Piuttosto m’affogherei. Storia vertiginosa delle zitelle

Valeria Palumbo

Piuttosto m’affogherei. Storia vertiginosa delle zitelle

Editore Enciclopedia delle Donne, Milano 2018,

pp 283, € 16, 00

Il libro di Valeria Palumbo: ha il pregio di essere al tempo stesso agile, divertente e rigoroso nella impostazione storiografica. Si tratta a tutti gli effetti di un testo specialistico di storia delle donne scritto però in modo da essere comprensibile e godibile per un ampio pubblico, superando così la dimensione un po’ elitaria degli studi di genere. Suddiviso in 13 capitoli ripercorre la storia delle donne che non si sono incanalate nei percorsi tradizionali di madre e moglie, coprendo un vastissimo arco cronologico dall’antica Grecia agli anni ’60 del novecento, con incursioni nei miti, nelle fiabe e nei fumetti. L’autrice inoltre, da giornalista, pone un’attenzione costante al linguaggio e alle sue trasformazioni: i termini vergine e zitella non sono infatti rimasti invariati nel loro significato nel corso del tempo ma hanno rispecchiato e subito il mu- tare delle relazioni di genere e la loro stessa narrazione da parte di uomini e donne. Ad esempio, nell’antica Grecia parthenos è il nome con cui viene in- dicata una vergine, ma la verginità non è attribuibile ad una caratteristica fisi- ca ma allo status di donna non ancora sposata (p. 9); questo a conferma del fatto che “il controllo sociale delle don- ne” è stato esercitato nel corso dei secoli “attraverso un rapporto complesso tra verginità, maternità e matrimonio” (p. 10). Più tardi dietro allo stesso termine zitelle si nasconde, “in origine e per tutto il Medioevo, nel Rinascimento e in parte nell’età moderna” (p. 22) solo il significato di giovanissima non ancora sposata, il termine assume un’accezione negativa e canzonatoria solo a partire dal tardo ottocento con il significato di “vecchia nubile”. Sebbene le istituzioni e le norme siano state sin dai tempi più antichi sempre a sfavore del nubilato, esso è comunque sempre esistito, lo testimoniano, in epoca romana, pro- prio le dure leggi che lo sanzionano e

in tempi più recenti una serie di studi, tra cui quello di Judith Bennet e Amy Froide Singlewomen in the European Past che attesta come il tasso di nubila- to femminile abbia oscillato tra il 1250 e il 1800 tra il 10 e il 20% sul totale delle donne, con un picco nel Seicento (p..85). L’autrice riesce attraverso una vastissima carrellata di personaggi femminili (guerriere, sacerdotesse, beghine, bizzocche, imperatrici, regnanti e scienziate) e le loro storie a rendere conto della pluralità dei modi in cui la società si è articolata e di come le donne siano riuscite a ritagliarsi un proprio spazio, spesso anche rendendosi la vita vera- mente complicata, svicolando fra istituzioni spietate nei loro confronti. In questo il racconto riesce a far emergere come la scelta – nei casi in cui si possa parlare di scelta del nubilato – e più in generale come la libertà delle donne (soprattutto in una società patriarcale) non vada cercata come valore assoluto ma negli interstizi e nelle pieghe delle storie e sia sempre vincolata da diversi fattori: istituzionali, famigliari, socia- li, culturali e religiosi eppure presente nella possibilità d’azione per ognuna differente, in continuità o in rottura col proprio ambiente, ampia o residuale. Dopo una serie di capitoli in cui le protagoniste agiscono la scelta del nubilato (a seconda delle possibilità e dei conte- sti) chiudono il volume tre capitoli in cui sono le donne stesse a raccontare e a teorizzare la possibilità di non sposarsi. Sono infatti le scrittrici nubili tra Sette- cento e Ottocento (Jane Austen, Emily Bronte, George Eliot e Louisa May Al- cott) a svelare il “mercato del matrimonio” e a stabilire il principio che ci si sposa solo se si vuole ed è una rivoluzione (p. 201). Successivamente i romanzi del Primo Novecento delle romanziere europee, rispecchiando i mutamenti sociali, sono zeppi di zitelle sovente “figure tormentate che riescono a fatica a fare i conti con il loro tempo, i loro desideri e i loro pregiudizi” ma sono “donne” e “non caricature” (p. 222). Per arrivare alle lucide teorizzazioni sul matrimonio di Rebecca West nel saggio Penso al matrimonio con paura ed orrore, e dell’anarchica Voltairine de Cleyre: “Sì, padroni maschi! Il mondo è una prigione, il talamo nuziale è una cella, le donne sono delle prigioniere e voi siete i nostri carcerieri” (p. 247) che svelano la natura coercitiva del matrimonio che di fatto privava le donne di qualsiasi diritto.

Federica Artali

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