Sillabario pedagogiko – THE PIE IN THE SKY

Goffredo Parise, descrivendo la necessità che lo aveva spinto a stendere i suoi Sillabari, ha detto: “Gli uomini d’oggi hanno più bisogno di sentimenti che di ideologie”. Ogni pedagogia è intrisa di ideologia, ma nasce sempre da un sentimento, non sempre benevolo, che riguarda i rapporti con noi stessi e con l’altro, compresi alla luce del tempo in cui viviamo.

Questa rubrica si propone di mettere al lavoro uno sguardo sulle cose che ci circondano, siano queste parole, immagini, incontri, eventi. Un’attenzione per quelle tracce che rivelano il pedagogico nel quotidiano, non dimenticando che l’osservazione – inizio di ogni educazione – è il miglior antidoto per le illusioni del sentimentalismo. Solo così i dettagli che stavano, forse, per sfuggirci possono diventare dei segnali.

di Francesco Cappa

 

Gianni Rodari e i Led Zeppelin, un binomio davvero fantastico.

Del rapporto fra Rodari e la musica di solito si citano le sue parole musicate da Sergio

Endrigo. Sollecitato dalla domanda di una bambina sulla differenza tra scrivere poesie e scrivere can- zoni, Rodari rispose che lui non aveva mai scritto canzoni, quindi ne sapeva assai poco di questa differenza, era solo capitato che avesse scritto delle poesie, anzi delle filastrocche per la precisione e queste erano piaciute a Sergio Endrigo. Rodari era sempre pronto, specie quando incontrava i bambini, a sottodimensionare le sue abilità e le sue conoscenze. In realtà la sua passione per la musica era profonda e antica.

Sappiamo bene, osservando l’intero arco dell’opera di questo autore, quanto l’immaginazione sia sempre legata ad un impegno civile che implica il soggetto in un confronto diretto e serrato con il significato più antico del politico, ossia la possibilità che il bene di tutti sia coniugato con lo sforzo della comunità di generare felicità per tutti. Come ricordava spesso Rodari – e come testimoniò anche nei suoi studi – i canti popolari presentavano in modo vibrante questa convergenza di storia, immaginazione e impegno politi- co, in una forma di bellezza alla portata di tutti. Perché come ho imparato da una canzone popolare: la storia siamo noi, nessuno si senta escluso.

Quanto l’apparente semplicità della prosa e della poesia “musicale” di Rodari si presenti sempre insieme alla bellezza della necessità di un gesto eversivo che smonti i meccanismi di quei giocattoli politici che danno forma alle nostre vite l’ho capito in modo chiaro per la prima volta grazie al lavoro di mio fratello.

Nell’autunno del 2009 Roberto Terribile e Meri Malaguti della Fondazione Aida hanno chiamato mio fratello, Felice Cappa, che è tante cose (non solo per me) e fra queste anche autore e regista, per realizzare un film documentario su Gianni Rodari. Il risultato di questo incontro è stato un videoritratto, a mio parere bellissimo e inusuale, di un uomo e di uno sperimentatore eccezionale in- contrato utilizzando solo le cose che Rodari stesso ha detto sulla sua storia e sulle sue storie. Il documentario, che è un vero e proprio film d’autore, è stato pubblicato dall’editore Salani nel 2012 con il titolo Gianni Rodari. Un sasso nello stagno, in un cofanetto corredato da un saggio-intervista a Roberto Denti. Nel- la nota di regia mio fratello ha scritto: “Rodari, nel suo straordinario viaggio alla ricerca delle fonti della ‘fantastica’, ha sempre tenuto ben presente che gli adulti e i bambini che aveva di fronte erano completamente immersi nel mondo della comunicazione, domina- to dalle immagini e dai suoni del cinema, della radio e della televisione. E le parole, anche le più semplici, se messe in gioco all’interno di tutte le possibili forme della comunicazione umana, possono essere in grado, non solo di farci capire il mondo e rivelarcene la bellezza, ma anche di renderlo migliore e più giusto.

Sarà pure un obiettivo difficile da raggiungere, ma, come diceva Rodari «crediamo nel valore educativo dell’utopia, passaggio obbligato dall’accettazione passiva del mondo alla capacità di criticarlo, all’impegno per trasformarlo»”.

Chi cantava una cosa del genere?

Ecco, sì, quel menestrello che tutti citano e che in realtà non così in tanti ascoltano davvero. Devo anche questo a mio fratello Felice. È stato lui a portarmi ai primi grandi concerti della mia vita, ancor prima che la musica di- ventasse così indispensabile per la mia vita. Indispensabile poiché mi ha per- messo di vivere la gioia meravigliosa e

gratuita di un “pueblo in festa” che fa scorribande nella pampas lucana con un amico fraterno e pianista immaginifico, passando dal Brahms di Glenn Gould o da The Landscape di John Cage al Peter Gabriel dei Bonazzos.

Ho potuto ascoltare, grazie a mio fratello, un disco di Bob Dylan, Good as I Been to You, quasi mai citato fra le sue pietre miliari, un disco minore, se si può usare questa espressione nel caso di Bob Dylan.

In quel momento avevo da poco scoperto, grazie al mio migliore ami- co chitarrista Michele, i Doors e i Led Zeppelin insieme ai primi album (sì, avete letto bene, album) degli U2, che si stagliavano sul terreno di coltura dei cantautori italiani, soprattutto De Gregori, Dalla, De André con la PFM, effetto dei miei ascolti atmosferici casalinghi provenienti dallo stereo di mio fratello e soprattutto dalla passione per quella musica e quelle parole di mia sorella Giovanna.

Ecco quello che sentivo battere in quel disco di Dylan, la voce della miglior poesia. Un disco, quello, che segnava il sorprendente ritorno alla durezza e alla purezza della trinità voce-chitarra-armonica attraverso canzoni di altri che sembravano tutte uscite direttamente dalla testa e dalle mani di Woody Guthrie e intrise però dell’invenzione poetica di Keats.

Fin qui Dylan.

E il binomio fantastico Rodari e Led Zeppelin, che fine ha fatto?

Un momento, un po’ di pazienza, ogni storia ha le sue voglie, in ogni can- zone le sue doglie come il ramo ha le sue foglie, miei piccoli e grandi invisibili.

Forse qualcuno di voi ha sentito nomi- nare Joe Hill? Chi era costui?

Il suo testamento sembra un sogno di Bob Dylan.

My will is easy to decide

For there is nothing to divide

My kin don’t need to fuss and moan “Moss does not cling to rolling stone”

My body? Oh, if I could choose I would to ashes it reduce

And let the merry breezes blow

My dust to where some flowers grow

 Perhaps some fading flower then Would come to life and bloom again. This is my Last and final Will.

Good Luck to All of you Joe Hill

 Sembra un gioco di giochi di parole.

Un gioco in rima fra i temi e la tradizione della canzone inglese di tutti i tempi. Sembra l’epitaffio degli epitaffi dell’antologia di Spoon River. Nel testamento autentico,

che avete appena letto, di Joe Hill, songwriter, attivista socialista, lavoratore immigrato svedese, sembra comparire nel 1915 il codice genetico della poetica di Bob Dylan. Quel Joe Hill che, poco pri- ma della sua ingiusta esecuzione per un delitto probabilmente mai commesso e, in realtà, fucilato per il delitto commesso di aver sobillato il popolo dei lavora- tori, dei derelitti e degli sfruttati con i suoi versi in musica, con i suoi giochi di parole infiammanti, scrive all’amico Bill Haywood, leader dell’IWW (Industrial Workers of the World) “Goodbye Bill. I die like a true blue rebel. Don’t waste any time in mourning. Organize…”, coniando così uno dei motti più fortunati della storia dei Laburisti America- ni: Don’t mourn, Organize!

Joe Hill, autore della celeberrima canzone The Preacher and the Slave, simbolo della lotta a ogni potere che intreccia perversamente capitale, violenza arma- ta e bugie sul “paradiso in terra”. Joe Hill, autore della canzone The Preacher and the Slave, comunemente ricordata da tutti in America con il titolo Pie in the Sky. Eccola:

Long-haired preachers come out every night Try to tell you what’s wrong and what’s right But when asked about something to eat

They will answer in voices so sweet You will eat, you will eat, by and by

In that glorious land in the sky, way up high Work and pray, live on hay

You’ll get pie in the sky when you die, that’s a lie

 Ci stiamo avvicinando. Ancora un momento di pazienza. Lo sentite salire

verso di voi il brulichio festante del binomio fantastico al lavoro?

È stato il mio migliore amico Michele a farmi ascoltare e poi scoprire la potente bellezza dei Led

Zeppelin. Tralasciamo, per questa volta, il godimento che si prova di notte in tangenziale andando a 120 chilomentri all’ora, tornando da una festa e ascol- tando la chitarra di Jimmy Page che ti apre il mondo delle pentatoniche impastato nel corpo del blues; sì, proprio lo stesso blues di Guthrie, sì, quel mourning che diventa spleen e godimento del corpo allo stesso tempo. Bene, una delle can- zoni che io e Michele amiamo di più dei Led Zeppelin è What is and what should never be. Mentre pensavo a questo silla- bario continuava a tornarmi in mente questa canzone. Solo a un certo punto ho avuto l’illuminazione: Ecco perché!

Ecco dove ho sentito per la prima volta l’espressione inventata da Joe Hill “a pie in the sky”, in What is and what should never be dei Led Zeppelin! Ma certo! In quel verso in cui Robert Plant inizia a incalza- re sul ritmo del riff di chitarra cantando “Way a Pie in the Sky, hey, whoa…”.

Michele è quello fra noi due che sa davvero le lingue, da sempre. Michele, il mio migliore amico, sa molte lingue, le ha studiate, ha fatto ripetizioni in casa con un signore madrelingua francese fin da piccolo insieme alle sue due sorelle. Michele che era in quinta nel mio liceo nella mia stessa sessione quando io ero in quarta. Michele che ha avuto anche lui Laura Volonteri come straordinaria professoressa di inglese, ma che da Laura ha imparato ancora meglio l’inglese mentre io mi innamoravo di più del canto d’amore di Alfred J. Proofrock e di una mia compagna di classe che delle espressioni idiomatiche e della pronuncia corretta. Michele con il quale durante gli anni passati a studiare filosofia in Statale a Milano avendo come professori i migliori allievi della scuola di Milano, quel- la di Banfi, Paci, Preti,

Geymonat, Cantoni, Untesteiner, Dal Pra che nel dopoguerra ricostruivano un’idea e una pratica di cultura della stessa stoffa e qualità di quella che a due chilometri di distanza costruiva, a suo modo, Gianni Rodari in Piazza Cavour a Milano nel Palazzo dei Giornali scrivendo per l’Unità.

Michele che mi prende in giro per il mio inglese “fantastico” che non “canta” le parole scritte nei testi, ma inventa una lingua immaginaria e ignota ricostruita a partire dalla sonorità che di- viene tutt’uno con la pronuncia di quel cantante, inglese, americano, nordirlandese o di Liverpool.

E infatti…

Infatti, ecco scrosciare la risata sommes- sa di Rodari che si fa beffe del mio bino- mio davvero fantastico che mette insieme

lui e i Led Zeppelin. E già, perché messo in guardia dal mio orecchio non perfetto prima di iniziare a scrivere vado a legge- re il testo della canzone dei Led Zeppelin e… meraviglia delle meraviglie…

Robert Plant non canta affatto l’e- spressione di Joe Hill “a pie in the sky”, ma canta esattamente “…up high in the sky”. Che stupido! Era tutto un’illusio- ne, ho immaginato tutto sulla base di un errore di comprensione.

Ma ecco che, meravigliosamente, in un improvviso ribaltamento prevale la fanta- stica della realtà sui millepiani dell’idea.

Leggendo tutto il testo della canzone dei Led Zeppelin noto immediatamente l’inizio che pare l’attacco di un esercizio di fantasia di Rodari: “E se ti dicessi doma- ni/ prendi la mia mano, Bambino vieni con me”

Ma non basta, poiché, forse in un geniale ammiccamento, il testo dei Led Zeppelin non usa espressamente l’espressio- ne “pie in the sky”, conia- ta da Joe Hill, ma cita alla

lettera il verso precedente “way up high” della canzone The Preacher and the Slave, che avete letto appena sopra, che prepara la rima con “pie in the sky” nelle parole di Joe Hill.

Ecco il testo dei Led Zeppelin:

And if I say to you tomorrow Take my hand, child come with me It’s to a castle I will take you Where what’s to be, they say will be

Catch the wind, see us spin Sail away leave today

Way up high in the sky, hey, whoa

 La magia del binomio “davvero” fantastico si completa nella realtà della mu- sica perché sfido chiunque ad ascoltare la canzone e a non sentire nell’accento dell’inglese di Robert Plant, nella fonetica, nella vocalizzazione e nel ritmo del cantato del verso “Way up high in the sky, hey, whoa” in realtà “Way a pie in the sky, hey, whoa”. Che, certo, non vuol dire niente in inglese, ma che importa?

Eccoci dunque alla fine di questa sto- ria, nata da un binomio davvero fantastico: Gianni Rodari e i Led Zeppelin.

Maria Cristina Renzoni, che da ragazza aveva incontrato Gianni Rodari mentre stava frequentando la scuola media ad Arezzo, è famosa perché è sua la frase posta ad esergo degli Esercizi di fantasia: “Diceva [Rodari] che la scuola è meglio farla ridendo che piangendo”. Quando ho visto il vero testo della canzone dei Led Zeppelin mi sono fatto una grande risata di me stesso. Di quel- le goduriose e aperte di mia madre che faceva la maestra negli anni Settanta nell’hinterland di Milano leggendo i libri di Rodari. Gianni Rodari mi ha regalato questa risata. A distanza di quarant’anni dalla sua scomparsa in terra e in cielo posso ancora ridere e soprattutto ridere di me stesso grazie a lui.

Il mio binomio davvero fantastico è nato da un errore, da un gioco errabondo fra parole e suoni.

A scuola, nell’esperienza formati- va che la scuola dovrebbe allestire, gli errori sono generativi. Generativi di esperienze ulteriori, imprevedibili, immaginarie. Rodari ci ha insegnato an- che questo in un magnifico libro tutto dedicato agli errori. Gli errori ci fanno intraprendere strade traverse che le nostre biografie prendono rispetto alla via giusta, a quella che credevamo fosse quella giusta, informata alla correttezza già pensata da altri.

A scuola, come nella vita, non smetteva di ripetere Rodari, è meglio vivere il rapporto col conoscere ridendo. Spesso gli errori fanno ridere un mondo, che espressione à la Rodari, “ridere un mondo”. Molto spesso la verità dell’errore ci fa scoprire qualcosa di noi che viene dal tessuto di storie che noi siamo, come quelle che avete trovato raccontate in questo sillabario. Spesso la verità dell’errore ci procura un piacere profondo e duraturo, sia che l’errore sia nostro sia di altri. Alcune volte gli errori degli altri, quando sono malevoli, frutto di un calcolo, di un interesse ignobile o gretto ci fanno arrabbiare, ma anche in quel caso ridendone possiamo annulla- re il potere che questi errori esercitano su di noi e, a volte, sugli altri.

Forse Gianni Rodari avrebbe riso dell’errore dal quale è nata l’idea di questo mio piccolo scritto che vuole rendergli omaggio. A scuola a volte la creatività nasce da un errore, come nella storia della scienza abbiamo visto accadere spesso. L’inciampo, l’ostacolo, come sappiamo, è il grande motore del- le storie, è il fuoco che scalda ogni narrazione orale. Se la voce crea, l’orecchio ricrea. Come nel mio caso, in cui questa storia è nata dal desiderio del mio orecchio ricreativo. È inutile dire che noi tutti abbiamo sperimentato che si ride molto di più nella ricreazione piuttosto che durante la lezione. Rodari è stato uno dei pochi maestri che ha saputo non far- ci più sentire, grazie alla sua voce e alla sua opera, quando finisce una e inizia l’altra.

Infine, ci sarebbe il dettaglio che l’espressione “the pie in the sky” tradotto in italiano suona come “La torta in cielo”, ma questa sarebbe davvero, forse, un’altra storia di Gianni Rodari.

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