Editoriale – Ciò che era parola deve farsi uomo

Maria Piacente

 

Le parole sono importanti, l’abbiamo sempre sentito dire, oppure noi stessi lo abbiamo detto in chissà quante occasioni. Quante volte qualcuno ha detto: “quella parola non la doveva dire…”, “se non ci fosse stata quella parola…”, “è chiaro che quando ho sentito pronunciare quella parola…”, “è stata detta una parola in più…” e via dicendo. Tante sono state le locuzioni che intorno a questa parola abbiamo udito.

Quando le bambine ed i bambini cominciano a parlare, dopo il famoso periodo della lallazione nel quale ci fanno sentire i loro gorgheggi, i loro gridolini: dada, lalala, ghe ghe… le orecchie di noi adulti sia se siamo educatori oppure nonni, zii e, soprattutto genitori, sono tese a recepire e a comprendere le prime parole che i piccoli cominciano ad articolare per nominare luoghi, persone oppure cose che hanno acceso la loro fantasia. Parte così, soprattutto tra i genitori e i nonni la corsa a chi ha sentito per primo la prima parola della bambina o del bambino: mamma, papà, nonna, nonno!

Di solito la prima parola è mamma, il bambino chiama la mamma, ma a volte la prima parola è papà. Questo è un argomento di grande interesse e infatti spesso senti parlare i genitori tra di loro e chiedersi reciprocamente: ma il tuo dice già mamma o papà?

Se entrambi i genitori sono presenti capita frequentemente che ingaggino tra di loro una piacevole gara dove si sprecano i tentativi di accaparrarsi la nomination!

“Hai, sentito, ha detto mamma!”

“Ma no, dai, prima aveva detto papà.” “No, mi spiace, aveva detto mamma!”

Sì, le parole sono importanti, rappresentano il mondo; quel mondo che noi conosciamo.

Spiega la Treccani come la parola è un complesso di fonemi, cioè di suoni articolati o anche un singolo fonema, mediante i quali l’uomo/la donna /il bambino esprimono una nozione generica che si precisa e determina nel contesto di una frase. E aggiungiamo che dirimenti sono anche i luoghi e i contesti nei quali le parole vengono pronunciate. Nel caso del bimbo di cui sopra, i suoi primi fonemi vengono pronunciati nel contesto domestico in presenza dei genitori che accolgo- no con amore e tenerezza il tentativo del piccolo di farsi capire e di stabilire una relazione. Una danza nella quale, successivamente, il linguaggio, prerogativa assoluta dell’uomo, comincia ad essere “padroneggiato” dal bambino che inizia anche a familiarizzare e a mettersi in relazione con il mondo circostante aumentando significativa- mente il numero delle parole del suo vocabolario.

I luoghi, il setting dove le parole vengono dette, le persone alle quali vengo- no dette significano le parole stesse. E questo avviene con intenti e sfumature diverse, sia nei luoghi di consulenza pedagogica, sia in quelli di consulenza psicologica.

Negli articoli a seguire di questo dossier vengono ampiamente descritte le specificità di questi spazi nei diversi contesti nei quali la parola può davvero rappresentare la realtà dicibile.

Chi si accosta in questi contesti, nei centri di ascolto e di consulenza vuole essere ascoltato, vuole essere curato. Desidera che le sue parole diventino in- carnate, facciano luce e rischiarino una certa oscurità, siano il mezzo attraverso il quale le azioni ed il pensiero dispieghino la realtà.

In uno degli spazi pubblici chiamato proprio Il Posto delle Parole si è recato tempo fa un ragazzo che nella prima

telefonata fatta al servizio psicologico aveva detto letteralmente così “Vengo, ma voglio essere ascoltato”, cioè: la mia parola dovrà pure “contare” qualcosa.

E, sulla parola mi sembra che un po’ di luce faccia questo straordinario e memorabile passo tratto dal famoso Libro Rosso di Jung:

Ciò che era parola deve farsi uomo.

La parola ha creato il mondo ed esisteva prima del mondo.

Risplendeva come una luce nella tenebra, e la tenebra non l’ha compresa.

Deve dunque nascere quella parola che la tenebra possa comprendere.

Infatti a che serve la luce, se la tenebra non la comprende?

(C.G. Jung, Libro Rosso, p.270)

E comunque fare luce attraverso le parole non è facile: è un percorso accidentato, a tratti molto oscuro, luogo in cui il fraintendimento ed i nostri fantasmi interiori si rincorrono e si intrecciano richiedendo attenzione, amore e saggezza.

Ed è allora importante sia nella fase di consulenza pedagogica sia in quella psicoterapeutica, seppure con accenti e obiettivi diversi scegliere con attenzione le parole da pronunciare.

È ancora Jung a metterci sull’avviso, a suggerircele:

“Sii cauto con le parole, sceglile bene, prendi parole sicure, parole prive di appigli, non tesserle l’una all’altra, affinché non ne nasca una ragnatela, perché tu saresti il primo a restarvi impigliato.

Poiché le parole implicano dei significati. Con le parole sollevi il mondo infero. La parola è quel che vi è di più futile e di più potente. Nella parola confluiscono il vuoto e il pieno. La parola è perciò un’immagine di Dio.” (C.G. Jung – Libro Rosso, pag.298-299)

Parole che debbono essere ascoltate fino in fondo affinché vengano “apprese” anche in quelle relazioni educative dove la consulenza pedagogica vuole allargare la consapevolezza dei proces- si educativi stessi che si concretizzano in colloqui finalizzati a chiarire il senso profondo di ogni esperienza.

Naturalmente è di fondamentale importanza la posizione dell’Ascolto: ascoltare, udire con attenzione, stare a udire. “Attento si fermò com’uom ch’ascolta”, scriveva Dante.

Non c’è dubbio che l’autenticità e l’interesse che nei luoghi delle parole viene assunta dal pedagogista o dallo psicologo al quale ci si rivolge è di fondamentale importanza.

Ascoltare non è facile.

Potremmo dire che lo sappiamo fare tutti, ma proprio questo fatto, l’ascolto, così evidente e così “facile” è, in realtà, molto difficile. Non si comprende così facilmente, ne abbiamo fatto tutti esperienza e ci accorgiamo spesso come le cose apparentemente più facili siano in realtà quelle più difficili.

Molteplici sono le voci che fanno da filo rosso a questo Dossier, polifonie che interrogano gli ambiti di lavoro di cui ci stiamo occupando.

“Non si sente niente!”, scrive nel suo articolo Raffaele Mantegazza che manifesta qualche dubbio sull’ascolto educativo, e nel quale sottolinea come l’Altro ci si rivela per quello che è, non per ciò che noi ci rappresentiamo, e poiché questo è disorientante troviamo così rassicuranti le diagnosi e le catalogazioni, che in realtà bloccano l’ascolto, sono parole che pongono un limite in- valicabile alla manifestazione del mondo dell’altro.

Ma ora che stiamo vivendo ancora drammaticamente il disastro della pandemia, si aggiunge un’altra reale difficoltà nell’ascolto delle persone. Sappiamo di terapie ed incontri avvenuti e che ancora avvengono on line, via Skype. Come fare? Si chiede Angelo Villa, come rispondere alle drammatiche do- mande rivolte ai vari professionisti?

A cosa ci condurrà questa situazione tragica ed anomala nella quale viene eliminato necessariamente il rapporto fisico?

In questo lungo articolo di Villa vengono descritte alcune sedute di psicoterapia, percorsi fatti a distanza da leggere con attenzione nei quali i pazienti sono essi stessi a testimoniare i drammatici eventi.

Franco Blezza ci aiuta ancora una volta a definire l’ambito pedagogico, così ricco di risvolti. Da che cosa discende l’attuale necessità di pedagogia cioè del farsi carico dell’homo animal educandum in modo consapevole?

Molte sono le domande che si pongo- no e che ci poniamo purtroppo in un momento storico inedito e drammaticamente vero. La Pandemia non ci dà tregua.

Non possiamo che augurarci che la resilienza che appartiene a ciascuno di noi sia una risorsa, una fonte alla quale è possibile dissetarsi in questo periodo ancora così difficile nel quale tutte e tutti dobbiamo andare avanti.

Per quanto ci riguarda come Pedagogika abbiamo pensato nel prossimo 2021 di concentrarci sui vari fattori che hanno cambiato il mondo, su come hanno agito e stanno agendo, per indi- care strade inedite, sperimentare nuove epistemologie e convivere con questo nuovo strano mondo.

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