla né appiattirla. Un altro pregio del testo è quello di non isolare la figura del parroco di Barbiana né dal contesto in cui si trovò a vivere e operare né dalle sue relazioni e interazioni con alcune importanti figure che in quegli anni e nei decenni successivi ebbero modo di confrontarsi con le opere del parroco e si impegnarono nel- la lotta per un’educazione democratica, da Mario Lodi a Gianni Rodari, da Alex Langer a Tullio De Mauro.

E, infine, per ritornare alle domande iniziali, l’autrice sottolinea come alcune questioni poste dal parroco di Barbiana, nonché dai molti che egli incontrò sulla sua strada, siano ancora di grande attualità e importantissime da affrontare per ciò che riguarda la scuola odierna, prime fra tutte quelle della dispersione scolastica, della disparità di condizioni nelle diverse zone della nostra penisola e della scuola dell’obbligo che ancora boccia: “Una professoressa di un liceo mi ha invitata a raccontare la Lettera ai suoi studenti e studentesse. Ho chiesto loro cosa trovavano nel libro di Barbiana che an- cora li riguardava: mi hanno detto che il “non bocciare” nella scuola dell’obbligo è ancora un problema”.

 

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