Sillabario pedagogiko – Messaggio

Sillabario pedagogiko

 

di Francesco Cappa

Goffredo Parise, descrivendo la necessità che lo aveva spinto a stendere i suoi Sillabari, ha detto: “Gli uomini d’oggi hanno più bisogno di sentimenti che di ideologie”. Ogni pedagogia è intrisa di ideologia, ma nasce sempre da un sentimento, non sempre benevolo, che riguarda i rapporti con noi stessi e con l’altro, compresi alla luce del tempo in cui viviamo.

Questa rubrica si propone di mettere al lavoro uno sguardo sulle cose che ci circondano, siano queste parole, immagini, incontri, eventi. Un’attenzione per quelle tracce che rivelano il pedagogico nel quotidiano, non dimenticando che l’osservazione – inizio di ogni educazione – è il miglior antidoto per le illu- sioni del sentimentalismo. Solo così i dettagli che stavano, forse, per sfuggirci possono diventare dei segnali.

Il saggio che Walter Benjamin dedica a Franz Kafka e che viene pubblicato, parzialmente, sulla Jüdische Rundschau verso la fine del 1934, si può considerare come esemplare di tutta l’attività critico-letteraria di questo autore.

Nel confronto con Kafka, in parti- colare, questo movimento di scoperta attraverso il commento di un autore e della sua opera diviene l’occasione, per Benjamin, di indicare al lettore il suo modo di intendere la narrazione stessa, anche in qualità di scrittore e non solo di critico letterario.

Un’analisi comparata dell’aneddoto di Potemkin, con il quale Benjamin apre il suo saggio del ‘34, e il breve racconto di Kafka intitolato Un messaggio dell’imperatore, può rappresentare un buon viatico per entrare in contatto con il tema infinito del potere delle parole che emerge dal confronto fra questi due grandi autori. Un confronto che presenta tratti ancora molto attuali.

Riportiamo qui di seguito accostati i due racconti per renderne più chiara la successiva interpretazione e per meglio seguire le parole e i pensieri di Benjamin.

Si narra che Potemkin soffrisse di gravi crisi depressive   che si ripetevano a intervalli più o

meno regolari, durante le quali a nessuno era permesso di avvicinarglisi e l’accesso alla sua camera era severamente vietato. A corte non si faceva parola di questa malattia, in particolare era risa- puto che ogni allusione ad essa metteva di malumore l’imperatrice Caterina. Una di queste crisi del cancelliere durò per un periodo straordinariamente lungo, creando così gravi disagi. Ne- gli archivi si accumulavano gli atti che era impossibile sbrigare senza la firma di Potemkin e che la zarina sollecitava. Gli alti ufficiali non sapevano che pesci pigliare. Proprio in quel periodo, per caso fortuito, il piccolo insignificante impiegato Šuvalkin venne a trovarsi nel- le anticamere del palazzo ministeriale, dove i consiglieri si erano riuniti come al solito a piangere e a lamentarsi. “Cosa succede, eccelenze? In che cosa posso servirvi, Eccelenze?” chiese Šuvalkin sollecito. Gli spiegarono la situazione rammaricandosi di non poter far uso dei suoi servigi. “se è solo questo, cari signori” rispose Šuvalkin “date pure a me gli atti, ve ne prego”. I consiglieri che non avevano nulla da perdere si fecero convincere e Šuvalkin, il pacco di atti sottobraccio, attraversò le gallerie e corridoi diretto alla camera da letto di Potemkin. Senza bussare, senza neppure fermarsi, abbassò la maniglia. La porta non era chiusa a chiave. Potemkin sedeva sul letto, nella penombra, mordicchiandosi le unghie, con indosso una frustra giacca da camera. Šuvalkin si avvicinò alla scrivania, intinse la penna nell’inchiostro e senza proferir parola la mise in mano a Potemkin, appoggiandogli sulle ginocchia il primo atto che gli capitava. Dopo aver lanciato all’intruso un’occhiata assente Potemkin, come in sogno, firmò la pratica, poi un’altra e poi tutte. Quando ebbe recuperato anche l’ultima Šuvalkin lasciò la stanza col suo plico sotto il braccio, senza cerimonie come era venuto. Con aria trionfante tornò nell’anticamera sventolando gli atti. I consiglieri gli si precipitarono incontro, strappandogli di mano i documenti. Li scorsero trattenendo il respiro. Nessuno proferì parola; erano sbigottiti. Šuvalkin si avvicinò nuovamente, e nuovamente chiese, premuroso, quale fosse il motivo di quello sgomento generale. Allora lo sguardo gli cadde sulla firma. Tutti gli atti portavano la stessa sigla: Šuvalkin, Šuvalkin, Šuvalkin…

Ecco, qui di seguito, riportato il racconto di Kafka scritto nel 1917.

L’imperatore – così si racconta – ha inviato a te, a un singolo, a un misero suddito, minima ombra sperduta nella più lontana delle lontananze dal sole imperiale, proprio a te l’imperatore ha inviato un messaggio dal suo letto di morte. Ha fatto inginocchiare il messaggero al letto, sussurrandogli il messaggio all’orecchio; e gli premeva tanto che se l’è fatto ripetere all’orecchio. Con un cenno del capo ha confermato l’esattezza di quel che gli veniva detto. E dinanzi a tutti coloro che assistevano alla sua morte (tutte le pareti che lo impediscono vengono abbattute e sugli scalo- ni che si levano alti e ampi son disposti in cerchio i grandi del regno) dinanzi a tutti loro ha congedato il messaggero. Questi s’è messo subito in moto; è un uomo robusto, instancabile; manovrando oro con l’uno or con l’altro braccio si fa strada nella folla; se lo si ostacola, accenna al petto su cui è segnato il sole, e procede così più facilmente di chiunque altro. Ma la folla è così enorme; e le sue dimore non hanno fine. Se avesse via libera, all’aperto, come volerebbe! E presto ascolteresti i magnifici colpi della sua mano alla tua porta. Ma invece come si stanca inutilmente! Ancora cerca di farsi strada nelle stanze del palazzo più interno; non riuscirà mai a superarle; e anche se gli riuscisse non si sarebbe a nulla; dovrebbe aprirsi una varco scendendo tutte le scale; e anche se gli riuscisse, non si sarebbe a nulla: c’è ancora da attraversare tutti i cortili; e dietro a loro il secondo palazzo e così via per millenni; e anche se riuscisse a precipitarsi fuori dall’ultima porta – ma questo mai e poi mai potrà avvenire – c’è tutta la città imperiale davanti a lui, il centro del mondo, ripieno di tutti i suoi rifiuti. Nessuno riesce a passare di lì e tanto meno col messaggio di un morto.

Ma tu stai alla finestra e ne sogni, quando giunge la sera.

L’analisi intrecciata di questi due racconti mostra in che modo il commento benjaminiano si costruisce come un processo di illuminazione reciproca fra testo interpretante e interpretato, grazie alla quale il significato della “parola” kafkiana viene svelato. Entrambi i testi, apparentemente differenti, concernono e problematizzano temi come l’uso del linguaggio, il gesto, l’immagine, la sua funzione narrativa e la mediazione distorta in cui il significato si trasmette: tutte questioni nodali per Benjamin, che investono la sua attività di critico letterario, di filosofo del linguaggio e la questione stessa della narrazione.

In questa prospettiva, l’aneddoto di Potemkin, già raccontato da Puskin prima di Benjamin, può definirsi ‘kafkiano’ poiché propone, attraverso se stesso, di andare oltre il segno immediatamente leggibile che ogni parola porta con sé.

Chi legge è immediatamente co- stretto ad abbandonare le sue consuete abitudini e portato ad assumere uno sguardo mimetico, che gli fa riprodurre mentalmente i gesti muti di Potemkin e Suvalkin, immersi in un perfetto silenzio. Il dialogo è assente e la descrizione minuziosa dei più piccoli movimenti e del particolare ritegno rende ipnotica l’intera situazione. Il nostro sguardo è subito conquistato dalla sicurezza, priva di esitazioni, con cui Suvalkin entra nell’antro proibito in cui Potemkin consuma le sue unghie, in preda a una terribile crisi depressiva. La porta non è chiusa a chiave e questa semplice casualità sembra automaticamente giustificare la facilità con cui l’insignificante impiegato Suvalkin, non curandosi del- le conseguenze, riesce a far firmare tutte le pratiche, una dopo l’altra, meccanicamente, al suo superiore.

Sembra diretto a noi lo sguardo apparentemente assente che Potemkin, a mala pena, lancia verso Suvalkin un attimo prima di cominciare a firmare i fogli sulle sue ginocchia. Quando di fronte ai nostri occhi appare il nome di Suvalkin in calce a tutti i documenti, al posto della firma di Potemkin, con sgomento rinveniamo la nostra precedente ingenuità, sbalorditi per il fallimento di un processo di mediazione che rivela alla fonte una forma di radicata falsificazione.

Suvalkin potrebbe incarnare la figura dell’autore moderno? Potemkin potrebbe incarnare a sua volta quella del narratore, quella figura che Benjamin vedeva sparire all’inizio del XX secolo, come ha scritto nel suo saggio dedicato a Leskov? Senza dubbio, nel saggio su Kafka, Benjamin mette profondamente al lavoro le sue riflessioni sul narratore e sulle possibilità della narrazione in un mondo

che ormai era definitivamente mutato dopo la Prima Guerra Mondiale.

Il dispaccio imperiale, del racconto kafkiano, è l’emblema della mediazione destituita del suo significato, ed è la rappresentazione stessa della mediazione pura. La pura mediazione non può portare un vero messaggio per un reale destinatario, ma si presenta come un continuo divenire perso in un viaggio tortuoso e vano, che mai porterà in un posto preciso e mai potrà riferire qual- cosa a qualcuno. Il messaggio imperiale ha queste caratteristiche, il messaggero spende tutta la sua vita per cercare di orientarsi nei labirinti del palazzo e una volta riuscito a uscirne si trova di fronte i confini indeterminabili della città imperiale, di cui il palazzo è solo il piccolissimo cuore.

Una situazione di questo tipo sembrerebbe oggi ribaltata da quella infinita città imperiale delle informazioni e dei contenuti che è il world wide web. Ognuno in un baleno vede recapitarsi il messaggio che stava attendendo, ma che tipo specifico di narrazioni genera il piano dell’esperienza generato dalla rete? Il rischio che il messaggio si perda, che le “mediazioni” diventino pure procedure di potere è davvero scongiurato? Kafka e il suo messaggio imperiale sono immagini così lontane dalle narrazioni alle quali accediamo in un click?

Il collega russo del messaggero kafkiano, Šuvalkin, sembra essere più efficiente rispetto alla procedura. Lo si vede camminare spedito verso la sua desti- nazione e giungere indenne di fronte ai suoi destinatari. L’autorizzazione a procedere di Potemkin è, in apparenza, brillantemente mediata da Suvalkin, ma alla fine ci rendiamo conto che il messaggio è falso, la possibilità stessa di portare il vero messaggio è un’illusione. Quest’illusione però, non è generata dalla natura ingannevole del linguaggio in sé, ma, e questo è molto importante da rilevare, dalla sua possibile lettura scorretta.

Potemkin che sembra assente e completamente soggiogato dall’azione del suo subalterno, che gli indica semplice- mente quello che “deve” fare, si rivela essere il vero padrone della situazione. Non mostrando nessuna reticenza verso il tentativo di Šuvalkin, lo confonde, spostando tutta la tensione sull’azione in sé, che procede con naturalezza meccanica, nascondendo il vero contenuto della sua firma. In questo modo Potemkin sfrutta la mediazione di Šuvalkin distorcendone l’intento originario. Allo stesso tempo, con la falsificazione della firma, riesce a veicolare un messaggio diverso, che nega quello usuale, voluto da Šuvalkin e dai funzionari che lo attendono fuori dalla camera del Cancelliere. Di- mostrando in questo modo di non rinunciare alla sua integrità, che non gli permette di svolgere i suoi compiti di reggente, e riaffermando la sua superiorità, facendo credere al suo inferiore di essere riuscito nel proprio intento.

Ma a questo punto sorge un’altra questione che ha una grande importanza sia per Benjamin sia per Kafka, come ora cercheremo di mostrare. Potemkin non vuole o è incapace – non possiamo es- sere certi di ciò che sia più significativo – di mettere la sua firma? L’unica spiegazione che abbiamo della sua radicale reticenza non ci è data attraverso il linguaggio, ma si deve scorgere nel gesto Šuvalkin non si accorge dell›inganno poiché è completamente incantato dai suoi movimenti, che deve coordinare nel miglior modo possibile con quelli di Potemkin, per indurlo docilmente a firmare i documenti uno dopo l›altro. La sua attenzione è completamente catturata dalla ripetizione dei movimenti flemmatici della penna sulla carta, non avvedendosi che quel gesto porta in sé il marchio della falsificazione.

Possiamo scorgere qui un’intuizione che riguarda la coazione a ripetere, l’assorbimento delle nostre energie nell’espletamento ossessivo delle procedure che i nuovi dispositivi di comunicazione e di scrittura ci costringono a seguire così di frequente nella nostra vita quotidiana e nella “gestione” delle nostre relazioni?

Come spesso accade in Kafka, è un gesto la chiave della storia, gesto che si propone come materiale autonomo da cui parte la possibile comprensione del senso dell’immagine, al centro della quale si trova. Un gesto che in questo caso non solo mostra, nella sua ripeti- zione, la separazione dell’atto dal soggetto agente, ma anche la discrasia in atto tra il gesto e il momento della sua complessione.

Il tema della separazione nella parola, nella lingua, che porta alla luce l’aliena- zione della parola – che nel racconto si presenta come “firma” e quindi nome – da chi la pone e dal momento stesso in cui viene posta, è in stretta connessione con quello della ripetizione del gesto e della riproduzione della parola.

La firma (la parola) diventa un segno come un altro, perde la sua particolarità e può essere ripetuta indefinitamente. Diviene perfettamente arbitraria e per questo intercambiabile con qualsiasi altra che sia identica, perché fatta nello stesso modo.

La ripetizione è la precondizione essenziale senza la quale né il linguaggio parlato e tantomeno quello scritto, potrebbero essere possibili ed efficaci. Il suo funzionamento all’interno del linguaggio fa affidamento sulla materialità del segno, la rappresentazione e la riproduzione della quale non si distanzia molto, in realtà, dal gesto mimetico. Questo, infatti, presenta, quasi porgendole, delle somiglianze che esistono, ma che non sono sempre leggibili. Questa relazione, che sarebbe proposta dall’aneddoto di Potemkin, pare un tentativo benjaminiano di ridare forza a quel potere mimetico primi- genio che è proprio del linguaggio originario dei nomi; potere che si è perso con lo sviluppo del linguaggio verbale e scritto. Il narratore, in fondo, è colui che riesce a nominare per un’intera comunità un’esperienza che senza di lui probabilmente andrebbe persa, dissolta nell’infinita riproducibilità tecnica della parola, tutta aderente alla vita vissuta anziché capace di evocare l’essenza etica dell’esperienza che resta, a dispetto del passare del tempo.

A volte le parole ci svuotano, a volte si svuotano di senso.

A volte le parole ci pesano, a volte pe- sano tanto da incidere nella nostra vita, nella vita di un altro, nelle vite degli altri. C’è un’etica della parola che ogni giorno è da riconquistare per chi vuole formare, educare, insegnare, istruire, curare.

Da dove passa quest’opzione etica? Forse, dal tentativo, sempre provvisorio, di non dimenticare che in ogni parola può vivere un gesto, capace di contrastare l’ingente tentativo della realtà di far passare il giorno senza atti d’amore.

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