Separate  in casa. Lavoratrici domestiche, femministe e sindacaliste: una mancata alleanza

Beatrice Busi (a cura di)

Separate  in casa. Lavoratrici domestiche, femministe e sindacaliste: una mancata alleanza

Ediesse, Roma 2020,

pp. 242, € 15

Claudia Alemani

Il testo nasce in seguito ad un lavoro di ricerca, il progetto DomEqual, finanziato da European Research Council e coordinato da Sabrina Marchetti dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, che aveva lo scopo di studiare le trasforma- zioni del lavoro domestico salariato. Il progetto, che ha visto coinvolte docenti e ricercatrici esperte in vari ambiti, in Italia e in altri Paesi europei ed extra- europei, ha consentito un confronto ampio, tanto più significativo in questa fase storica, e in questo momento particolare, in cui il tema di quel lavoro che attiene alla salvaguardia della vita torna, o potrebbe tornare, ad assumere una valenza forte.

In Italia, tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta del Novecento, le lavoratrici domestiche, in particolare coloro che facevano riferimento all’associazione delle Acli Colf, si sono battute perché il loro lavoro fosse riconosciuto e tutela- to, da una legge innanzitutto, che arriverà nel 1958, e da un contratto nazionale, che sarà finalmente firmato, dopo un iter tortuoso, nel 1974. Negli anni Settanta anche tra le femministe il tema del lavoro domestico, prestato a titolo gratuito da tutte le donne nelle proprie case, è stato al centro di dibattiti e ana- lisi. Un tema comune, dunque, che però non è riuscito a porsi come collante di alcuna alleanza. Quali sono stati i moti- vi di questo incontro mancato? È questa la domanda intorno alla quale si artico- lano i numerosi contributi del testo, che, come ha spiegato la curatrice durante la presentazione organizzata dalla Società Italiana delle Storiche, si possono raccogliere intorno a tre grandi direttrici. La prima riguarda la definizione di questo lavoro (saggi di Alisa Del Re, Alessandra Pescarolo, Valeria Ribeiro Coros- sacz). Non si tratta però di un problema di mera definizione. Lavoro domestico, di cura, di riproduzione sono termini che sottendono modalità di analisi, ma soprattutto di assunzione del problema, assai differenti. Una seconda direttrice riguarda le rappresentazioni, e le autorappresentazioni della figura della casalinga e della lavoratrice domestica, spesso sovrapposte o confuse, a marcare paradossalmente l’invisibilità del lavoro domestico nello spazio pubblico (saggio di Vincenza Perilli).

L’ultimo filone infine prende in esame le motivazioni che hanno ostacolato l’alleanza tra i movimenti femministi degli anni Settanta -sia quelli che si rifacevano a un pensiero di stampo marxiano, sia quelli che mettevano in primo piano la necessità di leggere il personale come politico, sia ancora i femminismi sindacali o il femminismo ispirato a un pensiero cristiano- e le organizzazioni delle lavoratrici, alla luce dei cambia- menti che hanno investito il settore del lavoro domestico (saggi di Alessandra Gissi, Anna Frisone, Elena Petricola e Raffaella Sarti).

Una maggiore presenza delle donne nel mercato del lavoro, la mancata re- distribuzione del lavoro domestico tra uomini e donne, la crisi del welfare, l’invecchiamento della popolazione hanno costituito alcune delle cause che hanno portato a esternalizzare questo lavoro e a ricorrere in modo sempre più massiccio a donne che venivano -e vengo- no- da altri Paesi. Una catena globale della cura, come è stata definita, tutta al femminile. Ma per una lettura organica, non è sufficiente mettere al centro il genere, occorre un approccio intersezionale, capace cioè di legare la dimensione strutturale della divisione sessuale del lavoro ad altre dimensioni, quali quella di etnia/razza e quella di classe. Se è vero infatti che il lavoro di cura è un lavoro appannaggio di tutte le don- ne, è altresì vero che non tutte le donne sono coinvolte nello stesso modo. E per- ciò va rimesso in primo piano il tema dei diritti: il lavoro domestico ha da sempre fruito di uno statuto debole che non equipara le lavoratrici del settore agli altri lavoratori e lavoratrici. Allora, e mi sembra questo uno degli obiettivi del testo, è necessario ripensarne la va- lenza rimettendo al centro il benessere delle persone.

In quest’ottica diventerà possibile l’alleanza tra i nuovi movimenti femministi e coloro che svolgono il lavoro domestico salariato?

 

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