Ordinary Man

Ozzy Osbourne

Ordinary Man

2020,

Sony Music,

€19,50

Ritenuto da molti

il padre dell’heavy metal, John Michael “Ozzy” Osbourne ha contribuito ad innovare ed esaltare questo genere musicale, prima con la band dei Black Sabbath, poi proseguendo la propria carriera in solitaria.

Quasi idolatrato dai fan e odiato dalla critica a causa di atteggiamenti trasgressivi sul palco (famoso e quasi leggendario l’episodio in cui morse la testa di un pipistrello durante un concerto) e nella vita quotidiana (documentata dalla serie TV The Osbournes trasmessa dal 2002 al 2005), è diventato spesso oggetto di polemiche da parte di gruppi religiosi e conservatori che l’hanno spesso accusato di far ricorso a messaggi satanici in modo subliminale o esplicitamente diretto. Giunto a 71 anni di età, pubblica il suo undicesimo album da solista, Ordinary Man, a cui hanno collaborato diversi artisti della scena rock contemporanea, come Chad Smith (batterista dei Red Hot Chili Peppers), Slash e Duff McKagan (rispettivamente chitarrista e bassista dei Guns N’ Roses), Tom Morello (chitarrista di Rage Against The Machine e Audioslave) ed addirittura Elton John. Tra questi nomi ne compaiono anche alcuni del mondo rap americano, quali Travis Scott e Post Malone: questa contaminazione rappresenta un esperimento, decisamente poco riuscito, di fondere due correnti musicali opposte tra loro con il risultato di snaturarle entrambe. Nonostante questo passo falso, di non poco conto, il carattere complessivo dell’album sembra essere composto, da un lato, da un heavy metal corposo e robusto, dall’altro, da un rock più lento e melodico che origina vere e proprie ballate oppure brevi momenti di pausa prima di riprendere l’energica violenza che era stata interrotta. La raccolta apre con Straight to Hell, traccia portatrice di un messaggio diabolico, serpeggiante ed ammaliante per la maggior parte della sua durata, ma un po’ dispersiva, in assenza di uno schema ben definito. All My Life riecheggia malinconicamente ma preserva comunque una certa potenza musicale nell’intro, nel ritornello e nel finale. Niente di speciale, invece, l’ascolto di Goodbye: il tema dell’addio, già più volte affrontato, ed i cambi di ritmo, abbastanza prevedibili, conferiscono al brano un gusto insipido. La tracklist è una ballata che inizia con l’elegante pianoforte di Elton John e termina con il trionfale assolo di chitarra di Slash; si tratta sicuramente del pezzo più godibile e significativo di tutto l’album. Under the Graveyard, intensa e solenne, si riscopre un’apprezzabile ballata rock, permettendo a lentezza ed energia di fondersi insieme sapientemente. Inizia con un inaspettato assolo di armonica blues Eat Me, che prosegue con una più consueta andatura incalzante della strofa, grazie al riff della chitarra, e del ritornello, grazie alla risposta del coro. Today Is The End, pur conservando la carica metal degli altri brani, ha un ritornello con una melodia decisamente monotona e poco incisiva. Parte con un lento arpeggio Scary Little Green Men, per poi gonfiarsi e scoppiare in modo coinvolgente ed inarrestabile. Il battito rallenta in Holy for Tonight, dove la chitarra danza con un’orchestra ed un coro quasi gospel nel finale di una ballata sostenuta. It’s A Raid, con Post Malone, dimostra un carattere deciso ma non conserva le aspettative dell’intro: dal terremoto provocato da chitarra e batteria si arriva ad un ritornello scontato che si fa presto ripetitivo. Take What You Want, brano a cui hanno collaborato Post Malone e Travis Scott, è senza mezzi termini un pezzo trap, a cui, per cercare di recuperare, è stato inserito un potente assolo di chitarra alla fine: il risultato è qualcosa che non doveva far parte, soprattutto come brano conclusivo, di questo album. Se questa dovesse essere l’ultima canzone dell’ultimo disco della propria carriera, sarebbe davvero una conclusione insensata e fuori contesto per un personaggio della caratura di Ozzy Osbourne. Il messaggio di Ordinary Man si capisce meglio nel videoclip dell’omonima traccia: qui si vede Ozzy seduto davanti ad uno schermo ad osservare un filmato di alcune delle esperienze da lui vissute nell’arco della sua esistenza. Sembra quasi una metafora di ciò che si crede succeda negli ultimi attimi prima di morire: “è come se ti passasse avanti tutta la vita come un film”. In questo caso è proprio come se Ozzy ci stesse annunciando la fine della sua carriera, una sorte di morte artistica. Seppure la morte sia un argomento spesso affrontato da Ozzy in molti dei suoi testi, questa volta sembra però assumere un significato diverso: non più come trasgressiva sfida nei confronti della vita, ma come presa di coscienza di una situazione ormai irrimediabile.

La vera paura non è la morte in sé, ma non aver vissuto una vita fuori dal comune, senza regole e senza rimpianti. Detta con parole sue: “The truth is I don’t wanna die an ordinary man” (“La verità è che non voglio morire da uomo ordinario”).

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